Benvenuti nella tribù delle chiacchiere

copDa tempo numerosi futurologi diffondono due idee profondamente sbagliate: 1) la tecnologia è indipendente dalla società e segue stadi di sviluppo propri; 2) l’evoluzione tecnologica è la chiave per leggere la storia umana. Alcuni nomi celebri: Negroponte, Toffler, Bell. Più passa il tempo più il loro metodo di osservazione e le loro profezie si mostrano pie illusioni. Un paio di esempi: il computer non ha liberato
gli uffici dalla carta, anzi; la digitalizzazione di ogni cosa non affranca gli esseri
umani dal lavoro, anzi. Conclusione: le tecnologie riproducono le regole dominanti
presenti nella struttura sociale. Un principio che vale anche per i new media. Chi non
tiene conto che il Web cristallizza una serie di rapporti sociali trasferiti dalla vita
materiale all’immaterialità delle Reti è destinato a prendere notevoli cantonate e a
confondere il pubblico.

Davanti a troppe promesse non mantenute ben vengano studi sulla e-life come quello
di A. Roversi: Chat Line. Luoghi ed esperienze della vita in Rete, il Mulino, Bologna,
2001, £ 20.000. Si tratta di una ricerca sulla tribù delle chiacchiere via computer che
racchiude i risultati di 50 interviste rivolte a chatter italiani e gli esiti di una serie di
osservazioni accumulate in <molte ore e non poche notti insonni> trascorse on-line.
Il merito principale dell’inchiesta di Roversi è quello di sfatare alcuni luoghi comuni
restituendoci la realtà di un fenomeno e non la sua ideologia. Intanto, anche se in
forma rudimentale le chat sono ambienti socialmente strutturati con una gerarchia di
ruoli: il moderatore, i chatter più attivi, gli utenti regolari, quelli occasionali ecc. In
secondo luogo, se l’anonimato può giocare brutti scherzi favorisce anche il rapido
sviluppo di forme di intimità proprio perché vengono a cadere numerose autocensure
culturali. Così, una delle scoperte più interessanti della ricerca è che c’è <poca
virtualità nell’uso che delle chat line viene fatto … c’è invece molta strumentalità>.

Lo scopo principale dei chatter è di incontrarsi nella vita reale. Ed è quello che
accade. Le motivazioni sono diverse. Tra i giovani prevale un uso della chat
prevalentemente ludico. Tra gli adulti è diffusa la ricerca di un partner. Mentre in
generale il rapporto uomo-donna è simmetrico a quello che troviamo nella realtà con
i ruoli condivisi del cacciatore e della preda. Da qui la particolarità dei chatter italiani
rispetto a quelli anglosassoni: l’uso di Internet come un mezzo di comunicazione
piuttosto che un mezzo per fare esperienze virtuali. A differenza di McLuhan, per gli
italiani il messaggio è il messaggio.

Se una critica si può muovere all’indagine di Roversi è quella di non aver
approfondito altre possibili riposte alla domanda da lui stesso posta all’inizio del
libro: <qual è il problema di cui le chat line sono la soluzione?>. Pur non negando la
presenza di effetti perversi come l’isolamento in cui si rifugiano alcuni chatter heavy
users, pur avendo circoscritto l’indagine alle pure chiacchiere Roversi non affronta
uno dei problemi sociali oggi più diffusi: la solitudine. Si limita a girargli attorno.
Sembra che i chatter da lui intervistati abbiamo una risposta per ogni cosa. Mentre
basta frequentare un paio di room per trovarsi spesso di fronte a forti disagi
esistenziali, disorientamento culturale, profonde insoddisfazioni. Insomma sulle chat
circola molto malessere e dal Web sale la stessa pressante richiesta di solidarietà
umana che riscontriamo nella vita reale. Di questa contraddizione Roversi parla poco.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 9 gennaio 2002.

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