Sesso al lavoro

professione_valletta_slideDa sempre le classi dominanti hanno l’interesse di far credere al resto della
società che vive nel migliore dei mondi possibili: quello più libero e più vicino
alla natura umana. Si tratta di una tecnica di esercizio del potere che non
cambia nel corso dei secoli. Nel medioevo l’obiettivo della vita è la vicinanza
a Dio e da qui l’ubbidienza cieca ai voleri del Signore del castello; oggi
l’obiettivo della vita è la vicinanza al Conto in Banca e l’ubbidienza cieca ai
voleri del Mercato. In entrambi i casi circolano una serie di falsi miti a
sostegno dell’ideologia dominate.

Uno di questi falsi miti è attualmente quello della libertà sessuale. Tra la
latitanza della scuola e tabù familiari i veicoli principali di tale emancipazione
sono i mass-media. Basta guardare un varietà televisivo di prima serata per
vedere drappelli di belle ragazze praticamente nude che fingono di ballare.
Per non parlare di soubrette, presentatrici, attrici, vallette. E’ tutta una gara
a chi fa maggior scandalo spogliandosi. Stessa strategia sui periodici politicoculturali
di maggior diffusione: il nudo in copertina aumenta le tirature. Altro
mezzo per diffondere il mito della libertà sessuale è la pubblicità: limitandoci
a quella cartacea è sufficiente sfogliare una qualsiasi rivista per ritrovare
donne svestite e uomini (molti meno) atteggiati in pose provocatorie. Il
cinema destinato al grande pubblico completa il quadro: manca solo la
penetrazione e poco altro, per il resto anche un bambino assiste a tutto o
quasi.

Questo il mito. Poi c’è la realtà. Di cui ovviamente i mezzi di comunicazione di
massa parlano assai poco. Ma ogni tanto sono costretti a farlo. Una recente
ricerca annuncia che in un anno 728.000 donne italiane subiscono violenze e
ricatti sessuali sul luogo di lavoro. Notizia che, come quelle dello stesso
genere, viene solitamente presentata come una novità. Così come passano
per scoperte i casi di insospettabili cittadini coinvolti in casi di pedofilia.
Capita anche che gli abusi sessuali conquistino la prima pagina: è l’eclatante
incidente dei sacerdoti statunitensi coinvolti per anni nelle migliaia di
molestie su minori. Poi c’è il lato oscuro della realtà: la fiorentissima
industria pornografica le cui riviste e videocassette tirano assai più di tanti
blasonati titoli; il turismo sessuale (quello dichiarato e non); la gigantesca
industria della prostituzione il cui fatturato supera quello di intere
multinazionali. Infine c’è il lato nero degli abusi sessuali consumati nel
chiuso delle pareti domestiche e la cui incerta contabilità fornisce solo la
punta dell’iceberg.

A questo punto si pone una domanda: c’è una relazione tra l’immagine di una
sessualità felice prodotta dai media e l’infelicità reale? Una risposta generale
ma non generica può essere questa: sì, c’è una relazione perché ancora oggi
il corpo costituisce il principale bersaglio del potere. In diversi spot Tv i
bambini sono vestiti come adulti e ammiccano a vaghi corteggiamenti,
mentre la donna resta l’oggetto più esposto al volere dello sguardo maschile.
La perenne incitazione all’orgasmo che proviene dalla Tv come dai cartelloni
pubblicitari disseminati nelle strade delle nostre città non è prodotta per
generare quella forma di altruismo che è l’amore ma per vendere questo o
quel prodotto o semplicemente se stessi. I corpi di donne, uomini e bambini
lavorano per sedurre entrando così in aperta competizione. E dallo schermo
come dalla pagina stampata la guerra di tutti contro tutti sconfina nella
realtà trasformando il sesso in appropriazione, in disamore.

Patrizio Paolinelli, 3 marzo 2002.

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