Se l’informazione diventa marketing

comunicareTra le ultime arrivate nel consesso della cultura ufficiale la nozione di società dell’informazione ha conosciuto da parecchi anni a questa parte un larghissimo quanto immeritato successo: è persino adottata nei documenti ufficiali dell’Unione Europea. Utile incidente che: 1) istituzionalizza la formula; 2) la eleva a paradigma facilmente spendibile dai mass-media; 3) le permette di battere la concorrenza con altre idee-guida. Soprattutto: il pseudoconcetto di società dell’informazione oscura la dimensione pratico-ideale realmente sovrana: la società governata dalle grandi corporation.

Saperi e mentalità dominanti sono sempre a caccia di idee che allontanino quanto più
possibile dalla realtà materiale e dalla democrazia sostanziale. Da qui l’importanza
dell’inautentico nella sua doppia versione: latente e manifesta. Prendiamo il caso
della Tv: la versione latente dell’inautentico consiste in trasmissioni orientate ad
occultare, simulare, dissimulare, mascherare (basta ascoltare un qualsiasi Tg per
rendersene conto); la versione manifesta in trasmissioni orientate ad esporre,
esibire, ostentare, propagandare (basta assistere ad un qualsiasi telequiz, spettacolo
di varietà, partita di calcio, spot pubblicitario ecc.). Entrambe le spinte
rappresentano differenti palcoscenici della società dell’informazione. Il collante è il
potere di sorveglianza sugli spettatori. In termini di politica televisiva l’autentico
sarebbe stato un progetto di emancipazione delle masse popolari: ossia trasmissioni
prevalentemente orientate all’istruzione, la conoscenza, la cultura, il divertimento
intelligente. Così non è stato. Così non è. Una meraviglia tecnologica come la Tv è
sistematicamente utilizzata per il controllo sociale: il potere del progresso ha
abdicato al progresso del potere.

Probabilmente l’idea e l’ideologia della società dell’informazione resisteranno ancora
a lungo: a beneficio delle istruite classi medio-alte e dei ricchi professionisti
multimedializzati. D’altra parte: a chi opporsi se la società dell’informazione è
immaterialmente fondata sul sapere, sullo scambio, sulla padronanza tecnica di
software? Persino in una situazione come quella italiana, dove il proprietario di un
impero mediatico ha conquistato grazie alle sue Tv il potere politico si fa fatica a far
comprendere al grande pubblico come l’informazione possa trasformarsi nei suoi
contrari: disinformazione, manipolazione, controllo, repressione. Difficoltà coerente
con il mutare delle forme di potere. Il dominio dei media è affermativo e si esprime
principalmente nella produzione di informazioni, notizie, intrattenimento. Risultato:
tre modalità di lavoro pratico-sensibile per ogni libero individuo delle nostre libere
democrazie. Libero individuo che: 1) attiva il proprio tempo canalizzandolo in modelli
comportamentali legittimati: dal tifo per la squadra di basket al sesso in vacanza; 2)
attiva forme di socializzazione che lo inducono a identificarsi con le classi
immediatamente superiori: dall’abbigliamento alla moda al ritrovo nel locale
notturno di tendenza; 3) attiva rimozioni collettive che neutralizzano quello che
Reich definiva “il lato rivoluzionario della struttura psichica”: dalla mancata
identificazione con la propria condizione sociale all’incapacità di pensare forme
autonome e alternative di socializzazione.

L’immagine della società dell’informazione, i più recenti concetti di società della
comunicazione e della globalizzazione hanno rafforzato le principali pratiche di
dominio delle grandi corporation sulla società. Dall’IT degli anni ’80 all’ITC
(Information and Communication Technologies) degli anni ‘90 nessuna vera forma di
mutamento sociale ha alterato il profilo delle società avanzate. Oggi come ieri
viviamo in una società capitalistica i cui contenuti fondanti sono quelli del
darwinismo sociale. Le speranze che la tecnologia informatica su cui si fonda
l’apologia della società dell’informazione cambiasse radicalmente la vita umana
tramite l’e-shopping, la democrazia elettronica, il tele-lavoro e tutti i fantasiosi
eccetera dei tecno-ottimisti sono naufragate sugli scogli della reale natura delle
trasformazioni in atto: la continuità storica del dominio capitalistico sotto l’ideologia
della modernità: una modernità per alcuni implosa (Habermas), per altri esplosa
(Touraine), per altri ancora definitivamente morta (Hardt e Negri).

Nell’immaginario collettivo prodotto dai media lo sviluppo dei processi produttivi e
della vita quotidiana dettato dal silicio ha avuto tra i suoi effetti principali la nascita
del mito del computer. Una diretta gemmazione dai miti ottocenteschi del progresso:
la macchina, la velocità, l’automazione. Ma le grandi corporation non possono
prevedere tutto. Tra il 2000 e il 2001 l’industria multimediale, Internet, l’e-commerce
e la new-economy in generale hanno subito una secca battuta di arresto.
Alcune cause: i consumatori non hanno tratto poi molti benefici dall’e-shopping, nella
maggioranza dei casi i knowedlege workers (lavoratori della conoscenza) si sono
scoperti nuovi schiavi con bassi redditi e costretti a vivere per lavorare, la webpromessa
della visibilità per tutti nello spazio virtuale si è rivelata una pia speranza.
Risultato: ancor prima di nascere la nuova società fondata sul flusso costante di
informazioni è entrata in crisi. Si è scoperto così che per decenni la massa culturale
di esperti, giornalisti, futurologi ecc. dedita alla lieta novella della società
dell’informazione ha diffuso più una credenza che una realtà: la convergenza tra
new-economy e new-society. La fata elettronica si è rivelata una strega e grandi
industrie della comunicazione sono oggi costrette a impensabili ridimensionamenti.
La cieca fiducia nell’idea di società dell’informazione ha prodotto una razionale
irrazionalità di massa aliena all’analisi sociologica sulle origini, i meccanismi di
diffusione, le finalità politiche delle tecnologie a base informatica. Come quasi tutte
le manifestazioni umane condizionate da un progresso tecnologico asservito al
potere economico il sistema dominante di informazione è caduto in un paradosso:
produce sempre meno conoscenza. Il ruolo prevalente dei mass-media (e negli USA
anche quello di tante scuole e università) è ormai quello di spingere la vendita di
prodotti/servizi ubbidendo alla richiesta delle corporation di allargare il mercato
della comunicazione. Informazione e cultura sono oggi dominate dal marketing tra le
cui funzioni c’è quella di assicurare la commercializzazione del prodotto: sia esso un
nuovo modello di Tv, un personal computer, un leader politico. Così è caduta la
distinzione tra pubblicità e notizia. Così è caduta la distinzione tra riflessione
consapevole e promozione. Così è nata l’ideologia della società dell’informazione e
tutti siamo rimasti alla mercé del vecchio Monsieur Profitto.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 11 agosto 2002.

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