La guerra mediatica 3

guerra-mediaticaSui fronti della guerra mediatica la piovosa estate che stiamo per lasciarci alle spalle è stata caldissima. Prima di addentrarci sui campi di battaglia vediamo cosa è plausibile intendere con l’idea di guerra combattuta con antenne televisive e carta stampata.

1) E’ una lotta di potere tra élite che tendenzialmente esclude la
partecipazione popolare se non sotto forma di pubblico o folla da stadio. La società è
la grande emarginata pur essendo il suo controllo la posta in gioco dell’intero
conflitto.

2) La Tv generalista è l’arma comunicativa più potente. Possederla significa
essere dotati di una forza che: orienta l’opinione pubblica; condiziona le scelte
elettorali; contribuisce in maniera decisiva alla conquista del potere politico.

3) Informazione, propaganda e pubblicità sono ormai un intreccio finalizzato a fare
della comunicazione un tutt’uno con il pensiero unico dell’attuale neo-liberismo.

4) La guerra mediatica non nasce per moto proprio ma corrisponde alla guerra
economica che negli ultimi 20 anni ha prodotto: la restaurazione del potere assoluto
del capitalismo sulla società; la precarietà di molti e la ricchezza di pochi.

5) A differenza dei rapporti di dominio immediati e materiali sul luogo di lavoro il potere
della Tv è autoreferenziale. Genera di continuo nuovo potere ma con una
particolarità: è immateriale, sublimato dagli spettatori, invisibile, non localizzabile
perché è ovunque, dentro e fuori lo schermo. Fatto il punto teorico vediamo casa
accade sul campo.

Tv & calcio. E’ stato il romanzo agostano. Club e Rai hanno trattato per settimane sui
diritti di trasmissione delle partite. E a tutt’oggi non hanno raggiunto un accordo
economico. Intanto il campionato è slittato di due settimane. Un dramma nazionalpopolare
che ha fatto versare alla stampa italiana fiumi d’inchiostro. E tifosi/non
tifosi hanno percepito “in chiaro” che il calcio è ormai solo affarismo. Ma sul piano
politico risvolti non sono solo negativi: proprio perché in crisi il calcio favorisce le
ascese di uomini anticrisi, nuovi narratori alla Berlusconi, presidente del Milan e
proprietario di Tv commerciali.

Rai 3/Mtv. Rai3 prosegue nel suo malinconico declino. Programmi scadenti,
palinsesti traballanti, film interessanti relegati nel cuore più profondo della notte.
Trend negativo anche per MTv. Il canale che ha creato la videogeneration è stato
colonizzato dalla pubblicità ed è precipitato nel baratro di programmi banali condotti
da oche giulive e bellocci dall’italiano stentato che intervistano la star di turno
ansiosa di vendere il più possibile.

Terrorismo. E’ la fiaba più recente con la quale le élite al potere manipolano
globalmente l’opinione pubblica. Un esempio: il falso scoop della Cnn sul
ritrovamento in Afghanistan di 64 videocassette appartenenti a Bin Laden. Quotidiani
e TG si sono sperticati nel mostrare le immagini di un cagnolino-cavia utilizzato per
testare armi chimiche. Come non commuoversi? Si è trattato di un’operazione bellica
di tipo non militare che ha l’obiettivo di fomentare paura collettiva e giustificare
future guerre.

Altri fronti in ordine sparso: Auditel fornisce dati inventati sul numero di spettatori
delle trasmissioni TV; i media indipendenti si difendono sul Web dalle campagne
intimidatorie di Panorama (di proprietà di Berlusconi) che equipara l’informazione
alternativa al terrorismo; Assolombarda, in tandem con i Carabinieri (buoni d’animo
e altruisti nei serial televisivi), scheda i lavoratori che scioperano e si perquisiscono
le abitazioni di giornalisti che indagano dove non devono indagare; Sciuscià, il talkshow
non allineato all’idea televisiva di Berlusconi, è stato soppresso dalla Rai.

Conclusione: per la maggioranza dei cittadini le uniche eredità della guerra mediatica
sono lutti e devastazioni. Il lutto di una democrazia sempre più zoppa. Le
devastazioni di una cultura di massa sempre più mediocre. L’abbassamento di qualità
di film, fiction, musica leggera, dell’informazione e dello stesso calcio è il segno di
una crisi della civiltà capitalistica che ha ormai tagliato di netto le sue radici liberali.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 6 settembre 2002.

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