Media attivisti all’attacco

media activism pasquinelliUn testo corposo che descrive il conflitto dell’informazione

Scrivere una recensione che non sia pubblicità occulta significa aver scandagliato a fondo il libro che si propone ai lettori. Nel caso del saggio curato da Matteo Pasquinelli, Media Activism. Strategie e pratiche della comunicazione indipendente, (DeriveApprodi, Roma, 2002, Euro 14,00), la deontologia del recensore si scontra con un limite obiettivo che impedisce di presentare un esaustivo lavoro di sondaggio.

Media Activism è un testo corale composto da 44 pezzi, suddivisi in 8 capitoli e scritti
da una trentina di autori. Nell’ambito di un quotidiano è persino impossibile
presentare tutti gli argomenti trattati e la mappa delle tante esperienze nazionali e
internazionali. Ancor meno riassumere una ad una le varie posizioni. Ed è un peccato
perché sono molte le opinioni che meritano di essere discusse sia per quel che si
condivide sia per quel che non si condivide. Comunque il lettore è avvisato: quanto
diremo è assai meno di quello che siamo costretti a tralasciare.

Tema del libro è la comunicazione indipendente. Sostenitori: i soggetti che si
oppongono alla cultura dominante. Avversari: i mezzi di comunicazione di massa in
quanto veicoli del pensiero unico. I cardini su cui poggia la produzione democratica
di comunicazione sono: uso massiccio dei nuovi media, interattività, orizzontalità del
sistema, cosmopolitismo, sperimentazione, convergenza tra media. Fin qui niente di
particolarmente nuovo, almeno per gli addetti ai lavori. Per l’Italia la novità risiede
nel deciso emergere di una figura con la quale anche il grande pubblico sta entrando
in confidenza: il media attivista. Sul piano della comunicazione è un antagonista
radicale del neoliberismo. E in un certo qual modo il libro curato da Pasquinelli ne
sancisce il riconoscimento anche per il pubblico della carta stampata allargandone
così la visibilità e conferendogli in un certo qual modo uno statuto teorico/pratico.

Sul piano dei mestieri il media attivista presenta un discreto ventaglio di
professionisti. Un incompleto elenco: videomaker, fotografi, giornalisti, hacker,
redattori, scrittori, programmatori. Si differenziano nettamente dai loro colleghi della
comunicazione istituzionale per la cultura politica che presiede il loro fare e, afferma
Pasquinelli, anche per la loro forma mentis. In cosa consiste la diversità? Per capirlo
senza tanti giri di parole ecco un brano dell’intervista a DeeDee Hallek sostenitrice
di Indymedia: <Sicuramente abbiamo cambiato la percezione del pubblico rispetto
alle organizzazioni del mercato globale. Nessuno più guarda al Wto o alla Banca
mondiale come a organismi caritatevoli: questo già rappresenta una vittoria
immensa>. In definitiva: il media attivista lavora nella comunicazione per costruire
una società alternativa a quella imposta dall’ultramediatizzato pensiero unico (che
detto in breve consiste nella vecchia ideologia utilitaristica borghese spinta al
massimo, con buona pace per i “tramontatori” delle ideologie).

Indymedia, appunto. E’ il simbolo della comunicazione indipendente. Ad esso è
dedicato un intero capitolo del libro. Indymedia è un network di media gestiti
collettivamente e presente ormai in tutto il mondo. La sua travolgente diffusione è
dovuta a processi tecnologici: l’avvento delle minicamere digitali a basso costo, la
convergenza video/Internet; e processi politici: l’integrazione tra movimento e newmedia.

Il sito Web di Indymedia Seattle è inaugurato nel novembre del 1999. Nel
giugno 2000 nasce a Bologna Indymedia Italia e Pasquinelli è tra i fondatori.
Esperienze giovani ma che hanno iniziato a creare seri problemi al potere delle
corporation della comunicazione: in casi come la repressione in stile cileno avvenuta
a Genova nel luglio del 2001 durante le manifestazioni contro il G8, le major
dell’informazione non hanno potuto distorcere i fatti come è loro abitudine. Si sono
trovate davanti un esercito di professionisti, meglio un’altra società che gli ha
impedito di costruire il loro solito castello di menzogne.

L’unica istituzione storica che trova posto nel libro è il sindacato con un intervento di
Mario Agostinelli, Segretario della Cgil lombarda. Il quale registra una situazione in
cui: a) i mezzi di comunicazione di massa travisano i problemi del lavoro; b) le reti
aziendali non favoriscono il contatto tra lavoratori; c) il sindacato è attestato <in un
contesto comunicativo ancora taylorista e nazionale>. Per Agostinelli, dinanzi ai
mutamenti spazio/temporali imposti dalla globalizzazione occorre raccordare il
mondo del lavoro con i movimenti e le associazioni dei consumatori. Ma soprattutto
occorre <più democrazia diretta accanto a quella delegata>. E qui giungiamo al
messaggio politico principale lanciato da Media Activism: l’idea di democrazia
diretta. Una proposta e una pratica che percorre tutto il libro e si contrappone alla
democrazia formale concessa dall’alto. La democrazia diretta è sostanziale perché
proviene dal basso. Come descrive Marco Trotta nel suo pezzo, il ritardo culturale
della sinistra istituzionale rispetto alla comunicazione e l’innumerevole serie di errori
che ha commesso (chiusura de l’Unità, di network, radio, fogli informativi, case del
popolo ecc.) sono stati colmati da un sotterraneo e ultradecennale lavoro della
società civile, sono stati colmati da chi non ha potere. In Italia il movimento dei
movimenti affonda le sue radici in <un sottobosco vivo e attivo di realtà locali che
hanno prodotto network, reti telematiche, giornali di quartiere, radio comunitarie,
che hanno pazientemente e costantemente rotto la cappa di silenzio producendo una
sensibilità di massa> fortemente critica nei confronti della comunicazione
dominante. Osservato dall’esterno il media attivismo è una presa di coscienza del
dominio autoritario dei Big media e un movimento di rivolta che ha nella società il
suo brodo di coltura. Non a caso il sito Web di Rekombinant lancia la proposta della
<Multitudo Tv>: una Tv di quartiere che proclama la libertà per la casalinga di
Voghera. Non a caso l’ultimo capitolo del libro è dedicato ai mediawatch: gli
osservatori sulle tecniche di manipolazione dell’informazione. E che in Italia ha visto
la nascita di Megachip, associazione animata da Giulietto Chiesa, tra i cui scopi c’è
quello di educare ad una fruizione consapevole dei contenuti mediatici.

In chiusura altri quattro meriti di Media Activism: a) fornire parecchie informazioni
sul panorama internazionale della comunicazione indipendente; b) porsi il problema
dell’autoreferenzialità, ovvero di come uscire dalla nicchia degli internauti; c)
staccarsi dal determinismo tecnologico, quell’atteggiamento pseudorazionale che
suppone lo sviluppo delle macchine come un progresso in sé senza alcuna
considerazione delle scelte politico-economiche che hanno determinato tale sviluppo;
d) per quanto Internet sia centrale, nella pratica del media attivista non viene
enfatizzata, c’è la consapevolezza che il principale strumento di potere mediatico è la
Tv, per di più la Tv generalista, data prematuramente per morta da frettolosi guru dei
new-media.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 6 novembre 2002.

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