Lo spacciatore col decalogo

1619646-21866789Enver B., albanese, 31 anni.

La mia vicenda non è quella che qualsiasi italiano si aspetta parlando di albanesi. Intanto non sono mai stato povero; almeno secondo i livelli di vita del mio paese. Durante il regime comunista mio padre lavorava per conto di un grosso ente. In più, faceva attività politica: era uno che ci credeva. Ma, alla fine, la sua operosità si riduceva al mestiere di portaborse per un paio di alti funzionari del partito. Lui era un pesce piccolo. Però aveva una particolarità: frequentava pesci grossi. Queste relazioni diedero alla mia famiglia la possibilità di condurre una vita più che dignitosa rispetto alla media; e a me la possibilità di studiare.

Parlo un eccellente italiano perché, sin da piccolo, ho potuto frequentare un corso di italiano. Ricordo ancora il pullman verde che mi passava a prendere due o tre volte la settimana. Più che sporco e ammaccato, era trasandato, polveroso. Mi dava un senso di incertezza che mi impediva di sorridere, nonostante fossi contento di andare al corso. I miei genitori pensavano che quel doposcuola non mi piacesse. Invece, la mia reazione rappresentava semplicemente una tipica caratteristica di noi albanesi: quello che ci circonda è così brutto e squallido — persone o cose non fa differenza — che non ci affezioniamo davvero a nulla. E se ci affezioniamo a qualcosa, passa presto. Il senso della famiglia — meglio, del clan — che abbiamo è più una difesa contro lo schifo che ci circonda che un sentimento vero.

Ma queste sono cose di mille anni fa. Il comunismo è caduto. Mio padre non c’è più. La mia famiglia si è dissolta e io vivo qui in Italia da una dozzina d’anni. Ci sono venuto per studiare. Prima di allora, non ero mai uscito dall’Albania. Come tutti gli albanesi, ho messo piede in Italia con il cuore gonfio di speranza. E tanti sogni nel cassetto. Sbarcai in un porto del vostro Meridione. Fu uno choc. Ricordo ancora quella mattina. Non credevo ai miei occhi. Mi aspettavo ordine, pulizia, strade ben tenute, gente educata, allegra, belle case. Invece, ho visto tanta miseria, gente urlante, disperati, nessuna educazione. Poi presi un treno. Uno sconforto. Come era possibile far viaggiare la gente in quelle condizioni? Feci ore di viaggio in piedi, in una calca incredibile, in un corridoio che puzzava di sudore e piscio. Mi sembrava di essere ancora in Albania. Da noi tutto ha un suo odore ben definito, marcato. Dai fiori alle persone, dai bar agli autobus. In Albania un cieco non si perde.

Poi arrivai all’Università di Bologna: un casino nero. Mi era stata assegnata una stanza nello studentato di via della Scala. Però, nella cameretta, si era rotto qualcosa. Non so cosa. In parole povere, allo sportello mi dissero che per almeno una settimana o due dovevo arrangiarmi. Non c’erano altri posti-letto disponibili. Non ero l’unico in quel guaio. Grazie a una funzionaria, che aveva preso a cuore i problemi degli studenti stranieri, venni a sapere che l’ente universitario non compilava in tempo le graduatorie per l’assegnazione degli alloggi. Lasciava così, per menefreghismo, le camere vuote e gli studenti in balia per mercato nero degli affitti. Quella della riparazione era una scusa. Fu la prima esperienza che, sommata alle successive, mi fece lentamente scoprire che in Italia la legalità è una finzione. Da voi, non c’è una norma per tutti, ma due, tre, quattro, mille regole. Non c’è un diritto. Ma leggi, migliaia dileggi che si piegano a seconda dell’occasione, delle persone. Esattamente come da noi, in Albania. Anche questo fu uno choc. Ma più graduale; sottile, direbbero gli italiani. Proprio per questo, più profondo.

Io non ho mai sofferto la fame. Ho vissuto sempre in città. La mia famiglia non ha mai avuto problemi per l’alloggio, il vitto. Per la condizione generale del mio paese, mi ritengo un privilegiato. Ma rispetto agli italiani ero sempre molto più povero. Non abbastanza, comunque, per accettare, a cuor leggero, quello che mi capitava a Bologna. Ero in mezzo alla strada, in una città che non conoscevo. Cosa fare? Non avevo altra scelta che aggregarmi ad altri studenti stranieri nella mia stessa condizione. Trovammo un seminterrato, umido e senza bagno. Al posto del water, c’era un buco sul pavimento. Affitto in nero. Ho dormito due settimane per terra su un tappetino da ginnastica. In una stanza, eravamo in quattro fissi. Più gente che transitava ogni notte. Per non avere problemi, la padrona di casa pretendeva che ce ne andassimo ogni sabato e domenica. Altri studenti stranieri, più fortunati di noi, erano stati ospitati, a due passi dall’Università, nel quartiere San Donato, da quella funzionaria dell’università così ben disposta nei nostri confronti. Comunque, i miei risparmi si stavano esaurendo rapidamente, E dopo due settimane in attesa dell’alloggio, ci dissero che dovevamo aspettarne altre due. Ero di nuovo punto e a capo. Cosa dovevo fare? Quale era la scelta giusta? Tornare in Albania con la coda tra le gambe? Sarebbe stata un’umiliazione Restare?

Avevo paura. Una paura dannata. Era una sensazione che non avevo mai provato così intensamente e in maniera così continuata. Il mio corpo non era stato mai offeso fino a quel punto. Mio padre mi aveva picchiato raramente. E quando lo aveva fatto, era stato giusto per spolverarmi i pantaloni. Da noi i bambini non sono trattati come qui. Spesso e volentieri vengono percossi con la cinghia o con tubi di gomma, di quelli che si usano per innaffiare. Mia madre poi, per natura, era di indole buona. Per la cultura albanese, tutto ciò è un fatto eccezionale.
A Bologna, mangiavo male e dormivo peggio. Frequentavo il Dipartimento d’arte, musica e spettacolo. IL corso di studi fondato da Umberto Eco. Mi lavavo come potevo nei bagni della facoltà. Una mattina, mi guardai allo specchio: avevo la faccia tipica dell’albanese. Quella faccia da adulto, anche se anagraficamente sei un ragazzo. Non ero invecchiato. Ero cambiato. Non sopportavo quell’immagine. Mi trovavo da poco più di un mese in Italia e non ce la facevo più. Mi sentivo un fallito; peggio: di!onorato. Volevo tornare indietro. Più in fretta possibile. Vivevo, però, quell’esperienza come una sconfitta. Mi vergognavo come un ladro. Adesso che ci penso, la mia vita è andata a rovescio rispetto a quella di un albanese medio. In Albania, per sopravvivere, devi tirare fuori le unghie da subito, in genere, crescendo, un albanese diventa meno violento, più riflessivo. Io, al contrario, da ragazzo, ero riflessivo. Le unghie le ho tirate fuori dopo, in Italia.

Come dicevo, avevo il morale sotto i tacchi. Telefonai a casa, giù a Tirana. I miei mi fecero capire che era ora di dimostrare di essere un uomo. D’altronde da tempo, che dico, da sempre, l’Albania era dentro il tunnel di una crisi economica di cui non si vedevano gli sbocchi. Gli agganci di mio padre nelle alte sfere contavano sempre meno. Inoltre, lui pensava che esagerassi. Non credeva fino in fondo a quello che gli raccontavo. Ecco, questa è un’altra piccola, grande sventura di noi immigrati in Italia. Nessuno ti crede, quando racconti come vanno le cose qui.
Un mese in Italia. Un mese di patimenti. Non mi avevano ancora assegnato il posto-letto. Allora, insieme ad un manipolo di altri studenti stranieri, tentai di occupare l’alloggio dello studentato. Una scaramuccia. Non ci fu neppure bisogno di chiamare la polizia per farci sgombrare. Eravamo sei o sette, mi pare. Gli altri studenti stranieri che avevano ottenuto il posto, non si interessavano certo a noi. Avevano abbastanza guai per addossarsi anche i nostri. Inoltre, ogni gruppo etnico faceva comunella a sé: i mediorientali con i mediorientali, i rari slavi che c’erano con altri slavi, i greci con i greci, gli africani con gli africani. Gli studenti italiani poi non ci consideravano per niente. Lì capii un’altra cosa: noi albanesi non siamo ben visti. Ma, in generale, ho capito che uno straniero immigrato non vede di buon occhio gli altri stranieri immigrati. Li vede come concorrenti. Andammo persino alla Cgil, nella sede di via Marconi, per chiedere aiuto. Risultato:molte parole, zero fatti. Cosi, io e il mio gruppo finimmo in un casolare abbandonato dalle parti di Castenaso, in mezzo alla campagna: un postaccio, senza finestre e senza bagni, a qualche chilometro dalla sede universitaria.

Insomma, nel paese dei miei sogni ero finito in una condizione materiale peggiore di quella che avevo vissuto in patria. Oggi ci rido sopra. Ma a quel tempo fu un dramma. E non ero l’unico in quella situazione. Persino studenti asiatici, provenienti da paesi più poveri dell’Albania, vivevano meglio a casa loro che in Italia. Queste prime esperienze mi fecero rapidamente capire che l’Italia è un paese arretrato. La conferma l’ho avuta quando ho iniziato a viaggiare in Europa.

In quei primi tempi di permanenza in Italia, parliamo di parecchi anni fa, un’altra cosa mi colpi profondamente: la codardia degli studenti italiani. Intanto, gran parte di loro erano ricchi, anche se in molti face-vano finta di non esserlo. E gli altri veramente squattrinati non hanno tra loro il minimo senso di solidarietà. Figurarsi quanto potevano averne per un albanese! Inoltre subivano tutte le angherie possibili e immaginabili senza battere ciglio. Ho visto con i miei occhi una studentessa armarsi di secchio e straccio e andare a pulire lo studio del professore, celebre scrittore, perché doveva arrivare una Tv locale a intervistano. Sempre con i miei occhi ho visto un altro professore, in laboratorio, che, davanti a tutti, palpava il culo a una studentessa. E tutti, studentessa compresa, a far finta di non vedere. Nel marciume albanese, non mi è mai capitato di assistere a cose del genere. Neanche quando al degenerazione è stata totale. Mi riferisco agli ultimi anni del regime e alla recente occupazione militare italiana, mascherata da aiuto all’ex colonia ormai alla bancarotta. Il motivo forse è che noi albanesi siamo più violenti di voi, più primitivi. Infatti, fa ancora parte della nostra cultura, il Kanun: il co-dice della vendetta. Un istituto che ci tramandi amo da secoli. Del resto, da noi non si è giovani come qui. Noi albanesi ci portiamo dentro qualcosa di vecchio, qualcosa che ci impedisce di essere giovani come lo sono gli altri europei. Noi siamo e resteremo un popolo povero; dominato dalla paura del passato, del presente e del futuro.

Ai miei tempi, gli unici gruppi di giovani organizzati dentro l’università di Bologna erano i cattolici. Per un periodo mi avvicinai a loro. Frequentavo la sala di lettura di Comunione e Liberazione, in via San Petronio Vecchio. Lo facevo unicamente per approfittare dei servizi a basso costo clic fornivano. Però, si sa, come vanno certe cose. In cambio della sopravvivenza fisica, i preti ti chiedono l’anima. E più di tanto io non potevo dare, o fingere di dare. Non perché sia un’anima candida. Tutt’altro. Altrimenti questa intervista non ci sarebbe stata.Noi albanesi siamo dei doppiogiochisti. Intanto perché storicamente abbiamo preso legnate da tutte le parti. Poi abbiamo avuto due regimi dittatoriali di seguito: quello fascista e quello comunista. E l’influenza culturale dell’Italia è sempre stata notevole. Si pensi alla Rai: è stata la madre dei sogni dell’albanese medio. La guardavamo tutti, comunisti compresi. Come si fa a non fare il doppio e il triplo gioco per tirare avanti in situazioni simili? Mi riferisco naturalmente alla gente come me, mio padre, non ai grandi giochi che fanno i big degli apparati. Mi riferisco al piccolo cabotaggio: procurarsi al mercato nero la carne da mangiare, i formaggi buoni, la benzina che non ti intaso il carburatore. qualche soldo in più. Ecco noi albanesi siamo doppiogiochisti. E l’altro lato del nostro carattere. Da un canto violenti, dall’altro doppiogiochisti  E, dopo lo sfascio. anche spie, servi e puttane. In compenso, tutti lo sanno. E tutti si adeguano.

Come è iniziata, in Italia, la mia professione di spacciatore?  E’ cominciata negli anni di università. L’Albania andava sempre più a fondo. Il regime si stava sgretolando. Poi Italia, in quanto potenza regionale, ci ha occupato. Con l’arrivo degli italiani, passata l’euforia iniziale, la povertà è aumentata. Per me, le speranze di tornare indietro erano sempre meno. I miei studi intanto procedevano a stento. Avevo in tasca sempre meno soldi. Ebbi un piccolo aiuto da un funzionario dell’ambasciata albanese a Roma. Ma non era sufficiente. Studiavo ìvo sempre meno. Avevo risolto il dramma del vitto e dell’alloggio. Ma qualcosa aveva fatto clic di me. Così iniziai a fare dei lavoretti qua e là. Un po’ perché avevo bisogno di soldi. Soprattutto perché ero disorientato. Prima di venire qui avevo le idee chiare, un futuro pianificato: gli studi, la barca, una professione. Avevo un progetto, insomma. in pochi mesi, tutto il mio ordine mentale era saltato; la mia sicurezza perduta. Lo studio non mi garantiva più nulla. Lavorare era anche un modo per tentare un’altra strada. Non sapevo quale, ma qualcosa dovevo fare. Mi concentravo sempre di meno sui libri. Insomma, presi a fare piccoli lavori. Ovviamente in nero.

In Albania avevo preso una specie di attestato da elettricista. Non che qui manchino, ma qualcosa trovai da fare. Piccole riparazioni, lavoretti. Così ho conosciuto la tanto decantata piccola impresa dell’Italia settentrionale. E ho capito le ragioni del suo successo: lavoro dall’alba alla notte, evasione fiscale, bustarelle e corruzione. E, per il personale: paternalismo, mance sottobanco e urlacci. Tanti urlacci: ho visto gente di cinquant’anni umiliata dal titolare, per motivi banali, davanti a ragazzetti come me. In quell’ambiente, conobbi dei magrebini  Poveracci, morti di fame che sottostavano a tutte le angherie per due lire. A parte due marocchini che lavoravano per copertura: Abdessalam e Ahmed.
Prima del mio arrivo in Italia, non avevo mai avuto a che fare con la droga. Neppure come consumatore.

Nell’ambiente universitario italiano mi feci i primi spinelli. Roba leggera che usavano tutti. Come è arcinoto, la maggioranza degli studenti dei grandi atenei sono lì per spassarsela due o tre anni a spese dei genitori. Si fanno dalla mattina alla sera e scopano come dannati. Anche io, dopo aver risolto i problemi di so-pravvivenza, ho iniziato ad avere delle storie. Niente di straordinario. E ho capito un’altra cosa. In Italia, si vive di menzogne facendo finta di dire la verità. Questa è la differenza rispetto a noi albanesi. Noi mentia-mo sapendo di mentire. La gara è tra chi è più furbo; tra chi recita meglio. Chi non è all’altezza è fregato. Gli italiani alla fine si autoconvincono. Non sanno più qual è il confine tra il vero e il falso. Ma torniamo alla mia carriera di spacciatore. Perché è questa che interessa, vero?
Intanto, non mi ritengo affatto un criminale. Sono un uomo d’affari senza la copertura giuridica e politica. Tutto qui. Gli industriali italiani, piccoli o grandi che siano, sono dei furfanti in giacca e cravatta, che passano il tempo a corrompere, rubare, evadere tasse, fottersi denaro pubblico, truccare bilanci, inventarSi fatture false, dichiarare un materiale e usarne un altro. ho clienti facoltosi e, in circostanze
conviviali, li ho visti fare a gara, ridendosela alla grande, sul numero di valigie piene di contanti, Iva evasa, che inviavano alla volta della Svizzera, dell’Austria e non so dove. Con un paio di questi ricchi ho fatto amicizia. Una volta uno di loro, durante una festa a casa sua, mi fece ve-dere, forse per impressionarmi o perché era troppo fatto, una valigia piena di contanti, tutti di piccolo taglio, cinquecento milioni, che la notte stessa sarebbero partiti per l’Austria.

Torniamo alle mie esperienze nel mondo del lavoro. Ecco un episodio di quando facevo l’elettricista. Un’altra lezione di vita. Scenario: fabbrichetta della pianura Padana, a Calderara di Reno. Io lavoravo per il subappaltatore di un subappaltatore che mi aveva mandato li. Dovevo prendere del materiale. Alcuni rotoli di cavi, se non ricordo male. Il titolare, un trentenne panciuto che dava del tu a tutti e pretendeva di essere chiamato geometra, mi dice di seguirlo. Attraversiamo il corridoio dell’officina. All’improvviso sento un rumore stridente. Un ragazzo al tornio ha fatto una cappellata. Il pezzo in lavorazione si rompe schizzando lontano. Il titolare inizia a rifilare una serie di calci in culo al ragazzo. E lui zitto, senza reagire, a prenderle. Mi sembrava un cane impaurito. Chiedeva scusa, mentre si piegava sulle ginocchia tentando di proteggersi. Gli altri guardavano e non dicevano nulla. Naturalmente, oltre ai calci, l’operaio si beccava una serie di insulti sanguinosi. Mi sono avvicinato al titolare e l’ho preso per un braccio. Senza nessuna forza. Volevo solo dirgli di smetterla. Lui si gira con la faccia paonazza e mi grida se per caso ne voglio prendere anch’io. Fa il gesto di alzare il pugno. Lo stendo con una testata sul naso. Lui finisce a terra senza una parole. Perde sangue in gran quantità dal naso e dalla bocca. Gli operai dell’officina accorrono subito a soccorrerlo. Lo stronzo sembra morto. E’ solo svenuto. Ma gli operai-servi iniziano a prendere le sue difese. Persino il ragazzo preso a calci inizia a prendersela con me. Alcuni minacciano di denunciarmi per quello che ho fatto. Una settimana dopo inizia la mia carriera di spacciatore, che continua felicemente ancora oggi.

Ho detto prima della circolazione della droga nel mondo degli studenti universitari. E di Abdessalam e Ahmed, i due marocchini che lavoravano per finta, tanto per darsi una copertura e ottenere cosi il rinnovo del permesso di soggiorno. Erano bravi ragazzi. Diventammo abbastanza amici, anche se ci frequentavamo pochissimo. Loro erano sempre impegnati; ovviamente, a spacciare. Ma questo lo seppi dopo. Inoltre, parlavano un italiano stentatissimo; quindi non è che comunicavamo granché. Erano venuti in Italia per lavorare. Non immaginavano certo che sarebbero finiti taglieggiati dai padroni di casa, che l’affitto di un tugurio poteva costare loro più del salario. Cosicché vivevano in coabitazione, in condizioni allucinanti. Mi raccontarono la loro storia, della galera e del centro di accoglienza, dove erano finiti poco dopo l’arrivo in Italia.
Ci erano capitati dopo varie traversie. Quel centro era stato oggetto di una violenta campagna di stampa per la presenza di spacciatori maghrebini. Risultato:venne messo sotto custodia. Un’azienda di vigilanza privata predispose i controlli. Passaggi obbligati, guardie armate. Trascorse un po’ di tempo. Venne fuori uno scandalo: i nuovi trafficanti di droga del centro non erano più i magrebini  ma i vigilantes clic dovevano controllarli. Un po’ di casino sui giornali. Poi tutto fini insabbiato. Come succedeva da noi, in Albania, con gli scandali del regime.

Abdessalam e Ahmed riescono a squagliarsela dal centro di accoglienza. E piombano nel mercato nero degli affitti. Un racket. Svolto, alla luce del sole, da decenni e decenni. Ma agli organi preposti al controllo, finanza, polizia, fisco, carabinieri, non è mai venuto in mente di stroncarlo; o non ne hanno mai avuto l’input. Anzi. Prima di spacciare, i due, dopo una serie di giri, avevano trovato lavoro, in nero, per una cooperativa del ravennate, o del forlivese, non ricordo bene. Lavoravano in nero, dico in nero, per una cooperativa, per un’azienda «socialista». Ad Abdessalam e Ahmed, la cooperativa non pagava neppure gli straordinari. I due protestarono e finirono sulla strada.

A quel punto, cosa potevano fare? Tornare in Marocco sarebbe stata un’umiliazione, una vergogna. Infatti, altri loro connazionali immigrati riuscivano a mandare regolarmente soldi alle proprie famiglie. I due si trovavano nella mia stessa condizione indietro non potevano tornare e davanti avevano l’inferno. Così, ecco lo spaccio come salvezza dalla fame. Sia chiaro: non intendo dire che i maghrebini sono dei santi. Anzi. Alcuni di loro vengono in Italia apposta per spacciare o rubare. Ma si tratta di una minoranza esigua. Però, Come straniero, come extracomunitario posso dire che, qui in Italia, se non sei delinquente rischi di diventarlo. Dipende dal caso, dalla fortuna, dalle circostanze. Non dalla tua volontà. Se finisci a dormire sotto i ponti, se non hai o perdi il lavoro, se ti ammali, se non riesci a sbarcare il lunario, se nessuno ti pensa, dovrai pur ugualmente mangiare, pisciare, vestirti. E allora, se hai ancora forza, ti dai da fare. E se ti domandano come rispondi: «Rubo». Del resto, qualsiasi cosa è meglio che tornare indietro. Persino la galera. Con la mia ingenuità, cercai — come dire? — di stringere subito rapporti commerciali con i due marocchini. Ma il loro era ed è rimasto un giro chiuso. Però Abdessalam e Ahmed mi diedero le prime dritte. Intanto mi informarono su come funziona il mercato della droga; sulle differenze tra le diverse droghe. Le varie qualità. Il sistema dei prezzi. Loro due spacciavano di tutto. Ma, in particolare hashish e marijuana  destinate al mercato degli studenti universitari. Erano due che ci sapevano fare. Sembravano il gatto e la volpe. Uno alto e magro, l’altro piccolino e con la faccia sempre sorridente. Mandavano ogni mese dei soldi a casa, sempre la stessa somma, come se fosse la parte di un salario. Nascondevano con ogni astuzia la loro attività di spacciatori. Le famiglie sapevano che lavoravano regolarmente in fabbrica. Se in Marocco qualcuno fosse venuto a conoscenza della loro vera attività, sarebbe stato per loro un disonore peggiore di quello di ritornare a mani vuote, senza aver trovato lavoro. Sarebbero stati ripudiati dalle loro famiglie. Tutti i magrebini che, in Italia, si vedono spacciare in giro,
nella stragrande maggioranza, mentono alle loro famiglie e ai loro amici.

All’epoca, Abdessalam e Ahmed andavano e venivano dal Marocco con la stessa facilità con cui si prende l’autobus. Successivamente, capii che erano esperti, ma nient’affatto dei professionisti. Come tutti i disperati, lavoravano male. Rischiavano ogni giorno. Comunque mi presero in simpatia. E, con loro, feci i miei primi business. I due mi vendevano discrete quantità di fumo, dai 200 ai 500 grammi, a prezzi abbastanza più bassi di quelli del mercato. Io, a mia volta, rivendevo al dettaglio. Ricordo ancora il mio primo affare. Appena fuori dalla zona universitaria, comprai duecentomila lire di fumo dai due marocchini. Il passaggio avvenne in un bar. Quando uscii, con la roba nascosta addosso, sentii il cuore battere come un tamburo. Oggi posso dirlo tranquillamente: ero terrorizzato. Non mi vergogno affatto a raccontarlo. Dentro di me urlavo. Mi rimproveravo: «Hai fatto la più grande cazzata della tua vita». Mi dicevo: «E se ti beccano? Cosa dirai a casa? Come ti giustificherai ?» Pensavo: «Mi cacceranno dall’Italia. Che vergogna! Sono venuto qui per studiare, per costruirmi un avvenire, per fare una vita onesta, tran-quilla». Avevo netta la percezione che stava cambiando tutto. E, peggio, che tutto cambiava indipendentemente da me, dalle mie aspettative, dai miei sogni. Mi trovavo a fare quello che mai e poi mai avrei immaginato di fare: lo spacciatore.

Rientrai nello studentato in autobus, deciso a disfarmi al più presto del fumo, vendendolo anche sottocosto, pur di togliermi dal problema. Solo, nella mia camera, mi rigiravo tra le mani il panetto di roba. Se avessi potuto, lo avrei buttato nel water. Ma non avevo più di che andate avanti. Di tornare a lavorare, neanche a parlarne. Ne avevo abbastanza. La mia prima cliente fu una mia collega universitaria. Mi ero procurato un bilancino rudimentale, ma preciso. Vendetti a lei i miei primi venti grammi. Anche in quell’occasione ebbi una fifa matta, nonostante conoscessi bene la studentessa, nonostante fossimo noi due soli nella mia camera. Pensavo cose assurde: «E se appena uscita la beccano? E se lei mi denuncia?» Ero così ingenuo!
La ragazza andò via tutta contenta. Io rimasi seduto sul letto come paralizzato. Pensavo che la polizia sarebbe venuta a bussare alla mia porta. Già la vedevo arrivare Non riuscivo a muovermi Non chiedetemi perché. Non lo so. So che non era più paura. Forse panico; un panico profondo, primordiale. Passò mezz’ora, passò un’ora. Nessuno venne a bussare. Riuscii finalmente a schiodarmi. Andai in bagno. Misi la testa sotto il rubinetto. Poi mi guardai allo specchio: «Chi ero? Cos’ero diventato ?» In quel momento ebbi la netta percezione che la mia vita aveva preso una svolta. Il futuro si faceva meno angosciante. Ero in ballo. Dovevo ballare. Cominciai a capire un’altra cosa importante, che maturò meglio in seguito: mai fare progetti a lunga scadenza.

Nel giro di pochi giorni, l’angoscia tremenda si trasformò in un gioco. Incredibile. Scoprii che spacciare era la cosa più facile del mondo. La domanda era altissima. Chi non fumava? Dentro l’università non conoscevo praticamente nessuno che non lo facesse. Persino alcuni ragazzi di Comunione e Liberazione tiravano le canne. Insomma, spacciare diventò un divertimento Da timido e pauroso che ero, diventai audace e intraprendente Riuscivo a consegnare le stecche sotto il naso dei poliziotti di ronda nella zona universitaria. Era uno spasso: un gioco di guardie e ladri. Infantile. Decine di poliziotti, impettiti e armati di tutto punto, sparsi per la zona universitaria, con tanto di manganelli. Poi, appena giravano l’angolo, io, come altri spacciatori, consegnavamo tranquillamente le stecche ai nostri clienti, La sorveglianza era più spettacolare che reale. I maghrehini poi avevano dei trucchi semplici ed efficaci. Ad esempio, nascondevano le stecche di fumo nelle crepe dei marciapiedi di via San Vi- tale e via Zamboni, o tra gli spazi vuoti nella pavimentazione in porfido di piazza Puntoni e piazza Scaravilli. Le stecche si mimetizzavano perfettamente e i poliziotti ci camminavano sopra senza accorgersene. Credo che questa tecnica sia usata anche oggi. in quelle prime settimane, vissi come in un sogno. I soldi mi arrivavano da tutte le parti. Spacciare era un’attività divertente. In breve, mi ero fatto un giro di clienti senza farmi notare troppo. Sino d’allora decisi la mia strategia commerciale, che seguo tutt’oggi con i dovuti aggiornamenti.
All’epoca, pensavo che il mondo dello spaccio fosse qualcosa di misterioso. Una cosa losca fatta di gente losca, pronta a tirare fuori il coltello per un nonnulla, come da noi in Albania. Il che è vero, ma solo in parte. E, per quanto mi riguarda, minima. Chi direbbe mai che la mia faccia, così pulita, cosi intellettuale, sia la faccia di uno spacciatore?

Continuiamo la storia. Tentai di instaurare un rapporto commerciale regolare con Abdessalam e Ahmed. Non ci riuscii. Fu la mia fortuna. Dai due marocchini acquistavo quantità sempre crescenti di hashish. Alla fine ero arrivato a comprarne due-tre chili alla volta. Il problema numero uno era il nascondiglio. Presto imparai i trucchi del mestiere. In questo, gli algerini sono i più fantasiosi. Riescono a nascondere chili di fumo, sotto gli occhi di tutti, in pieno centro. E nessuno se ne accorge. Comunque, sia io che i due marocchini, ci fidavamo l’uno degli altri. Non è poco in quegli ambienti.

Un giorno Abdessalam e Ahmed mi invitano fuori città. Raggiungo il luogo dell’appuntamento e li trovo tutti e due ad aspettarmi in macchina. Andiamo in una casa, alla periferia di un paese della bassa. Mi mettono in mano una serie di stecche di hashish da 125 grammi l’una, perfettamente confezionate e con sopra stampigliato lo stemma della casa reale marocchina. Rimango senza parole. Che vuol dire? C’è gente della casa reale marocchina che organizza lo spaccio di hashish? Assurdo. E le pene severissime, comminate in Marocco, nei confronti degli spacciatori sono un modo come un altro per eliminare la concorrenza? Altra assurdità. Non sono mai riuscito a chiarire la faccenda. Certo, c’era un impiccio. E un impiccio grosso. Comunque, ancora una volta, ebbi la prova che l’onestà è dei fessi. Ma non fessi perché onesti. Esattamente il contrario: perché incapaci di essere disonesti. Abdessalam e Ahmed? Li ho persi di vista. Chissà che fine hanno fatto. Il loro sogno? Tornare in patria, sposare una ragazza del posto e mettere su un’attività commerciale. Il mio? Andare via dall’Italia, via dall’Europa, via dall’ipocrisia.

Ora si vorrà sapere l’evoluzione della mia attività. Naturalmente, non posso dare nomi e luoghi esatti. Basti sapere che sono stato all’estero. Qui in Europa. Non in Albania ovviamente. Ma si. Posso dirlo. Per la pre-cisione, ero a Londra. Devo ammettere che sono stato fortunato, molto fortunato. A Londra sono capitato nel posto giusto al momento giusto. Tutto qui. Poi, con l’esperienza, ho elaborato alcune regole per la mia strategia commerciale. Un decalogo.

1) Mai mettersi con connazionali. La mala albanese è praticamente fuori dal circuito della droga, a parte il trasporto su un tratto dei Balcani e qualche volta via mare.
2) Mai cercare di mettersi in contatto con i produttori. Ci vogliono troppi soldi. Poi sono troppo grossi, forti e violenti. Meglio accontentarsi di lucrare di meno ed acquistare di terza o anche quarta mano. Anche quinta. Dipende dai casi.
3) Mai mettersi nelle mani di un solo grossista. I motivi sono ovvi. Adottare sempre la regola dei rischio diviso.
4) Mai acquistare in maniera continuativa, cosi si evita un rapporto fisso. Se sparisci nessuno ti viene a cercare perché non sei un grande affare.
5) Mai acquistare grossi quantitativi. Cosi i problemi logistici si riducono enormemente e puoi fare tutto da solo.
6) Mai formare una banda. Prima o poi qualcuno fa cazzate e ti beccano. Io sono per un gruppo ristrettissimo e intermittente. Quello che ho messo in piedi. Gestire una banda è rischioso e costa molto tempo e de-naro. E io voglio vivere una vita normale. Non sono un natural born pusher. A me piace fare sport, leggere buoni libri.
7) Mai spacciare quello che capita. Specializzarsi. Questo è l’obiettivo Io mi sono specializzato: in cocaina. E quella che dà meno problemi. Il fumo costa poco. Il ritorno è sulla quantità. Perciò dvi allestire una rete di vendita capillare e visibile affinché la clientela ti trovi. Troppo complicato. Troppa vetrina. L’eroina invece ammazza. Perciò hai tutti addosso. E vero che è una droga che dà i maggiori profitti, ma vai a metterti in un vespaio. E un brutto ambiente quello degli eroinomani. La coca invece ti apre le porte dei salotti buoni. Quelle che si sono aperte a me.
8) Mai lasciarsi prendere la mano dai soldi facili. Altrimenti entri in un’escalation che poi non governi più. Io sono uno che si accontenta. Non sono un grande spacciatore. Perciò non sono un grande criminale. Ho una copertura ufficiale: una piccola azienda di importexport. Faccio finta di lavorare. E mi porto all’estero i miei bravi soldini. La regola è: condurre una vita normale senza lussi o esibizionismi.
9) Mai frequentare locali equivoci o fare il gradasso con moto di grossa cilindrata, macchine di lusso e superfiche di rappresentanza.
10) Mai spacciare a gente sconosciuta. Questo è il trucco per andare avanti senza intoppi. Commerciare in case ben vigilate, piene di gente perbene: commercianti, imprenditori, avvocati, professionisti vari con consorti al seguito. E lasciare passare anni prima di diventare amico di un cliente. Comunque, mantenersi sempre defilati.

Come si vede sono un pesce piccolo. E tale voglio restare.

Il mio mercato? L’ho costruito sulla base del decalogo che mi sono dato. I-Io la mia clientela fissa, che rifornisco regolarmente. Tutti seri professionisti. Persone stimate. Niente sfigati fra i piedi. Di tanto in tan-to, ho due free-lance che lavorano per me: un italiano e un europeo; non albanese, ovviamente. Gente tranquilla, riservata, che ha a che fare con la mala ma non la frequenta. Gente come me, insomma. Capita che qualche cliente si perda per strada. Magari perché smette di farsi o perché l’amante gli ha mangiato tutto. Ma un altro si aggiunge. E mi deve essere presentato da consumatori fidati. Non lavoro con sconosciuti. Non aspiro all’amante diciottenne, alla villa a Portofino o alla barca a vela. In tal caso, è ovvio, dovrei allargare il mio giro di affari. Ma io seguo rigidamente le mie regole. Il cui succo, la regola delle regole, è: volare basso; mai fare il passo più lungo della gamba. Per me è facile: il lusso non mi interessa. Al polso porto un normale Swatch da ottantamila lire, Vesto bene ma non indosso abiti da milioni. Vivo in una bella casa, ma in affitto. Quando mi sposto, alloggio in buoni alberghi, ma niente di straordinario, Certo, potrei condurre un tenore di vita più alto. Oppure collezionare orologi, cosa che mi piace moltissimo fare, ma che non faccio. So che sono debole rispetto a questa passione. So che, se inizio, non sarei più in grado di fermarmi. E una collezione può valere centinaia di milioni. Potrei permettermelo. Ma come la giustificherei nel caso mi capitassero grane?

Mi sono imposto un altro limite enorme: vivere da solo. Non ho famiglia, non ho una donna fissa. Non posso permettermelo. Per quanto io sia circospetto, un «microcriminale» col colletto bianco, un soggetto poco interessante per tutti, grossi spacciatori e commissari con la fregola della carriera, pur con tutte le cautele, l’imprevisto capita sempre. E una moglie, o un figlio, in certe circostanze, sono una palla al piede, un fianco scoperto. Diventi facilmente ricattabile, vulnerabile. Comunque, la mia vita sentimentale non è un disastro. Per il resto, me la cavo. Certo, non vivo alla luce del sole. Sono ai margini della società, ma non un emarginato. Non sono come un marocchino qualsiasi che spaccia, qui nella zona universitaria bolognese, a piazza Verdi. Si può essere emarginati senza essere necessariamente barboni o disgraziati. Certo, io non faccio la fame, non vengo pestato a sangue nelle questure. La mia vita, però, non è facile. Si ha idea di cosa voglia dire guardarsi perennemente alle spalle?
Torniamo alla mia carriera di spacciatore. In realtà, io sono un commerciante senza licenza. La mia fortuna non è stata solo quella di incontrare a Londra la gente giusta, sia come fornitori che come consumatori. La mia fortuna è stata anche quella di non finire nel giro
dell’hascish e della marijuana. Per questo prima ho detto che, per me, è stato un bene non mettermi con Abdessalam e Ahmed. Ammesso e non concesso fossi riuscito a entrare nel loro giro, cosa avrei guadagnato? Soprattutto: cosa avrei rischiato? Io lavoro nell’ombra. Non mi hanno mai beccato e non mi beccheranno mai. E, se dovesse accadere, ho già predisposto tutto per cavarmela. Come? Preferisco non parlarne.
Nel giro di due, tre anni, dal mio sbarco in Italia, ero già diventato un’altra persona. ho cambiato un paio di volte città e anche facoltà. Sono stato a Venezia e a Milano. Ho fatto diverse puntate all’estero. Ma il mio mercato è questo. Diciamo la pianura padana. Un’estate sono rientrato in Albania. Non erano i soldi che mi mancavano, ormai. Ma non ero ancora maturo. Mi mancava qualcosa che avevo sempre avuto. Mi mancava una stella polare, una rotta. Avevo disponibilità economica e ho aiutato la mia famiglia. Ma, da quando l’Italia occupa l’Albania, per la mia famiglia, come per tutti gli albanesi, le cose vanno sempre peggio. Siamo stati depredati, letteralmente depredati. I vostri ambasciatori, il personale dell’ambasciata, gli imprenditori e chi ne ha più ne metta, hanno saccheggiato tutto quello che potevano. Noi siamo un popolo di violenti sfigati, perdenti e doppiogiochisti. Ma Voi siete un popolo di ladri. Non se ne salva uno. Militari, finanzieri, carabinieri, diplomatici, industrialotti vari, politici ancora più vari. Siete un popolo di delinquenti. Se un italiano non ruba, è solo perché non lo sa fare o ha troppa paura. Per questo «Mani pulite», la vostra famosissima inchiesta giudiziaria, non poteva vincere. Quella fu, per l’Italia, la grande occasione di cambiare le cose. Ma voi italiani non potevate coglierla perché vivete in un Paese fondato sul crimine. Legalizzato quanto si vuole, ma sempre crimine. Del resto, se l’industria del malaffare si fermasse, per l’Italia sarebbe la bancarotta. Non reggerebbe un mese senza i proventi della droga, della prostituzione e di tutti i traffici illeciti possibili e immaginabili. Comunque, torniamo a me. Il mio ritorno in Albania era improponibile. La cosa mi fu chiara subito. Un popolo di perdenti governato da un popolo di ladri. Che speranze potevo avere? Fare la fame?

In quegli anni, ci fu un periodo in cui tentai di rimettermi a studiare seriamente. E, come lavoro, cercai di fare il giornalista. Oltreché lo studio, avevo assoluto bisogno di impegnare il mio tempo in qualcosa che mi facesse muovere. Allo stesso modo di quando andavo in giro col carico di droga. Infatti, per me era stato cosi facile entrare nel giro, diciamo pulito della droga, che uscirne era davvero un’impresa. Mi ero abituato a viaggiare, conoscere persone nuove. Vivere una vita senza monotonia, insomma. Avevo alcuni contatti a Tirana e tentai di tessere, dall’Italia, una storia con delle vostre Organizzazioni non governative e altri enti. Potevo permettermi di non guadagnare per un lungo periodo. Avevo già un bel gruzzolo da parte. Nonostante mi mettessi sul mercato gratis, trovai nelle Ong un abisso di affarisimo, nepotismo e corruttela. Ero l’ultimo arrivato, senza vescovi e monsignori a raccomandarmi. Inoltre, ad aprirmi ancor più gli occhi fu il contatto con altri albanesi. Professionisti in patria e accattoni in Italia. Si ha idea di cosa siano gli ordini professionali in Italia? Lo dico io: corporazioni medioevali impermeabili a noi stranieri, io non mi sono laureato e ho cambiato tre facoltà. Ma, ammesso avessi voluto prendere un titolo di studio, avevo davanti agli occhi il futuro che mi aspettava. Era incarnato nei professionisti albanesi, contro i quali le corporazioni italiane avevano fatto quadrato impedendo loro di esercitare. Prima che uno straniero riesca a fare il medico o l’architetto come un italiano, passeranno ancora  cent’anni. Siete immobili, poco aperti. Anzi, diciamola tutta: siete razzisti e siete uno dei paesi più provinciali d’Europa. Proprio voi che siete un popolo di emigranti trattate gli stranieri come pezze da piedi. Quando vado in banca, se l’impiegato si accorge che non sono italiano, mi dà subito del tu e inizia a essere sbrigativo e sgarbato. Se poi penso all’Albania, l’incazzatura è doppia. L’avete occupata militarmente per la seconda volta. E, per la seconda volta, state facendo danni incalcolabili con la vostra corruzione e il vostro pressappochismo.

Insomma, per farla breve, avevo capito che non avrei mai esercitato una professione di un certo livello qui in Italia. Prendere una specializzazione? Conosco bene tre lingue, sono un patito del computer, qualche amico me l’ero fatto, anche qualche conoscenza. Perché qui da voi, e in questo l’Italia forse è un caso unico al mondo, se non sei presentato non esisti, sci un fastidio. Avrei anche potuto tentare di fare il tecnico, buttarmi nelle nuove professioni. Ma per cosa? Per comprarmi la macchina a rate e andare al bowling la domenica con la fidanzatina in minigonna?
A rafforzare la mia decisione di riprendere a spacciare fu un’esperienza d’amore con una ragazza italiana. Faceva la commessa in una boutique di lusso del centro, dalle parti della Galleria Cavour. Guadagnava circa un milione e mezzo al mese, pi6 o meno. Lei, però, non era una semplice commessa, aveva anche compiti di responsabilità Morale passava la sua vita dentro il negozio. Per un milione e mezzo al meSe usciva ogni sera alle Otto, qualche volta anche alle nove. Lei non si lamentava. Diceva che altrove pagavano meno e si lavorava di più. Il problema era che doveva tirare fuori ogni mese un milione e duecentomila di affitto per un bilocale. Tra affitto e luce, acqua, gas, telefono, eccetera, lo stipendio non le bastava. E non era una ragazzina Era una donna di venticinque anni. Come viveva? Con l’aiuto dei genitori. A volte, tutto questo cia oggetto di discussioni tra noi. Trovavo incredibile che dovesse dipendere dai suoi. Dipendenza che le facevano pesare enormemente Ma lei, alla fine, mi chiudeva sempre la bocca ripetendomi il tentativo che aveva fatto, anni prima a Milano. Voleva entrare nel mondo della moda attraverso amici che avevano un’agenzia. In realtà, come scoperse subito, praticamente doveva darla. Nessuno la obbligava, ma o la dava a destra e a manca o niente lavoro. E anche dandola, il lavoro non era sicuro. Così tornò a fare la commessa. Rientrai rapidamente nel giro. Ancora una volta fui fortunato. Recuperai i rapporti, che peraltro non avevo mai chiuso ufficialmente

Solo che non mi ero più fatto vedere né sentire. Un’altra mia fortuna è che conosco i miei limiti. Ne ho visti almeno due a Genova di boss d’assalto bruciarsi con le proprie mani. La coca non piace solo ai ricchi. Io sono disciplinato attento e non mi faccio. Non porto armi. Non so neanche sparare. Per un certo periodo lavorai, perché, assicuro, spacciare è un lavoro, tra Genova, Milano e Venezia. Facevo il corriere per grossisti già inseriti nel mercato. Il mercato, si badi. Perché quello della droga è un mercato come un altro. I primi a mangiarsi le mani se la droga dovesse essere legalizzata sarebbero le banche. Quelle svizzere in particolare.

Come dicevo, la mia fortuna è stata quella di spacciare nei salotti. Prima quelli degli studenti sfaccendati. Poi, tra i riccastri locali. D’altra parte la coca non si spaccia per strada. E se qualcuno te la offre o è robaccia o è un poliziotto. Io, fedele al mio decalogo, ho sempre commerciato in case borghesi ben tenute. Comunque, anche lì mi sono sempre tenuto in disparte. Per stringere dei legami con i clienti occorre lasciare che il tempo scorra. RiservateZza ed educazione Operare sempre sott’acqua. Vado in giro la notte da una festicciola all’altra. Ma tutta roba pulita. Tranquilla. I soldi che guadagno, come ho detto, limando all’estero, Come qualsiasi professionista che si rispetti. In questo, il mio delitto è identico a quello di migliaia di imprenditori italiani. Quindi, sono tra gli impuniti. Infatti, l’esportazione clandestina di capitali è la cosa che meno mi preoccupa. E una passeggiata. Andare in Austria è facile. Un viaggio tutto relax, l’assicuro. Per il resto, come ho già detto, ho un’attività ufficiale. Cosi la mia posizione di extracomunitario è regolata. L’ importante è la facciata. Questa è la prima regola che deve capire uno straniero quando viene a vivere in Italia, soprattutto qui al Nord.

Le cose nel mondo dello spaccio, quello vero, non quello di noi piccoli pesci, funzionano cosi. Allunghi le mazzette alle persone giuste, ogni tanto fai trovare un carico e tutti sono contenti: Stato, opinione pubblica, giornalisti, preti, tutti. Quando trovano 20 o 100 kg fanno i servizi televisivi. Ridicolo. Semplicemente ridicolo. Ma alla gente va bene cosi. Fa comodo a tutti.

Estratto da: Giulio Salierno, Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, Einaudi, Torino 2001. Intervista e testo di:  Patrizio Paolinelli.

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