Il mimo in Piazza e la nostra fretta

1375_-_Bologna_-_Statua_vivente_in_P_zza_Maggiore_-_Foto_Giovanni_Dall'Orto,_9-Feb-2008

Foto di Giovanni Dall’Orto

In quel viale/corridoio per greggi turistiche che sono le Ramblas di Barcellona, diversi anni fa mi capitò di vedere una fila di mimi che perfettamente immobili facevano le belle statuine. Vestiti in costume, il volto patinato per rendere l’effettoscultura più verosimile possibile, posavano immobili per ore e ore su un piedistallo
improvvisato in attesa che il benefico turista elargisse una monetina. I bambinierano particolarmente attratti dall’inganno. Osservavano tra l’incuriosito e
l’interdetto. E quando un mimo di proposito si muoveva alcuni piccoletti si spaventavano tra il divertimento generale. Anche gli adulti senza prole interrompevano la “vasca” e scattavano rituali foto. Successivamente ho visto gli stessi mimi a Milano. Da qualche tempo sono comparsi a Bologna, in Piazza Maggiore. A ridosso delle vecchie Mura di Palazzo d’Accursio si possono osservare varie riproduzioni: Tutankamen, personaggi della Commedia dell’Arte, la copia fedele della scultura di S. Petronio ecc. Abituati come siamo a performance che hanno lo scopo di stupire e divertire guardiamo questi attori e non sappiamo bene come comportarci mentre non muovono un muscolo e mantengano la stessa attonita espressione.

La particolarità di tale forma di teatro di strada risiede più nel negare che
nell’affermare. Dalle statue viventi non viene nulla: nessuna improvvisazione, né
gesti, acrobazie, musica, danza, giochi. E’ il momento dell’antiesibizione. Puoi
passare vicino a questi mimi e se sei soprappensiero non ti accorgi della loro
esistenza. Maschera senza carnevale il mimo immobile rinuncia come ogni mino alla
voce ma con un surplus: non tenta di strappare la risata. D’altra parte, la scenografia
è il marciapiede. Il sottofondo è dato dai rumori del traffico, lo scalpiccio dei
passanti, il brusio dei pedoni. Le statue viventi non rappresentano una situazione.
Propongono una presenza, punto e basta. E il coinvolgimento del pubblico sta proprio
nel punto e nel basta. E’ il quarto d’ora di celebrità dell’antispettacolo. La pantomima
delle sculture umane si risolve e si assolve nella pura immagine: recitano a non
recitare.
Nella società dello spettacolo e dello spreco di parole le performance delle statue che
respirano ci restituiscono il silenzio, propongono un intervallo, invitano alla sosta.
Per quanto questa forma di teatro possa essere modesta riesce a metterci di fronte
alle maledizioni della nostra epoca: la fretta, la mancanza di tempo per gli altri e per
noi stessi. Con l’inganno dell’arte ancora una volta vengono al pettine i problemi più
sentiti dalla modernità e dalla post-modernità: il desiderio di fermarci a pensare con
calma, di capire il senso della lotta contro l’orologio che sono le nostre giornate. Le
statue viventi catturano l’attenzione perché a differenza di quelle reali sappiamo che,
per quanto immobili e con lo sguardo fisso alla Buster Keaton, abbiamo dinanzi
esseri umani in carne ed ossa. Ma soprattutto, si comportano in maniera contraria a
quella imposta dalla cultura dominante: non fanno niente e ci dicono tutto su di noi,
sul nostro affannarci.

Nella tunica artificialmente irrigidita la copia di S. Petronio sembra essere quella che
meglio di altre concede un po’ di ossigeno alla nostra sensibilità soffocata dallo
stress. A differenza della statua che maldestramente la Giunta Comunale ha
appiccicato ai piedi delle Torri degli Asinelli, la copia è più viva dell’originale perché
gioca a fare il morto. Mentre a pochi mesi dalla sua deposizione il monumento vero è
morto davvero, nessuno lo nota più e non ci parla.

Patrizio Paolinelliil Domani di Bologna, 2 marzo 2002.

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