Vacanze al mare modelli televisivi

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Scorcio notturno del lungomare di Civitavecchia

Come a molti italiani anche a me è toccato consumare le ferie a luglio. E ho trascorso un paio di settimane sulle coste del Lazio evitando il più possibile le località balneari maggiormente note. Un itinerario personalizzato che ha riservato alcune sorprese.
Lungo il litorale che da Tarquinia si snoda fino a Formia è un susseguirsi di piccole
città ad economia debole che inseguono il modello di sviluppo turistico per
assicurarsi un futuro lavorativo. Allo scopo organizzano il territorio e le attività per il
tempo libero. Nei lungomari costruiti per le passeggiate serali di masse umane e
punteggiati da esercizi commerciali/ristorativi sono allestiti vari spettacoli estivi che
vedono alternarsi sul palco vecchie glorie televisive. E fin qui siamo nel consueto:
ossia nell’imitazione dell’organizzazione del tempo libero dei siti turistici più noti. La
specificità di questa parte della provincia italiana risiede tuttavia in due elementi:

1) il principale beneficiario del modello turistico è l’abitante del luogo e quello dei
comuni limitrofi; 2) la particolarità del sistema di segni che si offre come un libro
aperto dinanzi allo sguardo del visitatore.

Il secondo elemento è senz’altro quello che colpisce di più l’osservatore esterno. Passeggiando la sera nei gremiti lungomari
dei piccoli centri costieri del Lazio salta immediatamente all’occhio l’incrociarsi di due linguaggi: quello post-moderno di tipo televisivo e quello antimoderno dell’ideologia fascista. Il primo linguaggio è espresso nel modo di vestire e di rappresentarsi di una gioventù peraltro bellissima. Il secondo dalla panoplia di svastiche, croci uncinate e slogan del Ventennio che occupano muri di case, selciati,ormeggi e qualsiasi altro spazio visibile al passante.

Passeggiare la sera nel lungomare di Civitavecchia significa incrociare migliaia di
giovani e adolescenti che sembrano usciti dallo schermo televisivo. I ragazzi si
propongono con la mise di ballerini del varietà: camicia sbottonata o in alternativa
maglietta attillata, muscoli in evidenza, gel sui capelli, orecchino, abbronzatura. Le
ragazze sfilano secondo i canoni della moda e dell’idea di bellezza del momento:
pantaloni sotto la vita facendo attenzione che il bordo delle mutandine sia
“casualmente” in mostra, piercing all’ombelico, piccolo tatuaggio sulla spalla o sui
fianchi e per il resto stesso trucco, stessa pettinatura, stesso atteggiamento, stesse
trasparenze delle vallette e delle pseudo presentatrici televisive. Insomma tutti figli
di mamma Tv. Uno dei principali elementi di contatto tra ragazzi e ragazze è
l’automobile, regina degli spot pubblicitari insieme ai prodotti cosmetici, quelli per
l’igiene intima e per la casa. A fianco delle isole pedonali e fino a tarda notte è un
ininterrotto via vai di quattroruote con relativi concerti di clacson, ingorghi e talvolta
insulti. Insomma la società dei consumi di pasoliniana memoria sembra ancora fare
faville, sembra ancora capace di orientare la mutazione antropologica delle giovani
generazioni. Una mutazione necessaria al capitalismo globalizzato per vendere i suoi
prodotti: abbigliamento, accessori, automobili/motociclette, cosmetici ecc.
Sennonché a fianco dell’immaginario televisivo stile Mediaset – un immaginario
capace di riempire gli occhi con la sua sapiente miscela di eros e narcisismo
pubblicitario – lo sguardo incontra di continuo l’armamentario della simbologia
fascista. Non solo i muri sono abbondantemente ricoperti di svastiche e fasci littori
ma persino negli innocenti messaggi d’amore che gli adolescenti si scrivono sulle
pareti esterne delle case, (tipo: “Mario ti amo”), le “o” sono scritte con il simbolo
del Fuan ossia un cerchio con una croce interna. Segno che nell’immaginario
giovanile la cultura di estrema destra è altamente diffusa tanto da essere utilizzata
anche fuori contesto. Ma non finisce qui: nei mercatini rionali è possibile acquistare
medaglie con l’effige di Mussolini, decorazioni naziste e in tranquilli negozi per turisti
non è infrequente trovare in vendita cartoline inneggianti alle gesta del fascismo.
A dispetto di molti analisti la virtualità televisiva è capace di trasformarsi in concreti
comportamenti di massa, in precise immagini del corpo, della bellezza e della
sessualità fatte proprie dall’industria dell’intrattenimento. La virtualità televisiva è
capace di produrre soggettività corrispondenti alla produzione di beni/servizi sempre
meno utili e sempre più estetizzanti. Ed è capace di realizzare un perfetto kombinat
tra comunicazione sociale e consumi collettivi. In poche parole: l’immaginario
collettivo viene prodotto dall’industria della comunicazione e materializzato da quella
del divertimento e del tempo libero. Sul litorale laziale queste performance
coesistono con l’iconografia del Ventennio. Coesistono con un passato che sembrava
morto e sepolto e che invece oggi torna a parlare il suo linguaggio parallelamente al
gusto post-moderno per l’apparenza e l’apparire. Se si tiene conto che quanto è
culturalmente palpabile nel microcosmo delle coste laziali è oggi tentato a livello
nazionale dal Governo di centro-destra si pongono tre problemi politici: 1) in termini
di consenso elettorale che cosa può accadere se i due linguaggi si integrano
definitivamente tra loro? 2) esistono contraddizioni tra la grammatica della
televisione e quella fascista in modo da impedire una loro più stretta alleanza? 3)
all’ideologia individualista nelle versioni televisivo-consumista e fascista può la
sinistra opporre un’idea alternativa e vincente di soggettività, individualità, identità?
Ai politici di professione le risposte.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 24 luglio 2002.

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