Per Bologna. Premessa politica ad una proposta di rilancio del piano regolatore dei tempi e degli orari

condominio-sociale-banca-tempo-tuttacronacaIl 16.06.1997 il Consiglio Comunale di Bologna approva il Piano di regolazione degli orari della città (PRO). Si tratta di un progetto che annuncia la modernizzazione dei ritmi urbani in una realtà cittadina sempre più differenziata e complessa. Alcuni degli obiettivi:

• <maggiore flessibilità e coordinamento nella gestione degli orari e dei
servizi pubblici e privati…> per agevolare i tempi dedicati al lavoro, alla
cura e alle relazioni sociali.
• raggiungimento della qualità totale della città. Ciò significa <essere una
città globale in uno scenario internazionale sempre più caratterizzato
dalla globalizzazione dell’economia…>.
• sviluppare e consolidare: a) le caratteristiche di Bologna come
<laboratorio di idee e di innovazione>; b) <potenziare la partnership tra
pubblico e privato sia per la promozione di nuove iniziative che
favoriscano lo sviluppo che per la gestione dei servizi pubblici nella logica
della sussidiarietà>.
• <rompere l’attuale rigidità degli orari della città> promovendo progetti e
<un metodo di lavoro che consenta il massimo della flessibilità
nell’adeguare gli orari dei servizi pubblici e privati ai bisogni della città in
un quadro di compatibilità economiche.>.
• <definire politiche di sviluppo della qualità della vita dell’Area
Metropolitana…>.

Nella seconda metà degli anni ’80 sono le donne del PCI a imporre il dibattito
politico sui tempi di vita. Mentre nella nostra regione, a Modena, è stata
condotta, a fine anni ’80, la prima esperienza pilota di coordinamento dei
regimi orari della città. Bologna, che vanta un ruolo di avanguardia nella
gestione della cosa pubblica, si è inserita lungo la scia di questi primati. E lo ha fatto nella maniera migliore varando un PRO che: a) è puntuale
nell’individuazione degli spazi di manovra praticabili sul territorio; b) non si
limita ad un’operazione di ingegneria sociale.

Purtroppo ad un’avanzata capacità di elaborazione non ha fatto seguito
un’adeguata volontà politica. E il PRO è rimasto sulla carta. Tuttavia quella
progettualità è, ancora oggi, un’ottima piattaforma da cui partire per la
razionalizzazione negoziata dell’ordine del tempo a Bologna. Attualizzare il PRO del 1997 significa dotarsi di uno strumento, che senz’altro andrà rivisitato, ma permette di intervenire direttamente sul conflitto sempre più aspro tra tempi sociali e i tempi individuali, tra vincoli sociali e autonomia soggettiva. Conflitto che anche nella nostra città presenta punti di rottura, disuguaglianze, situazioni di crisi che coinvolgono attori individuali e collettivi. Conflitto reso ancor più pesante dalla caduta dell’ideologia del tempo come progresso. Non solo l’evoluzione socio-economica non ci libera dalla costrizione del lavoro ma ogni azione umana diventa prevalentemente strumentale, diventa lavoro.

Mentre l’ideologia del progresso aveva come meta una cronosofia (immagine di una società ideale) oggi si vive in una sorta di moto perpetuo senza direzione e senso. Nessuno oggi osa più parlare seriamente di una prossima civiltà del tempo libero frutto della combinazione tra scienza e lavoro. Eppure quest’idea del futuro, pur prodotta da un illuminismo ingenuo, ha percorso gli anni ’60 spingendosi persino oltre. Un’idea che qualche sociologo rumina ancora oggi con vaghe trovate sull’ozio creativo in un’economia terziarizzata nella quale il sapere rappresenta un fattore della produzione insieme al capitale e al lavoro.

Ad eccezione di una élite di tecnici/professionisti altamente qualificati per la
maggioranza degli abitanti delle città, compresa la nostra, la realtà è un’altra:
per nulla gridata dai media, quindi condannata all’invisibilità. La realtà è che
l’evoluzione tecno-scientifica e l’avvento dei new-media non ci hanno liberato dalle costrizioni dei tempi sociali. Al contrario: gli obblighi aumentano di anno in anno e la fame di tempo prende la forma di una nuova carestia. Una carestia con la pancia piena che si paga principalmente in termini psicologici, in termini di qualità della vita.

Come ognuno sa per esperienza diretta l’uso del tempo e dello spazio è
diventato un problema a cui si tenta individualmente di dare soluzione con
diverse strategie. Una di queste è la regolazione della nostra accessibilità
sociale (la disponibilità verso gli altri). In genere le nostre giornate seguono
precisi programmi, sono scandite dall’agenda, inseguono scadenze. Le nostre
giornate di cittadini inurbati sono oggetto di una compressione spaziotemporale sempre più forte. E chi non tiene il ritmo è un escluso, un
emarginato, un perdente. In quest’ordine del tempo vissuto “con il fiato sul
collo”, con la giornata che “purtroppo non è di 48 ore”, il contatto con gli altri, persino con i propri cari, diventa oggetto di negoziazione. Una contrattazione in cui la sovrapposizione di strategie strumentali e strategie affettive rende spesso la quotidianità un complicato labirinto: i famosi effetti perversi della vita in società.

Un esempio di effetto perverso. Anche in una città “a misura d’uomo” come
Bologna il tempo di lavoro non si risolve interamente nel tempo della
produzione perché il lavoro è reintrodotto in tutti i pori del tempo di vita. Per quanto possa apparire paradossale nel tempo libero si lavora ma non risulta che si produca. Il lavoro svolto stando seduti davanti alla TV, a imbellettarsi davanti allo specchio o in vacanza è quello di mantenere in vita un sistema di credenze che riproducono un modo d’essere e di vivere fondato sul denaro, sulla possibilità di comprare il tempo altrui sotto forma di servizi.
In una società come la nostra, dove la formazione della personalità avviene nel tempo libero, il tempo di cura del sé è quasi totalmente fagocitato
dall’ideologia dei consumi, da una scienza medica che ha fatto della salute un
business, dall’immagine californiana del corpo (scolpito, magro, abbronzato,
tatuato, e con le catene al collo o alla caviglia; a ben guardare si è davanti ai
segni simbolici del corpo dello schiavo).

L’innovazione tecnologica con le sue esigenze di una produttività spinta al
massimo, l’aumento dell’età media della vita, il prolungamento della fase
adolescenziale fino all’età adulta, la forsennata corsa al record hanno reso lo
spazio e il tempo oggetti sempre più problematici. Nell’attuale ordine spaziotemporale gli intervalli, la sorpresa, la spontaneità, la colloquialità urbana (il grado di attenzione verso gli altri, la solidarietà diffusa) restano un ricordo. Un ricordo privo del sentimento di nostalgia e oggetto di una volontà di potenza che ricompone il bisogno dell’altro e dell’altrove durante le vacanze ritrovando nell’istantaneità della foto e nel souvenir il surrogato di un’esperienza. E’ così che la città si trasforma in uno spazio-tempo da cui evadere più spesso che si può.

Anche nella vita interna di Nuovamente l’accessibilità sociale delle persone è
spesso un problema. Prima o poi dovremo affrontarlo seriamente per non
cadere nella contraddizione di proporre nuovi ritmi urbani buoni per gli altri ma non per noi. Certo, lo spirito di comunità non si crea a tavolino. Così come non si può creare a tavolino quella che Simmel definiva la società socievole. Ma comunità e socievolezza possono costituire orizzonti verso cui guardare. Per questo occorre fare politica fuori e dentro la nostra associazione se vogliamo rappresentare ed esprimere una differente struttura del sentire fondata sulla solidarietà, un differente sentimento del tempo fondato sulla decompressione dei tempi e degli spazi di vita. Possiamo, vogliamo e dobbiamo dire ad alta voce che è possibile un modo diverso e migliore dell’attuale di organizzare la vita urbana. E’ possibile intervenire sulla qualità urbana, sull’intreccio tra genius loci (le caratteristiche di un luogo); genius rei publicae (il governo pubblico della città); genius gentis (il comportamento dei soggetti sociali). Nei confronti della città occorrono azioni di alto profilo che restituiscano alla politica
l’aspirazione al futuro. Nuovamente è un’associazione impegnata a
comprendere e migliorare i rapporti sociali di produzione che a Bologna
autorizzano la formazione dei tempi di vita e lavoro della cittadinanza. Il
presupposto è: sempre più le società tecnologicamente evolute producono
tempo ma non ne liberano. L’obiettivo è: la riappropriazione sociale dello
spazio e del tempo, la riappropriazione sociale della città.

A poco serviranno le recenti iniziative dell’attuale giunta di centro-destra di
regolare con fasce orarie il trasporto delle merci in città e l’orario dei teatri. C’è necessità di politiche di più ampio respiro se si vuole intervenire sugli annosi problemi del traffico. L’associazione Nuovamente si pone in un’altra
prospettiva. Mette sul tavolo della discussione il rapporto tra tempo e potere, tempo e istituzioni, tempo e servizi. Il senso è quello di partire dall’asincronia provocata dai tempi sovrapposti di diverse attività quotidiane: gli orari dell’asilo e dell’ufficio, le interruzioni nella giornata lavorativa e gli orari di apertura degli sportelli pubblici e privati ecc. L’approccio è quello di affrontare le disarmonie oggettive che generano le disarmonie soggettive. La proposta politica è quella di attualizzare il PRO del 1997 con la consapevolezza della necessità di favorire la partecipazione creativa e negoziale tra diverse soggettività e attori collettivi che sappiamo già differenziati da interessi talvolta divergenti. Si pensi solo ai bisogni di quiete per alcuni e ai bisogni di aggregazione per altri.
Ridisegnare la mappa degli orari cittadini significa, in primo luogo, intervenire sui servizi pubblici e su quelli commerciali sollecitando la flessibilità degli orari senza prolungarli troppo. Un’azione concreta potrebbe essere quella di spostare verso il basso, ossia verso il declino della giornata attiva, l’orario di una serie di servizi collocandoli nelle fasce serali e notturne e, simultaneamente, riequilibrare il tempo di tale occupazione con la chiusura mattutina. L’adeguamento degli orari di apertura dei servizi rappresenta una area operativa di intervento. Altre aree sono:

• la circolazione stradale, che va affrontata con manovre di
desincronizzazione degli orari delle attività cittadine;
• l’animazione socio-culturale durante l’estate per oltre metà della
popolazione che non va in vacanza perché non ne ha la possibilità;
• le rigidità temporali che si scaricano prevalentemente sulle fasce sociali più
deboli.

Patrizio Paolinelli
10 Gennaio 1998

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