Infanzia e consumi nel vortice del tempo. Un contributo

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  • Nelle società post-industriali sembra che alcuni elementi appartenenti a dimensioni fondamentali dell’esistenza individuale e collettiva siano rimasti in una certa misura ancorati alla condizione di fatica della prima industrializzazione pur cambiando di segno: dalla produzione al consumo. Uno di questi elementi è legato alla dimensione sociale del tempo, alla sua divisione e alla sua utilizzazione soggettiva.

Come abiettarono anni fa i ricercatori
francesi di Echange et Projets, il nostro modello di convivenza produce tempo
in grandi quantità ma non ne libera. Infatti: guadagniamo di più per spendere
di più; utilizziamo strumenti e macchinari sempre più sofisticati per essere
sempre più gravati da impegni; viviamo in un’epoca di straordinaria crescita
dei mezzi di comunicazione e sempre più i rapporti tra le persone si fanno
complessi, difficili, complicati, talvolta incomprensibili; aumentiamo il numero
delle nostre esperienze conviviali (feste, vacanze ecc.) rendendole d’altro lato
sempre più intermittenti, fuggevoli, superficiali e alla fin fine insoddisfacenti. In
poche parole: l’attuale accelerazione dei processi sociali genera problemi di
difficoltà crescente rendendo l’esistenza quotidiana una corsa ad ostacoli dalla
meta sempre più rarefatta. La teoria della complessità sociale ha tentato di
dare risposte a queste contraddizioni. Ma sul piano pratico l’adattamento ai
ritmi della vita come moto perpetuo resta un problema spesso ingestibile.
Da una prospettiva generale, il paradosso dell’immane sforzo di adattamento
collettivo alla condizione post-industriale è quello di non possedere più una
finalità etica: si lavora per lavorare, si consuma per consumare, si comunica
per comunicare, si soddisfano bisogni per soddisfare altri bisogni e così via
all’infinito. In poche parole, siamo liberi di essere liberi. Ma, come afferma
Oscar Negt: <… non siamo più realmente coscienti di quali siano i dati di fatto
fondamentali che costituiscono la libertà o la sua mancanza>.

Nel nostro attuale modo di vivere l’immagine del tempo non conosce più l’ideale di un
futuro stabile per tutti. La società appare priva di valori fondanti e
irrinunciabili. Per questa mancanza di universali alla moderna ideologia del
Progresso si va da alcuni anni sostituendo la post-moderna ideologia della
Globalizzazione che, azzardando una previsione, sarà altrettanto squilibrata
della prima ma al momento è culturalmente vincente. Per l’attuale immagine
del mondo fondata sulle nozioni di sistema, scambio, circolazione, reti, flussi,
comunicazione ecc. la memoria storica ha sempre meno senso; addirittura,
non ha più senso. Il passato è svuotato di significato. Il presente è un affanno
continuo che impedisce di pensare al domani. Il futuro, semplicemente, non
c’è. Nella coscienza collettiva il tempo appare come una spirale all’interno della
quale siamo presi come in un vortice contro cui nulla si può fare per opporsi.
Forse mai come nei nostri giorni la pressione sociale del tempo ha aderito al
detto popolare <il tempo è tiranno>.

Da una prospettiva individuale il flusso inarrestabile di informazioni e
comportamenti nei quali ci troviamo quotidianamente coinvolti per superare le
mille difficoltà della vita quotidiana destruttura il modo di essere e di
rappresentare l’esistenza che sino ad un paio di decenni fa tipicizzava le età
della vita. In controtendenza con la nostra storia recente tre fenomeni
sembrano oggi scaturire dall’accelerazione sociale del tempo:

• la marginalizzazione della vecchiaia;
• il prolungamento sino ad età matura di comportamenti adolescenziali;
• la progressiva scomparsa dell’infanzia.

Soffermandoci solo su quest’ultimo fenomeno basta guardarsi attorno per
trovare abbondanti conferme di una radicale ricodificazione culturale dell’idea
di infanzia. Anche in una città come Bologna i bambini del ceto medio si
ritrovano sin dai sette-otto anni immersi in una serie di attività extrafamiliari
ed extrascolastiche estremamente impegnative: dall’apprendimento di una o
più lingue straniere, alle pratiche sportive; dalla partecipazione ai più disparati
corsi offerti sul mercato dei servizi (danza, musica, alfabetizzazione informatica
ecc.) al consumismo dei gadgets elettronici, al rispetto dei canoni estetici e
ludici imposti dalle varie mode. Negli ultimi anni la pressione della macchina
pubblicitaria sul mondo dell’infanzia si è notevolmente rafforzata. Gli italiani fra
i 3 e 12 anni hanno speso nel 1996 oltre 1.800 miliardi per spese voluttuarie e
si è scoperto che i bambini coprono un ruolo decisivo nella scelta delle
destinazioni di vacanza, dei modelli di automobile e apparecchiature
stereofoniche.
Oggi il sentimento collettivo dell’infanzia si sta trasformando come
conseguenza di una epocale trasformazione del mondo industriale a causa della
quale l’aumento della produzione e della produttività non garantiscono più
l’occupazione, non garantiscono più il futuro delle nuove generazioni. La
metamorfosi del valore sociale dell’infanzia sembra configurarsi in due modalità
principali:
1) per i genitori: in una specie di investimento nei confronti dell’adulto
futuro che un giorno si presenterà su un mercato del lavoro;
2) per i figli: in una vera e propria anticipazione della disciplina del lavoro la
cui fatica principale è: consumare per apparire.

Non sembra esserci alternativa: o le società occidentali si adeguano al modello
azienda-famiglia dei Paesi dell’estremo Oriente o si ritrovano economicamente
battute dalla concorrenza del loro modo di produrre. L'<asiatizzazione> della
famiglia occidentale è quindi collegata all’incertezza del futuro, alla precarietà
occupazionale e ad un mercato del lavoro che pretende competenze
professionali sempre più elevate senza garantire in contropartita stabilità
occupazionale. Forse mai come nei nostri giorni vale l’espressione utilitarista
<guadagnare tempo>.

Potrà apparire un’ipotesi ardita, ma nel bambino <asiatizzato> e
superimpegnato dei nostri giorni sopravvive un riflesso del bambino
supersfruttato all’interno delle fabbriche durante la prima fase di
industrializzazione europea. Il filo rosso che collega esperienze così
radicalmente diverse è non è poi così difficile da individuare. In forma
telegrafica si può affermare che alla fine dell’Ottocento e durante i primi
decenni del Novecento i bisogni del capitalismo trionfante erano soprattutto
quelli di braccia e di energia fisica. Oggi, al suo secondo epocale trionfo, il
capitalismo non ha bisogno solo di braccia ma anche di cervelli e di
consumatori esperti. Dallo sfruttamento principalmente fisico si è passati allo
sfruttamento soprattutto mentale. Dalla socializzazione come forza-lavoro si è
passati alla socializzazione come forza-consumo. Resta immutata
un’organizzazione del tempo fondata sulla necessità di produrre e consumare
sempre di più e senza un perchè. Resta immutata la dominanza del tempo di
lavoro sugli altri tempi sociali.

Patrizio Paolinelli, Consulente dell’Assessorato alle Politiche Sociali e
all’Immigrazione, Comune di Bologna. Progetto Banche del Tempo a Bologna
16.05.1997.

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