Le virtù della rivolta. Potere e contropotere nelle lotte degli interinali Tim di Bologna

tim (1)Essere. Annamaria, Domenico, Federica, Francesco, Tommaso. Età media 30 anni. No sposati. No figli. No economicamente autosufficienti. Tre iscritti all’Università, un laureato ed una diplomata. Tutti lavorano. Tutti vivono in coabitazione e fruiscono del sostegno economico della famiglia.

Ecco in controluce cinque biografie fotografate nell’agosto del 2002. Appartengono a
lavoratori interinali con la qualifica di Operatori di Call Center presso la Tim di
Bologna. In tutto sono 240. Vengono assunti a tempo determinato da
un’Agenzia e affittati alla Tim con contratti di sei mesi rinnovabili per un
massimo di due anni e mezzo. I nostri cinque intervistati hanno alle spalle una
stagione di lotte che li ha visti protagonisti: è anche merito loro se per la prima
volta in uno dei sette Call Center Tim dislocati nella penisola i precari hanno un
sindacato forte e stabile a cui fare riferimento. Li ha motivati l’azienda con i
suoi saperi, i suoi poteri, la sua indifferenza. Li ha spinti verso il conflitto una
volontà il cui inizio è la pretesa di una fine: fine della condizione di precari.

Voce del padrone. Nel 2000 la Tim invia agli interinali quattro distinti
messaggi a significare come meglio non potrebbe la propria logica di potenza:
conti che non tornano nelle buste-paga (guarda caso sempre a vantaggio
dell’azienda); trattamento arbitrario sulle maggiorazioni per le festività, sulle
ferie e sulla retribuzione delle malattie; spaccio di formazione aziendale: 120
ore non pagate e per la maggior parte passate a lavorare; premio di
produzione erogato solo ai dipendenti fissi mentre la legge prevede parità di
trattamento economico. Domenico: <Questa situazione è andata avanti per un
bel po’ fino a quando abbiamo deciso di organizzarci anche sindacalmente per
mettere fine agli abusi. Non tenere gli occhi aperti significava farsi decurtare
un parte consistente del salario. E al di là della questione economica ci
sentivamo considerati lavoratori di serie b. Era la prima percezione che
avevamo pur lavorando come gli altri e avendo sulla carta gli stessi diritti>.
Tutti buoni motivi per innescare la rivolta. Ma non si tratta di cattivo
management. E’ dura dialettica tra potere di comando contro prevedibili
resistenze e contropotere dell’indisciplina. D’altra parte il capitale vive di
contraddizioni, antagonismi e lotte. Il suo obiettivo non è bloccare il divenire
ma pilotarlo. Certo, può perdere il timone. E’ l’unico serio pericolo da mettere
sul conto. Ma in determinate fasi la lotta paga tutti: dominati e dominatori. E i
dominati non si sono fatti attendere.

Escalation. Novembre 2000. Gli interinali della Tim iniziano a riunirsi. Le
assemblee sono fortemente partecipate, tenute fuori dall’azienda che tutt’oggi
non concede i locali. Le rivendicazioni sono simmetriche ai messaggi aziendali:
maggiore trasparenza sulle buste paga, diritto alle ferie, uguaglianza di
trattamento economico con i dipendenti fissi ecc. Meno scontate di un eccetera
le sterzate impresse dagli interinali: 1) la controparte vera non è l’Agenzia da
cui l’interinale provvisoriamente dipende ma chi utilizza il lavoro: la Tim; 2)
obiettivo finale delle lotte è il superamento delle condizioni di precarietà.
Spostamenti di campo che permettono agli interinali di: risolvere l’ambiguità
del doppio padrone (l’Agenzia o la Tim?); dare al potere un volto; sollevare la
posta in gioco fino all’inammissibile: l’assunzione full-time.

Viva voce. Domenico: <Il 21 dicembre 2001 abbiamo sostenuto uno sciopero
di 8 ore al Call Center di Bologna. Il primo organizzato dagli interinali e
appoggiato dai dipendenti. Tutti i sindacati presenti in Tim hanno appoggiato lo
sciopero sulla nostra piattaforma: stabilizzazione del rapporto di lavoro; non
lavoriamo per picchi aziendali; e proprio perché la Tim non rispetta la legge sul
lavoro interinale chiediamo il superamento di questa condizione. Sciopero
riuscitissimo con un presidio davanti al Call Center di via Mattei. C’erano 300
lavoratori, molti interinali e molti dipendenti. Abbiamo fatto un blocco stradale
di un paio d’ore>. Tommaso: <Con lo sciopero è partito un percorso quotidiano
di lotta che ha portato a febbraio 2002 ad eleggere una rappresentanza votata
dal 65% dei lavoratori. Una percentuale da fabbrica metalmeccanica
sindacalizzata>.

Élite e precari: la desocializzazione che avanza. Il potere è relazione
asimmetrica. L’asimmetria Tim/interinali è composta da molti elementi. Quello
moderno: chi vende il proprio tempo può farlo una volta sola; chi lo acquista
può farlo più volte in ragione del proprio potere economico: alla Tim di Bologna
lavorano 1.100 persone. L’elemento post-moderno: la de-segnificazione della
controparte. Che vuol dire: l’incomunicabilità è una qualità della dialettica
servo-padrone nella dimensione post-fordista. Ma l’incomunicabilità del potere
non è un vuoto. E’ una pratica di esercizio del dominio finalizzata a
neutralizzare le forme di cooperazione da cui prende vita la forza politica del
lavoro dipendente. Ad ascoltare i miei 5 intervistati la maggior parte dei
lavoratori Tim non sa dove si trova l’ufficio del personale; i badge degli
interinali sono titolati “Visitatori”, così si può passare 30 mesi a lavorare nel
Call Center Tim ed essere considerati dei perfetti estranei; nessuno degli
interinali ha rapporti diretti con i quadri aziendali fatta eccezione degli
Assistenti (zelanti capetti con funzione di sorveglianza del processo
produttivo). Episodi minuti che bisbigliano l’allargamento della distanza sociale
tra dominati e dominatori, la polarizzazione tra potere e nuovo proletariato.

Dialettica della conoscenza. L’imperscrutabilità della Tim dinanzi agli
interinali è un tentativo di ritorno alla fase più primitiva del comando: quella
prelinguistica basata su semplici segnali. E l’impenetrabilità della gerarchia nei
confronti degli interinali è contemporaneamente molto più di e molto di meno
di una dichiarazione di guerra. Molto di più perché è la negazione
dell’avversario, il rifiuto del suo essere, della sua sensibilità, del suo corpo,
della sua sofferenza; è considerare l’Altro senza vita. Molto di meno perché la
distanza comunicativa è l’apertura di uno spazio; è la possibilità per l’Altro di
gridare il proprio diritto alla vita. Gridare è combattere e le parole sono armi.
Se il potere me le sottrae io posso ricostruirle. Se il potere eleva una cortina di
silenzio io esco allo scoperto. E per mutare i rapporti di forza a mio favore per
prima cosa produco un discorso. Così si spiega l’iniziativa dei precari Tim di
svolgere un’autoinchiesta. Dalla quale emerge un profilo poco aderente alle
idee del precariato come opportunità per uscire dalla noiosa routine del posto
fisso o per irrobustire il curriculum: per sopravvivere la maggioranza degli
interinali Tim di Bologna svolge più attività a tempo parziale; quasi tutti si sono
rivolti ad un’Agenzia perché è l’unico canale per trovare lavoro; una
percentuale bulgara è disponibile ad essere assunta a tempo pieno dalla stessa
Tim. Attualmente una quarantina di interinali sono in causa con l’azienda per
essere assunti a tempo indeterminato. Federica, Francesco e Tommaso sono
tra questi.

Uguaglianza, uguaglianza, uguaglianza. Il lavoro precario si svela come
una condizione obbligata nei confronti della quale il potere non rispetta la
legalità, le regole che ha imposto. Ad aprile 2002 la Magistratura del lavoro ha
condannato la Tim per comportamento antisindacale e per aver superato il
tetto dell’11% di interinali, ossia per uso strutturale del precariato. Francesco:
<La Tim ha adottato una lunga serie di comportamenti arbitrari come ad
esempio obbligarci a non prendere più di 5 giorni consecutivi di ferie anche se
avevi maturato un mese. Persino l’avvocato dell’Adecco, l’Agenzia con cui
avevo il contratto, è rimasto sbalordito quando ha saputo della cosa. Ora
possiamo prendere due settimane consecutive. Ma abbiamo dovuto lottare per
questo, come per avere le assemblee retribuite. Ma vorrei chiarire un fatto
importante: noi non abbiamo mai chiesto niente di più dei nostri diritti. Noi non
abbiamo lottato per un aumento di stipendio o un orario diverso ma per il
rispetto del contratto, per avere il premio di produzione esattamente come i
nostri colleghi fissi e come dice la legge. Noi abbiamo chiesto l’uguaglianza di
trattamento economico, l’uguaglianza per quanto riguarda le ferie,
l’uguaglianza per quanto riguarda il lavoro. Abbiamo chiesto di non essere
trattati come ruote di scorta, anche perché mandiamo avanti il Call Center
come qualsiasi altro dipendente>.

Marginale e antagonista. Canetti: <Quando la forza dura a lungo, diviene
potere>. Principio rispettato nel conflitto Tim/interinali. Nel momento in cui
l’azienda ha provato a licenziare subdolamente Domenico, non rinnovandogli il
contratto, in cinque ore si è dovuta rimangiare la pur legittima iniziativa.
Retromarcia del management e scatto in avanti del sindacato dei precari. Che
prima non c’era ed ora c’è. E si è reso visibile. E si è reso potente. Tommaso:
<Allo sciopero regionale dell’11 luglio 2002 abbiamo preso la testa del corteo
come lavoratori interinali Tim. E’ la prima volta che uno sciopero generale
viene aperto dai lavoratori precari. La CGIL locale ha dimostrato sensibilità
verso le nuove forme di lavoro, verso gente che l’art. 18 non sa cosa sia e con
Annamaria che è intervenuta dal palco>. La Tim ha risposto con tradizionali
misure repressive: gli interinali sindacalizzati sono oggi ghettizzati in un piano
dei locali aziendali per evitare il più possibile contatti con altri lavoratori.
Contromossa degli interinali: a luglio 2002 Annamaria, Domenico e Tommaso
sono andati al Call Center Tim di Milano per contribuire ad organizzare i precari
locali trasmettendo la loro esperienza di lotta. L’azienda non li ha fatti entrare.
Allora sono usciti i lavoratori e le assemblee si sono tenute in cortile. Poi gli
hanno negato anche il cortile. E gli interinali si sono parlati attraverso le
sbarre dei cancelli. Le assemblee sono state un successo. Domenico: <Tre
lavoratori da 850.000 lire al mese che mettono paura ad una macchina da soldi
come la Tim. Siamo andati via da Milano orgogliosi>.

Distorsioni: il sorriso del dolore. Per Weber il potere significa: capacità di
influire sugli individui al punto tale che i dominati assumono come proprio
volere il contenuto di comando dei dominatori. Il contropotere degli interinali
consiste: nell’associare il lavoro precario a un’ingiustizia che produce
un’identità precaria; in una struttura del sentire che rivendica una soggettività
integrale. Dialettica nota al capitale. Che si nutre di molte espressioni della vita
quotidiana: per costruire nuove tendenze della moda invia i suoi cacciatori
(cool hunter) nei ghetti delle metropoli, tra gli sconfitti nella corsa al successo
a depredare il loro modo di vestirsi e di atteggiarsi. Istruisce gli interinali Tim
ad un linguaggio nei confronti del cliente in cui le parole <bisogno>,
<problema> non devono mai entrare in scena. Paga spot televisivi con giovani
Operatori ripresi in algidi Call Center e che si presentano per nome e sorridono
e ringraziano per aver chiamato il 119 e sono felici di servire… e il potere ti
ruba l’anima. Ma l’anima si oppone: tramite il dolore, l’indignazione. Che si
diffondono dando vita ai primi contenuti del contropotere. Federica: <Cosa mi
fa incazzare di più nei rapporti con l’azienda? Il fatto che abbiamo bisogno di
lavorare e la Tim ci prende per il collo, ne approfitta. La Tim spende un sacco
in pubblicità e per i dipendenti non fa niente, ci spreme come limoni e poi via>.

La condizione plof-moderna. Per la Tim gli interinali sono superflui e
indispensabili. Li usa e ne abusa. Per gli interinali la Tim non garantisce la
sopravvivenza. Annamaria: <Non arriviamo a prendere un milione netto al
mese. Con questi stipendi non si vive. Assolutamente no. Tra affitto, minimo a
Bologna 1.200.000 di vecchie lire, e spese fisse come luce, acqua e gas, il
nostro stipendio non basta. Io sono in coabitazione con altre tre persone.
Altrimenti non si riuscirebbe a fronteggiare le spese>. Domenico: <Noi
interinali non abbiamo diritto ad avere prestiti, mutui… Non possiamo
acquistare un’automobile, ovviamente usata e a rate, perché quando chiedi un
finanziamento le banche o qualsiasi altro ente non ti fanno credito. Gli interinali
sono lavoratori senza cittadinanza. Sono convinto di questo. Perché per il tipo
di lavoro che svolgiamo non abbiamo accesso al diritto alla casa, a formarci
una famiglia, ad avere la nostra autonomia. Abbiamo trent’anni suonati e per
tirare avanti dobbiamo chiedere soldi ai nostri genitori. E’ una vergogna>. Il
conflitto tra una vita ridotta ad agonia e domande di un futuro degno di essere
vissuto non ha certo trovato soluzione nella vicenda Tim/interinali. Ma nel suo
piccolo indica che l’impresa capitalistica oggi non è semplicemente contro i
lavoratori ma contro la società. I mestieri atipici e buona parte del lavoro
autonomo conducono al naufragio del materialismo negativo di Hobbes. Il
filosofo che anticipò di secoli i post-moderni con il suo apprezzamento della
vita come moto perpetuo è arrivato al capolinea di un’oltremisura: raggiunta la
massima circolazione del denaro, raggiunta la massima flessibilità del lavoro.
Risultato: il potere del capitale non favorisce più l’evoluzione sociale. Ormai
può solo tornare indietro e ripristinare con antiche forme di schiavitù la
ripetizione di un dramma storico.

Divenire. Precari, co.co.co, atipici e tutta la teoria di non garantiti che
entra/esce dal mercato del lavoro sono in larga misura condannati alla povertà.
Lo sanno bene gli interinali Tim di Bologna. Le future lauree che prenderanno
non lasciano presagire stabili prospettive occupazionali. L’attività di Operatore
di Call Center Tim è ripetitiva e dequalificante, nemmeno spendibile presso
altre aziende dello stesso settore perché la Tim utilizza standard e procedure
informatiche proprie, del tutto differenti da quelle dei concorrenti. Aumentare
la forza contrattuale è l’unica chance degli interinali per appropriarsi in qualche
maniera del proprio tempo, della propria identità. Prossime mosse: 1)
individuare nel reddito di cittadinanza la parola d’ordine con cui mobilitare non
solo i precari ma anche disoccupati, immigrati, studenti che lavorano parttime;
2) battersi contro la modifica dell’art.18 dello Statuto dei lavoratori che
garantisce contro il licenziamento senza giusta causa. Annamaria: <L’obiettivo
politico che ci poniamo è quello di diffondere la nostra esperienza di lotta negli
altri Call Center d’Italia. E non solo quelli della Tim>.

Patrizio Paolinelli, Posse, Ottobre, 2002, manifestolibri, Roma.

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