Anche i sociologi col bavaglio

shhhhhDa qualche tempo su La Stampa di Torino è in corso un dibattito sul ruolo della sociologia. La cosa non desterebbe interesse oltre i circuiti specialistici se non fosse che tutti siamo un po’ sociologi: dagli avventori al bar, che chiacchierano citando tranquillamente sondaggi d’opinione, a politici, giornalisti, imprenditori, sindacalisti che quotidianamente ci spiegano come organizzare al meglio la società, per non parlare di categorie quali magistrati, urbanisti, amministratori pubblici, gerarchie ecclesiastiche, esperti di marketing, pubblicitari ecc. Un po’ come per la psicoanalisi (inconscio e rimozione sono ormai parole d’uso corrente) anche il discorso
sociologico è parte integrante del nostro modo di spiegare come va il mondo.

Nel “mondo libero” la maggior parte dei sociologi è moderata e conservatrice. Stessa
dinamica nel giornalismo (cugino della sociologia) dove però la componente
reazionaria è assai accentuata: oggi in Italia sono all’opera quotidiani e opinionisti
che sembrano usciti dai bui anni ’30 del secolo scorso. Il prevalere del conformismo
nella sociologia e nel giornalismo è un processo di selezione del personale culturale
in virtù del quale chi non la pensa come il potere comanda non raggiunge cattedre,
redazioni, direzioni di giornali o d’istituti universitari. Le eccezioni confermano la
regola.

Attualmente viviamo in un epoca di restaurazione che sta facendo a pezzi conquiste
sociali, civili, sindacali e, conseguentemente, i processi di reclutamento del personale
culturale si fanno ancora più stringenti. Un giornalista ultraliberale come Biagi è oggi
impallinato da un Governo che gli impedisce di tenere trasmissioni televisive in prima
serata. Un liberal come Santoro è costretto a ricorrere ai tribunale per tentare di
ottenere uno spazio televisivo. Insomma davvero il gioco si sta facendo duro. E dalla
partita non può restare fuori la sociologia. La quale è obbligata a ripensare le proprie
posizioni rigettando le istanze di liberazione che dal ’68 in poi le hanno assegnato un
ruolo, talvolta di primo piano, nel dibattito culturale in Occidente. Il potere impone
oggi alla sociologia di mettersi al suo servizio senza discussione alcuna. Una
normalizzazione già avvenuta nel giornalismo e che oggi avanza come uno
schiacciasassi anche nella cosiddetta alta cultura. A Bologna ad esempio viene
chiesto, apertis verbis, alla casa editrice il Mulino, composta da liberali illuminati, di
rivedere la propria linea editoriale spostandola a destra. Accade anche che un
sociologo come Peter Berger, ignoto al grande pubblico ma notissimo tra gli
specialisti, si scagli contro la sociologia militante in nome dell’obiettività scientifica
pena la morte della stessa sociologia, eventualità per la quale il buon Berger afferma
di non versare una lacrima. A motivare la sua sentenza: 1) l’orientamento a sinistra
di molti intellettuali è dovuto alla loro incapacità di adattarsi al capitalismo (in realtà
è l’esatto contrario: se non è un servo il sociologo in azienda non può far altro che
mettere in luce la violenza dell’impresa sui dipendenti); 2) i giovani non hanno
pazienza con i numeri e non vedono i benefici della globalizzazione liberale in Asia e
America Latina (ne sanno qualcosa gli argentini!); 3) la sociologia è assorbita da
altre discipline (cosa nota anche ai muri ma che non ha impedito al punto di vista
sociologico di avere una sua autonomia culturale).

In definitiva Berger porta acqua al mulino di un potere che vuole cancellare una
scienza scomoda nonostante sociologi e giornalisti siano quasi tutti al suo servizio.
Riuscirà l’operazione? Forse. D’altra parte è in perfetta continuità con la favola della
fine delle ideologie, dunque ha buone chances. Gli obiettivi sono i medesimi:
uniformare la cultura al liberalismo; impedire che la maggioranza degli individui
siano coscienti dei propri legami sociali. Ma forse l’avanzare del nuovo totalitarismo
può produrre altri effetti: la rinascita di una sociologia impegnata che torni a
denunciare gli orrori del “mondo libero”.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 14 dicembre 2002.

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