SAMIR AMIN: L’ATTUALE IDEOLOGIA DEGLI STATI UNITI

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Oggi, gli Usa sono governati da una giunta di criminali di guerra arrivati al potere attraverso una specie di golpe. Anche se quel golpe ha potuto essere preceduto da alcune [dubbie] elezioni, non dobbiamo dimenticare che Hitler fu un politico eletto allo stesso modo. In quest’analogia, l’11 settembre svolge il ruolo dell'”incendio del Reichstag”, consentendo alla Giunta di salvaguardare i suoi poteri, simili a quelli della Gestapo, quale forza di polizia. Hanno il loro Mein Kampf – la Strategia di Sicurezza Nazionale, le loro associazioni di massa, le organizzazioni patriottiche- e i loro predicatori. È vitale che si abbia il coraggio di dire queste verità smettendo di mascherarle con frasi come “i nostri amici statunitensi”, che non hanno più senso.
La cultura politica è il prodotto a lungo termine della Storia. In quanto tale, è ovviamente specifica di ogni paese. La cultura politica statunitense è chiaramente diversa da quella emersa dalla storia del continente europeo: genocidio dei popoli indigeni del continente, schiavitù degli africani, emergere di comunità emarginate dalle proprie specificità etniche -risultato delle successive ondate migratorie del secolo XIX-, tutto ciò è stato configurato dalla fondazione della Nuova Inghilterra da parte di sette estremiste protestanti.
La modernità, il secolarismo e la democrazia non costituiscono il risultato di un’evoluzione delle credenze, né di quelle religiose né di quelle rivoluzionarie; al contrario, per soddisfare le esigenze di queste nuove forze la fede si è dovuta adattare. Quest’adattamento non si è prodotto esclusivamente nel protestantesimo; ha avuto lo stesso impatto nel mondo cattolico, anche se in maniera diversa. Si è creato un nuovo spirito religioso, liberato da tutti i dogmi. In questo senso, pur se la tesi di Weber è stata ampiamente accettata nelle società protestanti europee, favorita dall’importanza che le è stata attribuita, non è stata la Riforma a creare la precondizione per lo sviluppo capitalista e non rappresenta neppure interpretazioni precoci del cristianesimo; al contrario, è stata semplicemente la più primitiva e confusa forma di rottura.
Un aspetto della Riforma è stato il lavoro delle classi dominanti, finalizzato alla creazione di chiese nazionali [anglicana o luterana] da esse controllate. Queste chiese hanno rappresentato, quindi, un compromesso tra la borghesia emergente e i grandi proprietari terrieri, che hanno potuto così controllare la minaccia rappresentata dai poveri e dai contadini.
L’efficace marginalizzazione dell’idea cattolica di universalità mediante le chiese nazionali è servita in particolare a rafforzare il potere della monarchia, la sua autorità quale arbitro tra le forze dell’antico Regime e dell’ascendente borghesia, ritardando, così, l’affiorare di nuove forme di universalismo, che sarebbero state solo più avanti promosse dal socialismo internazionalista.
Indubbiamente, altri aspetti della Riforma sono stati guidati dalle classi più basse, principali vittime delle trasformazioni sociali provocate dalla nascita del capitalismo. Questi movimenti fecero ricorso a forme di lotta tradizionali, derivate dai movimenti millenaristi del Medio Evo. Lungi dall’aprire un cammino, sono stati, invece, predestinati a ritardare le necessità del proprio tempo. Le classi dominanti avrebbero dovuto aspettare fino alla Rivoluzione Francese -con la sua mobilizzazione democratica, popolare, laica e radicale- ed all’avvento del socialismo per trovare strade [che avrebbero permesso] di articolare effettivamente le loro esigenze rispetto alle nuove condizioni in cui vivevano. I primi gruppi protestanti moderni, al contrario, si cimentarono in illusioni fondamentaliste, il che ha favorito la duplicazione infinita di sette schiave di quello stesso tipo divisione apocalittica che prolifica attualmente negli Usa.
Le sette protestanti, obbligate ad emigrare dall’Inghilterra nel secolo XVII, avrebbero sviluppato una forma di cristianesimo differente sia dal cattolicesimo che dal dogma ortodosso. La loro immagine del cristianesimo, pertanto, non era condivisa neppure dalla maggioranza dei protestanti europei, compresi gli anglicani, da cui è emersa la maggior parte della classe dirigente britannica. In termini generali, possiamo dire che la genialità essenziale della Riforma è stata reclamare il Vecchio Testamento, che era stato marginalizzato dal cattolicesimo e dalla Chiesa ortodossa, al momento della definizione del cristianesimo come rottura con l’ebraismo. I protestanti ricollocarono il cristianesimo al suo posto, quello di legittimo successore dell’ebraismo.Legittimità BiblicaL’attuale ideologia statunitense continua ad essere configurata da quella particolare forma di protestantesimo che ha trovato la sua strada nella Nuova Inghilterra. Per prima cosa, facilitò la conquista del “Nuovo Continente” fondando la sua legittimità su riferimenti biblici [quello della violenta conquista della “Terra Promessa” da parte di Israele costituisce un tema reiterato costantemente nel discorso degli Usa]. Più tardi, gli Usa hanno esteso la loro missione ordinata da Dio fino ad abbracciare il mondo nella sua totalità. Gli statunitensi hanno, quindi, cominciato a vedere se stessi come il “popolo eletto” [in pratica, un sinonimo del termine nazista Herrenvolk]. Questa è la minaccia che ci troviamo attualmente di fronte. E’ per questo che imperialismo statunitense [e non l’Impero] sarà persino più brutale di quelli che l’hanno preceduto, i quali, nella maggioranza dei casi, non hanno rivendicato una missione divina a loro investitura.
Non sono tra coloro che credono che il passato possa solo ripetersi. La Storia trasforma i popoli. È quello che è successo in Europa. Senza dubbio, purtroppo, la storia degli Usa, lontana dal tentare di estirpare le sue orribili origini, ha rafforzato quell’orrore e ne ha perpetuato gli effetti. Ciò è vero sia per la “Rivoluzione americana” che per la colonizzazione  del paese mediante ondate migratorie successive.
Nonostante le attuali intenzioni di promuovere le sue virtù, la “Rivoluzione americana” non è mai stata altro che una limitata guerra d’indipendenza, abbastanza carente di qualsiasi dimensione sociale. Nel corso della rivolta contro la monarchia britannica, i coloni americani non hanno mai cercato di trasformare le relazioni economiche e sociali: si sono  semplicemente rifiutati di continuare a dividere i benefici con le classi governanti della metropoli. Volevano il potere per se stessi, per continuare a fare, con più determinazione e maggiori margini, le stesse cose, senza cambiarle. L’obiettivo prioritario era procedere alla colonizzazione dell’Ovest, che implicava, tra l’altro, il genocidio dei nativi americani. Allo stesso modo, i rivoluzionari non hanno mai cambiato la schiavitù. Di fatto, la maggior parte dei leader rivoluzionari erano proprietari di schiavi ed i loro pregiudizi sulla questione si dimostrarono incrollabili.
Il genocidio dei nativi americani era implicito nella logica della nuova scelta della missione divina per i popoli. Il loro massacro non poteva essere condannato sulla base semplicemente della morale di un passato arcaico e distante. Fino al 1960, molto orgogliosamente, il genocidio attuato veniva proclamato ancora aperto. I film di Hollywood opponevano il diavolo nativo americano al bene dei cowboys e questa tergiversazione del passato è stata il centro dell’educazione delle generazioni successive.
Lo stesso accade per la schiavitù. Dopo l’indipendenza, è dovuto trascorrere ancora un secolo circa prima che venisse abolita. E quando è successo, la cosa non aveva niente a che vedere con la moralità [semplicemente non era più necessaria alla causa dell’espansione capitalista], nonostante le istanze contrarie della Rivoluzione francese. Così, gli afroamericani hanno dovuto aspettare un altro secolo perché si concedessero loro alcuni diritti civili minimi. Ed anche allora, il razzismo è stato sfidato con difficoltà, essendo profondamente radicato nelle classi dirigenti. Fino agli anni Sessanta, il linciaggio ha continuato ad essere un fatto abituale, che procurava pretesti nei pic-nic familiari. Questa pratica persiste di fatto ancora oggi, direttamente ed indirettamente, attraverso i canali di un sistema giudiziale che manda a morte migliaia di persone [in maggioranza afroamericane], nonostante in genere si sia al corrente dell’innocenza della metà almeno dei condannati.Migrazione e Individualismo

Le successive ondate di immigrazione hanno, allo stesso modo, aiutato il rafforzamento dell’ideologia statunitense. Gli immigrati non sono in alcun modo responsabili della miseria e dell’oppressione, cause del loro esilio. Lasciano la loro terra come vittime. Indubbiamente, emigrare significa anche rinunciare alla lotta collettiva per cambiare le condizioni dei propri paesi di origine; la propria sofferenza viene scambiata con l’ideologia individualista del paese che accoglie, sradicandosi. Questo cambiamento ideologico ritarda anche l’affiorare della  coscienza di classe, che raramente ha tempo di svilupparsi prima che arrivi una nuova ondata di immigrati, che favorisce l’aborto della propria espressione politica. Ovviamente, la migrazione contribuisce anche al “rafforzamento etnico” della società statunitense. La nozione di “successo individuale” non esclude lo sviluppo di forti comunità etniche di appoggio [irlandese o italiana, per esempio] senza le quali l’isolamento individuale risulterebbe insopportabile. È indubbio che, anche in questo, il rafforzamento delle identità etniche sia un processo che il sistema statunitense coltiva unicamente per recuperarlo, poiché inevitabilmente debilita la coscienza di classe e la cittadinanza attiva.
Così, mentre il popolo di Parigi si stava preparando ad “assaltare il cielo” [secondo la Comune del 1871], le città degli Usa furono lo scenario di una serie di guerre assassine tra bande, formate da generazioni successive di poveri emigranti [irlandesi, italiani, ecc.] cinicamente manipolati dalle classi dirigenti.
Negli Usa oggi non c’è, né c’è mai stato, un partito dei lavoratori. I potenti sindacati dei lavoratori sono apolitici, nel senso più ampio del termine. Non hanno vincoli con nessun partito con cui possano esprimere e condividere le proprie preoccupazioni; non sono mai stati capaci neppure di articolare una visione socialista propria. Al contrario, sottoscrivono, come tutti, l’ideologia liberale dominante, che resta in questo mondo incontrastata. Quando lottano, lo fanno sulla base di un’agenda limitata e concreta, che non mette in discussione in nessun modo il liberalismo. In questo senso, erano e continuano ad essere postmodernisti.
È indubbio che, per le classi lavoratrici, le credenze comunitarie non possono sostituire l’ideologia socialista. Il che è vero persino per la comunità più radicale degli Usa, quella degli afroamericani, poiché la loro lotta ideologica comune si limita, per definizione, a quella contro il razzismo istituzionalizzato.
Uno degli aspetti più disattesi delle differenze tra le ideologie europee [nella  loro diversità] e quella statunitense è l’impatto dell’Illuminismo sul loro sviluppo. Sappiamo che la filosofia  illuminista è stata decisiva per lanciare la creazione delle culture e delle ideologie europee moderne, tanto che il suo impatto continua ad essere considerevole ancora oggi, non solo nei centri di sviluppo capitalista, sia cattolici [Francia] che protestanti [Gran Bretagna e Olanda], ma anche in Germania ed in Russia.
Negli Usa, in contrasto con tutto ciò, l’Illuminismo ha avuto un impatto marginale, attraendo solamente una minoranza aristocratica [e favorevole alla schiavitù], un gruppo che i posteri hanno incarnato con Jefferson, Madison e pochi altri. Generalmente, le sette della Nuova Inghilterra rimasero indenni dallo spirito critico dell’Illuminismo e la loro cultura è rimasta più vicina alle Streghe di Salem che all’empio razionalismo dei Lumi.
I frutti di questo rifiuto sono emersi quando la borghesia yankee è diventata maggiorenne. Nella Nuova Inghilterra è emersa una credenza semplice e sbagliata secondo la quale la Scienza [cioè, le scienze pure come la Fisica] doveva determinare il destino della società, opinione che è stata ampiamente condivisa per più di un secolo negli Usa, non solo dalla classe dirigente, ma dalla gente comune. La sostituzione scienza-religione spiega alcuni dei tratti fondamentali dell’ideologia statunitense: spiega perché la filosofia è così insignificante, ridotta all’empirismo più riduttivo; ed anche il frenetico sforzo per ridurre le scienze umane e sociali a scienze pure [cioè dure]: così, l’Economia pura occupa il posto dell’Economia politica e la scienza dei “geni” rimpiazza l’Antropologia e la Sociologia.
Quest’ultima e sfortunata aberrazione offre un altro punto di contatto tra l’ideologia statunitense contemporanea e l’ideologia nazista, favorito senz’altro dal profondo razzismo che percorre tutta la storia degli Usa. Un’altra aberrazione causata da questa peculiare visione della scienza è la debolezza della speculazione cosmologica [di cui la teoria del Big Bang è l’esempio più conosciuto]. L’Illuminismo ci ha insegnato, tra le alte cose, che la Fisica è la scienza [che studia] alcuni limitati aspetti dell’universo, che sono stati differenziati quali oggetti d’indagine, e non la scienza dell’universo nella sua totalità [concetto metafisico più che scientifico]. A questo livello, il sistema di pensiero statunitense è più vicino a quei tentativi pre-moderni di conciliare la fede e la ragione che non alla tradizione scientifica moderna. Questa visione regressiva si è adattata perfettamente sia ai propositi delle sette protestanti della Nuova Inghilterra che al tipo di società religiosa onnipresente che hanno prodotto. Come sappiamo, questo è il tipo di regressione che minaccia oggi l’Europa.

Democrazia e Mercato

Questi due fattori -ideologia biblica dominante e assenza di un partito dei lavoratori-, che configurano la formazione storica della società statunitense, si sono combinati fino a produrre una situazione completamente nuova: un sistema retto de facto da un unico partito, il partito del capitale. I due segmenti che formano questo partito condividono la stessa formula fondamentale del liberalismo. Entrambi dirigono solo la minoranza [un 40% dell’elettorato] che partecipa a questo tipo di democrazia monca ed impotente. Dato che, come regola generale, la classe lavoratrice non vota, ogni segmento del partito ha la sua clientela della classe media, sulla quale ha calibrato il suo discorso. Entrambi hanno scolpito il proprio elettorato, composto da alcuni settori degli interessi capitalistici [lobbies] e da gruppi di appoggio comunitari.
L’attuale democrazia statunitense costituisce il modello avanzato di ciò che ho denominato “democrazia a bassa intensità”. Il suo funzionamento si basa sulla separazione totale tra la gestione della vita politica, mediante la pratica della democrazia elettorale, e la gestione della vita economica, governata dalle leggi dell’accumulazione di capitale. Più ancora: questa separazione non è soggetta a nessuna forma di cambio radicale, poiché fa parte di un qualcosa che si può denominare consenso generale. Senza dubbio, questa stessa separazione distrugge in effetti tutto il potenziale creativo della democrazia politica e castra le istituzioni rappresentative [parlamentari ed altre] che si sono massicciamente arrese, per sottomissione, al mercato ed ai suoi dictat. In questo senso, la scelta sevotare per i democratici o per i repubblicani è in fondo futile perché ciò che determina il futuro del popolo statunitense non è il risultato delle preferenze elettorali bensì le variazioni dei mercati finanziari e degli altri mercati.
Il risultato è che lo Stato statunitense esiste esclusivamente per servire l’economia, cioè il capitale, a cui obbedisce, abbandonando del tutto le questioni sociali. La ragione per cui lo Stato può funzionare in questo modo è primordiale: il processo storico che ha portato alla formazionedella società statunitense ha bloccato lo sviluppo di una coscienza politica delle classi lavoratrici. Gli Stati europei, invece, sono stati [e possono nuovamente diventarlo] il foro obbligato nel quale si è sviluppato il confronto tra i gruppi d’interesse sociale.
E’ per questo che favoriscono i compromessi sociali, che si convertono in pratiche democratiche con un significato reale. Quando la lotta di classe ed altre forme di lotta politica non costringono lo Stato a funzionare in questo modo e non possono continuare ad essere autonome di fronte all’esclusiva logica dell’accumulazione del capitale, la democrazia diventa un esercizio completamente inutile, come succede negli Usa. La combinazione di una pratica religiosa dominante -ed il suo sfruttamento attraverso il discorso fondamentalista- e dell’assenza di coscienza politica tra le classi oppresse, dà al sistema politico degli Usa un margine di manovra senza precedenti, con cui può distruggere il potenziale impatto delle pratiche democratiche e ridurle a rituali benigni [la politica come intrattenimento, l’inaugurazione delle campagne elettorali con animatori, ecc.].

Ideologia e Capitale

Ciò nonostante non dobbiamo lasciarci ingannare. L’ideologia fondamentalista non riveste il ruolo di dirigente e non impone la sua logica ai detentori reali del potere, cioè al capitale ed ai suoi servi del governo. E’ il capitale, e solo lui, che prende tutte le decisioni ed è solo quando lo ha fatto che mobilita l’ideologia statunitense affinché serva la sua causa. Allora i mezzi che si utilizzano -l’uso sistematico e senza precedenti della disinformazione- possono servire ai suoi propositi, isolando i critici ed assoggettandoli ad una forma permanente ed odiosa di ricatto. In questo modo, il sistema può manipolare facilmente l'”opinione pubblica”, coltivando la sua stupidità.
Grazie a questo contesto, la classe dirigente statunitense ha sviluppato una specie di cinismo totale ricoperto da un guscio esteriore di ipocrisia, che risulta perfettamente trasparente agli osservatori esterni, ma, in un certo senso, invisibile agli stessi statunitensi. Il regime si compiace abbastanza di ricorrere alla violenza, comprese le sue forme più dure, quando ne sorga la necessità. Tutti gli attivisti radicali statunitensi lo sanno fin troppo bene; le uniche opzioni che hanno a loro disposizione sono rinunciare o essere un giorno uccisi.
Come tutte le ideologie, anche quella statunitense è “sempre più vecchia ed inutilizzabile”. Durante i periodi di calma [segnati da una forte crescita economica, accompagnata da quelli che passano per essere livelli accettabili di benefici], la pressione della classe dirigente sul popolo diminuisce naturalmente. Così, ogni tanto, il sistema deve infondere nuovo vigore a quest’ideologia, usando i metodi classici: viene designato un nemico [sempre uno straniero, poiché è stato decretato che la società statunitense è buona per definizione], “l’Impero del Male”, l'”Asse del Male”, il che giustificherà la mobilitazione di tutti i mezzi possibili per annientarlo. In passato, questo nemico è stato il comunismo; il maccartismo [un fenomeno che i filo-statunitensi di oggi hanno già dimenticato] ha reso possibile il lancio della Guerra Fredda e la marginalizzazione dell’Europa; oggi, il terrorismo è, semplicemente e palesemente, un pretesto creato per servire il progetto della classe dirigente: controllare militarmente il pianeta.

Egemonia e Potere Militare

L’obiettivo riconoscibile della nuova strategia egemonica degli Usa è prevenire l’emergere di qualche altra potenza capace di opporre una certa resistenza agli ordini di Washington. Perciò bisogna smantellare quei paesi diventati troppo grandi per creare un numero massimo di satelliti servizievoli e disposti ad accettare le basi Usa per la loro protezione. Secondo quanto hanno stabilito gli ultimi tre presidenti [degli Usa], Bush padre, Clinton e Bush figlio, solo un paese ha diritto di essere grande: gli Usa. In questo senso, l’egemonia degli Usa dipende fondamentalmente più dal suosproporzionato potere militare che da qualche specifico vantaggio del suo sistema economico. Grazie al loro potere, gli Usa possono piazzarsi come dirigenti incontrastati della mafia globale, il cui “pugno visibile” imporrà il nuovo ordine imperialista su quelli che potrebbero resistere ad allinearsi.
L’estrema destra, rinvigorita dal suo recente successo, controlla attualmente i meccanismi del potere a Washington. L’alternativa che viene offerta è chiara: o si accetta l’egemonia degli Usa ed il ‘liberalismo’ a oltranza da loro patrocinato -il cui significato è poco più di un’esclusiva ossessione di far soldi- o si rifiutano entrambi. Nel primo caso, staremmo dando il via libera a Washington per “ridisegnare” il mondo a immagine del Texas. Solo scegliendo la seconda opzione potremo essere capaci di fare qualcosa per contribuire alla ricostruzione di un mondo che sia essenzialmente plurale, democratico e pacifico. Se nel 1935 o nel 1937 gli europei avessero reagito, avrebbero potuto fermare la pazzia nazista prima che causasse tanti danni. Ritardando la loro reazione fino al 1939, hanno contribuito alle loro centinaia di migliaia di vittime. È una nostra responsabilità agire adesso per contenere ed eliminare la sfida neonazista di Washington.

SAMIR AMIN è nato al Cairo (Egitto) nel 1931, docente universitario, è stato consigliere economico di vari paesi del Sud del mondo usciti dal colonialismo, attualmente dirige a Dakar (Senegal) il Forum del Terzo Mondo. E’ uno degli economisti più noti, ed uno dei più lucidi critici del capitalismo, dell’imperialismo, della globalizzazione. Opere di Samir Amin: è stato appena pubblicato Il capitalismo nell’era della globalizzazione, Asterios, Trieste 1997, che sintetizza le riflessioni recenti di Samir Amin. Alcuni suoi lavori degli ultimi anni sono stati pubblicati in opuscoli: I mandarini del capitale globale, Edizioni Associate, Roma 1994; La gestione capitalistica della crisi e La sfida della mondializzazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 1995-’96. Volumi precedenti: L’accumulazione su scala mondiale, Jaca Book, Milano 1970; Lo sviluppo ineguale, Einaudi, Torino 1977; La teoria dello sganciamento, Diffusioni 84, Milano 1987.

Questo testo è stato pubblicato sul numero 83/84 (2/3 2003) di “Latinoamerica”.


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