Cinema più democratico con il digitale

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Gabriele Salvatores

Parla il regista Gabriele Salvatores intervenuto al Lumiére di Bologna nell’ambito del Future Film Festival
“Il regista somiglierà sempre di più al direttore di una bottega rinascimentale”

Nell’ambito del Future Film Festival 2002 ieri pomeriggio al Cinema Lumiére Gabriele
Salvatores ha parlato della propria esperienza di cineasta alle prese con il digitale.
Nel raccontarsi alla sessantina di convenuti presenti in sala Salvatores ha ripercorso
le tappe più significative della sua relazione con le nuove tecnologie. Per il regista la
possibilità di rimontare le scene da diverse prospettive, senza pellicola e confrontarle
in tempo reale ha costituito un’introduzione forte del digitale nel cinema e si è
trattato di un evento più importante degli effetti speciali. Con Nirvana è avvenuto il
definitivo salto di qualità. La tecnologia 3D permette creare, figure, colori, persone
senza l’utilizzo della macchina da presa. Il computer insomma ha cambiato
radicalmente il lavoro del regista.

Oggi in post-produzione è possibile creare immagini. E “questo è l’aspetto più rivoluzionario delle nuove tecnologie. Non è più necessario un set reale fatto di atomi, di cose tangibili. Non è più necessaria la
macchina da presa. E’ possibile creare qualcosa di artificiale che sembra vero fuori dal set”. Al di là delle conseguenze sulla divisione dei ruoli professionali nella catena produttiva e su dove può condurre una simile trasformazione, per Salvatores resta comunque centrale la figura del regista. Che cambia rispetto al passato e “somiglierà sempre di più al direttore di una bottega rinascimentale che coordina artisti come lui”.

La grafica computerizzata non permette solo di stupire lo spettatore. Ma risolve
numerosi problemi pratici come la possibilità di girare esterni in qualsiasi condizione
atmosferica. La neve di Nirvana è virtuale. Un intervento dolce come la piuma
volteggiante di Forrest Gamp. Insomma, l’uso degli effetti speciali determina
un’estetica nuova. “Altro aspetto interessante delle tecnologie digitali è un’evidente
democratizzazione del cinema”. Oggi è possibile girare scene di qualità con
macchine che sono relativamente poco costose. Certo restano problemi come quelli
di rendersi visibili, della distribuzione ma sono aumentate enormemente le
possibilità espressive per tutti coloro che vogliono provare a fare cinema. E a questo
punto Salvatores fa un’affermazione che davvero rincuora. I nostri operatori, i nostri
tecnici che lavorano con le nuove tecnologie non hanno nulla da invidiare ai mitici
colleghi statunitensi. Anzi. Gli effetti speciali di Nirvana ad esempio sono stati lodati
oltreoceano per l’uso originale della tecnologia “e vi assicuro i nostri operatori
hanno dato un centesimo delle loro capacità”. Noi italiani non abbiamo il mercato
che hanno i cineasti di lingua inglese. Però la strada che possiamo percorrere è
indicata dal digitale anche per la riduzione dei costi che permette.

L’elogio dell’elettronica tuttavia non sconfina nel determinismo. Per Salvatores il
cinema è emozione e <rimane alla fine la cosa descritta da Platone nel mito della
caverna e cioè delle ombre proiettate sul muro che scambi per realtà>. Insomma
nonostante tutte le diavolerie elettroniche il cinema è sempre fatto da esseri umani
in carne ed ossa. L’attore, con il suo umore, i suoi mal di pancia resta fondamentale:
“qualsiasi espressione artistica verrà sempre realizzata da uomini. Da esseri
pensanti che sudano, piangono, ridono, si spaventano, soffrano. Perché altrimenti
non c’è espressione artistica”. Nonostante la possibilità di riproduzione tecnica
dell’opera d’arte il futuro non appartiene agli attori virtuali. Se la tecnologia digitale
permette di migliorare la qualità dei suono di un sassofono fino a registrare il
movimento delle parti meccaniche interne ben venga afferma Salvatores. “Però io ho
bisogno del sassofonista, della sua anima, del fatto che ha bevuto un bicchiere di
troppo, che ha scopato benissimo con sua moglie o che ha fatto una passeggiata di
notte”.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 24 gennaio 2002.

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