Che ci dice il Cavaliere

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Silvio Berlusconi. Milano, anni ’80

Non giungerà mai troppo tardi un a seria analisi del linguaggio di Berlusconi. Ovviamente lo spazio di un articolo è insufficiente. Ma può dare un contributo. Cosa ha dichiarato il Cavaliere all’indomani dell’omicidio di Marco Biagi? Prendiamo in considerazione due frasi: 1) “Bisogna uscire dalla spirale dell’odio politico e da un funesto linguaggio degno di una guerra civile”. 2) “Il senso di responsabilità impone a tutti di interrompere la catena dell’odio e della menzogna perché è di questo che si nutre l’inumana ideologia che muove la mano degli assassini”.

Il contesto in cui queste frasi sono pronunciate è chiarissimo: il professor Biagi è
stato ucciso a pochi giorni da una manifestazione contro un Governo che tenta di
imporre per legge il licenziamento senza giusta causa. Manifestazione che si
preannuncia la più imponente dal secondo dopoguerra ad oggi. E in genere i Governi
dinanzi a dissensi così profondi si dimettono o fanno clamorose retromarce. Il
Cavaliere non sfugge al contesto. Fa di peggio: lo deforma. Come? Centrando la
comunicazione sull’attore. Un concetto che significa: il discorso di Berlusconi non è
contenuto nelle parole che ha pronunciato ma sono i lettori/ascoltatori che devono
ricostruirne il significato. Vediamo come.

Prima operazione: l’odio è una personalizzazione del conflitto e l’odiato chi è?
Ovviamente il Governo Berlusconi. Coloro che odiano chi sono? Ovviamente i
sindacalisti che non vogliono la flessibilità illimitata del mercato del lavoro così
necessaria alla nostra economia. Seconda operazione: uscire dal “funesto linguaggio
degno di una guerra civile”. Qui è evidente la menzogna. I partiti della sinistra
storica e le tre più grandi organizzazioni sindacali italiane sono tra le istituzioni più
moderate di un Europa di per sé moderata. La guerra civile non è neanche
all’orizzonte. Eppure di menzogne come queste è farcita l’intera carriera politica di
Berlusconi. Si pensi solo alle toghe rosse e all’Italia in mano ai comunisti. Sono anni
che si passa sopra le grossolane bugie del Cavaliere. E’ vero che fanno sorridere
persino chi non vota a sinistra. Ma si sottovaluta il fatto che le bugie costruiscono la
realtà quanto e più della verità. L’idea di una guerra civile spaventa chiunque tanto è
terribile. E nel linguaggio del Cavaliere possiede due funzioni: la responsabilità
dell’omicidio di Biagi non è del Governo che non lo ha tutelato, ma degli altri. Altri
indistinti che soffiano sul fuoco del conflitto sociale. Il lettore/ascoltatore intuisce
bene a chi si riferisce: sindacati, sinistra, lavoratori arrabbiati dal vedere erosi i loro
diritti fondamentali, la piazza insomma. Governo e Confindustria infatti non
organizzano cortei. Ed ecco la seconda funzione della bugia. Una vocina che non si sa
da dove viene ma parla dentro le nostre teste ci dice: attenti lavoratori, i primi a
rimetterci in caso di guerra siete voi, perciò state buoni e non andate alla
manifestazione del 23 marzo (magari guardate la TV).

Coerentemente, la seconda affermazione di Berlusconi contiene una sequenza
significativa: “interrompere la catena dell’odio e della menzogna”. Cosa è questa
catena? La mobilitazione della società civile contro il Governo e le sue leggi. I
girotondi e i cortei sono catene umane. Ma il colpo da maestro del bugiardo è quello
di accusare gli altri di mentire. Mentono tutti quelli che si oppongono al Cavaliere e al
suo Governo. Da qui a trasformare i dissenzienti in colpevoli il passo è breve. Come si
vede, il linguaggio di Berlusconi non è solo tipico del televenditore, non è solo un
gioco d’astuzia tra simulazione e dissimilazione. E’ qualcosa di peggio: un pericolo
per la democrazia.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 22 marzo 2002.

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