Hercule Poirot. Ovvero: il primato dell’ascolto

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David Suchet nei panni di Poirot

La casa editrice Malavasi ha pubblicato 24 films in videocassetta sulle avventure dell’investigatore Hercule Poirot, riuscito personaggio nato dalla penna di Agatha Christie. La serie è stata trasmessa l’anno scorso dalla televisione italiana e insieme alla replica delle vicende del Commissario Montalbano è una delle migliori fiction a cui i telespettatori hanno potuto assistere. Tanto è così che anche le indagini di Poirot verranno riproposte questa estate sul piccolo schermo. La distribuzione in edicola e la replica televisiva delle vicende che coinvolgono Poirot è la testimonianza di un successo inaspettato che premia un prodotto di qualità della Tv inglese e aggrega un pubblico assai affezionato all’azzimato investigatore.

Perché Poirot e Montalbano piacciono così tanto? Perché come il Tenente Colombo e l’Ispettore  Derrick usano la testa per risolvere i casi; conseguentemente, perché fanno a meno di alzare le mani e non si esibiscono in inseguimenti automobilistici da infarto; perché sono l’antiaction, e rappresentano la supremazia dell’umana sensibilità sulle antiumane pallottole. Nel loro insieme l’agire di questi personaggi televisivi ci dice tre cose principali: che il male è risolvibile senza ricorrere ad altro male; che una buona strategia non ha bisogno di eroi; che il genio investigativo si fonda sulla ragione. Fin qui i fili che in qualche modo uniscono i diversi investigatori. Le differenze risiedono nell’uso del linguaggio. Se Colombo rappresenta l’arte di fare domande, Derrick quella di trovare risposte.

Se Montalbano ha il bernoccolo del sospetto, Poirot ha la vocazione del teorico. Tra i detective antiaction Poirot appare come il più filosofico, come colui che acciuffa il colpevole fondando tutto o quasi sull’ascolto. Le prove che di volta in volta Poirot raccoglie non sono gli errori di chi ha commesso il delitto, né le contraddizioni dei testimoni. Sarebbe troppo facile. Raramente Poirot si affanna intorno ad oggetti materiali: l’arma, l’impronta ecc. Poirot rivolge domande ai soggetti coinvolti e delle loro risposte ascolta il ritmo. Ogni narrazione che gli viene fatta è per lui una canzone: l’individuazione di stonature lo conducono passo passo alla soluzione del caso. Non sono necessarie troppe domande per risalire al colpevole. Poirot è meno loquace di Colombo. Neppure il movente è fattore fondante. Per Poirot rintracciare il colpevole significa ripercorrere a ritroso il suo racconto, cantarlo come lui lo ha cantato e in quello stesso momento ecco emergere la verità: perché l’orecchio vuole la sua parte e quella canzone non è intonata.

A ben guardare nelle vicende che coinvolgono il celebre detective di Agatha Christie non si assiste ad una competizione tra l’intelletto del criminale e quello dell’investigatore come capita nella serie di Colombo. Non è un cerchio concentrico quello che si stringe attorno al colpevole come negli episodi del Commissario Montalbano grazie alle sue folgoranti intuizioni. Dopo aver a lungo ascoltato Poirot riunisce i personaggi coinvolti nel delitto e lancia il suo assolo: travolgente, implacabile, determinante: non c’è scampo per il colpevole. Certo lo fa con il suo stile.

Una leggerezza che evapora sopra la pesantezza della colpa: l’assassino non viene individuato da Poirot per la sua imperizia ma in virtù della sua stessa abilità. Quanto più il delitto si avvicina alla perfezione tanto più si allontana la salvezza: ogni crimine contiene in sé la sua condanna. Questo è il messaggio che ci viene offerto da Poirot: iIl male è il nemico di se stesso. Certo è necessaria la spinta del detective per sconfiggerlo. Ma non bisogna inventare nulla. La genialità dell’investigatore sta nel mettere il colpevole dinanzi alla sua colpa. Forse più che la tecnica di indagine è questa sorta di metafisica del crimine a spiegare il successo di una serie televisiva il cui protagonista ci è totalmente estraneo: un gentleman con tanto di ghette, orologio da taschino e pince-nez. Un uomo d’altri tempi che cammina a passi troppo brevi pur di non sgualcire i suoi abiti.

Patrizio Paolinelli,9 giugno 2003.

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