La battaglia della comunicazione secondo Giulietto Chiesa

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Ezio Greggio, il cocker Has Fidanken e Gianfranco D’Angelo

Sfidando il caldo torrido che spinge molti fuori città Attac ha organizzato l’altra sera un incontro pubblico all’ex mercato di Via Fioravanti 24, proprio dietro la stazione ferroviaria di Bologna. Tema del meeting: “Libera la mente. Porto Alegre la comunicazione il movimento l’alternativa”. Per l’occasione sono presentati un video e
un libro. Entrambi hanno l’obiettivo di veicolare e ragionare sui messaggi scaturiti
dalle giornate di Porto Alegre. Ma la serata prende immediatamente un’altra piega.
Tra i molti relatori sul palco si trova Giulietto Chiesa. E la sua presenza fa slittare il
dibattito su Mega Chip, il progetto comunicativo che ha recentemente lanciato. Sin
dal primo intervento è questa proposta ad essere al centro dell’attenzione. La cosa
non sembra affatto sgradita agli oltre 300 presenti che Chiesa sollecita
immediatamente parlando davvero senza peli sulla lingua. Afferma il giornalista: “I
problemi della controinformazione come quelli del rapporto tra i movimenti e la loro
scarsa capacità di costituire una massa critica appartengono al passato”. Tenuto
conto del luogo, un centro sociale, e del tipo di pubblico, composto prevalentemente
da giovani alternativi, non ci potrebbe essere un esordio più spiazzante. Ma nessuno
contesta. L’attenzione è massima. E Chiesa rincara la dose: “L’informazione e la
controinformazione sono nulla rispetto a ciò che passa quotidianamente la Tv. Molto
più di un telegiornale è il cosiddetto intrattenimento a trasmettere idee, valori,
concezioni del mondo, dell’odio e dell’amore. Davanti ai programmi di evasione noi
non abbiamo alcuna difesa e questo è il terreno su cui dobbiamo muoverci. Dobbiamo
essere in grado di parlare a milioni di persone. Sbagliamo se rimaniamo fermi alla
controinformazione”.

Nel suo intervento Chiesa non risparmia nessuno. Né la
sinistra riformista, definita un cadavere incapace di comprendere il potere delle
comunicazioni di massa, né lo stesso movimento, incapace di comunicare eventi
come quello di Porto Alegre: siamo tutti analfabeti televisivi. E la posta in gioco non
è solamente l’apprendimento del linguaggio delle immagini. Dice senza mezzi termini
Chiesa: “O affrontiamo la battaglia sulla comunicazione e otteniamo qualcosa, o
perdiamo la democrazia. L’attuale modello di comunicazione produce una società
autoritaria i cui valori (violenza, concorrenza, utilitarismo) non sono insegnati dai TG
ma dai varietà, dai telequiz, dalle trasmissioni strappalacrime, dai più noti
presentatori della prima serata. Sono loro che educano milioni di spettatori al
pensiero unico. Allo stesso tempo i luoghi reali di dibattito, di formazione
dell’opinione pubblica, gli spazi di esercizio della democrazia si vanno riducendo.
Tutta la politica si chiude nello schermo televisivo”.

Tuttavia, come riconosce lo stesso Chiesa, una parte non piccola della società vuole
reagire e reagisce dinanzi al pericolo di una lobotomizzazione di massa imposta dai
media. E il progetto Mega Chip ha proprio questa finalità: favorire l’organizzazione di
iniziative dal basso. La sfida è aperta e il risultato non è scontato. D’altra parte,
osserva Chiesa: <Questo sistema mediatico è vincente perché non è mai stato
sottoposto a critica di massa>. Si tratta di avviarla e Mega Chip può essere il vettore
che sino ad oggi è mancato. Mega Chip non è un agenzia e non ha alcuna pretesa
egemonica. E’ più che altro un collettore decentralizzato che può rilanciare a livelli
territorialmente più larghi le iniziative locali: da corsi di formazione per insegnare a
decodificare i messaggi pubblicitari, alle attività di informazione alternativa già
presenti in numerose città. La metafora è quella delle mille gocce che convogliate in
una determinata direzione possono costituire un vero e proprio fiume. Un fiume di
notizie, informazioni, modalità nuove di lettura delle immagini e dei contenuti che
ogni giorno assalgono l’opinione pubblica.

Forse proprio perché il pragmatismo ha sempre difettato nella sinistra alternativa a
chiusura del dibattito sono stati presentati due progetti concreti. Il primo,
denominato Orfeo Telestreet Canale 51, è stato esposto da Bifo, filosofo antisistema
e punto di riferimento contro la globalizzazione neo-liberista. Grazie ad un
teletrasmettitore dal costo di 1.000 euro dalla bolognese Via Orfeo e per un raggio di
alcune strade circostanti è attivo dal 21 giugno su canale 51, a partire dalle ore
19.00, “un processo di comunicazione televisiva assolutamente territoriale legata
all’esperienza quotidiana” e i cui contenuti è possibile lanciare sul Web. Il secondo
progetto, denominato TV Libera, è stato presentato da Giancarlo Fabj, ex manager
dell’Olivetti (quella dei tempi di Adriano Olivetti, senz’altro il più illuminato
imprenditore italiano del secondo dopoguerra). Si tratta di un’idea che si propone di
realizzare una rete televisiva nazionale, autonoma e finanziata direttamente dai
cittadini con un contributo annuo di 20 euro. L’obiettivo è quello di raccogliere a
breve termine alcune milioni di adesioni per creare una Tv non commerciale ma allo
stesso tempo di massa, di qualità e alternativa al duopolio Rai-Mediaset. Fabj
definisce la propria idea: un progetto di civiltà. La sua come quella di Bifo è una bella
scommessa. Al momento una sola cosa è certa: la guerra mediatica sconvolge
schemi, appartenenze e identità consolidate creando nuove trasversalità. Grande è il
disordine sotto l’etere. La situazione è eccellente.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 22 giugno 2002.

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