Toni abbassati. L’imbarbarimento del linguaggio politico

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Sergio Cofferati. Marzo 2002

In questi ultimi tempi il discorso politico italiano è dominato da appelli alla moderazione. Questa una delle frasi più utilizzate: “abbassare i toni del dibattito”.
Un richiamo cresciuto all’indomani della cronometrica ricomparsa del terrorismodinanzi al lievitare delle proteste sociali contro l’attacco di Governo e Confindustria ai diritti fondamentali dei lavoratori. Per una parte della sinistra l’invito a moderare i termini significa principalmente: a) ricondurre il dibattito sui temi del lavoro nelle aule istituzionali; b) riannodare il fili del dialogo con il Governo; c) trovare un compromesso. L’intenzione di riportare il confronto all’interno di una dialettica democratica è nobile. Ma non sembra tenere conto che la radicalizzazione del
linguaggio è il segno di forze materiali che parlano un altro idioma.

Non demonizzare l’avversario è un’altra parola d’ordine che circola con insistenza
negli ambienti politici. Benissimo: non demonizziamo Berlusconi e atteniamoci alle
parole. Perché se si dovesse ragionare sulla sostanza ci sarebbe poco da discutere
quando salari/stipendi di giovani al primo impiego si aggirano sul milione e mezzo di
vecchie lire e poco meno costano gli affitti. Ma restiamo nel territorio della
democrazia formale. All’indomani della ricomparsa del terrorismo diversi Ministri e il
Presidente del Consiglio hanno affermato che il sindacato è contiguo all’eversione
armata e che colpi di piazza o colpi di pistola non fermeranno l’azione del Governo.
Non basta: hanno negato che il 23 marzo scorso ci siano stati a Roma oltre 2 milioni
di manifestanti contro l’abolizione dell’articolo 18 (che impedisce i licenziamenti
senza giusta causa) riducendoli a 700.000. Di più: hanno ribadito che andranno
avanti per la loro strada con o senza il consenso dei sindacati. Posizioni lievemente
ammorbidite in una successiva trasmissione TV del Cavaliere ma sufficienti per
chiedersi: siamo dinanzi ad un discorso aperto al confronto?

Non capire il linguaggio di Berlusconi e l’ideologia che rappresenta ha condotto
l’Ulivo alla sconfitta elettorale. E insistere nel chiedere all’interlocutore di essere
altro da ciò che è significa parlare al vento. Nei giorni scorsi Cofferati, leader della
CGIL, riferendosi ad affermazioni di alcuni personaggi del Governo ha dichiarato:
“questi qui non hanno alcun senso dello Stato”. E’ vero ed è necessario prenderne
atto perché il linguaggio di Berlusconi è quello di un capitalismo primitivo che
rispolvera il sogno liberale di una società senza Stato, o, più pragmaticamente, con
sindacati e partiti ridotti ai minimi termini. Anche la Confindustria ha un sogno:
tornare al darwinismo sociale usando i dipendenti come oggetti intercambiabili a
piacere. Sogni a portata di mano che mettono nel conto la riduzione degli spazi di
confronto e svelano l’inganno: l’esortazione ad abbassare i toni nasconde la volontà
politica di toni sempre più abbassati.

L’imbarbarimento del linguaggio non spaventa Berlusconi né la Confindustria. La
prova: gli inviti alla moderazione sono paralleli al sistematico rovesciamento dei
contenuti delle parole: la controriforma sul lavoro diventa una riforma; le virtù della
globalizzazione un adeguamento di salari e stipendi ai livelli più bassi della
dimensione locale; la libertà significa falsare impunemente bilanci; annullare le
conquiste sociali vuol dire modernizzare. Dinanzi a questi giochi linguistici la qualità
del discorso politico precipita. Ma per la sinistra può rappresentare l’occasione di
uscire dai palazzi e tornare a dialogare con il mondo del lavoro.

Patrizio Paolinelliil Domani di Bologna, 2 aprile 2002.

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