Lo show di Bush. Un libro raccoglie interviste sul rapporto fra i media e la guerra

the-bush-show“Siamo dentro ad una colossale finzione”
Fra gli intervistati anche Noam Chomsky

Giulia Fossà è una giornalista romana di 39 anni che sta compiendo un ciclo di presentazioni del suo libro-inchiesta The Bush Show. Verità e bugie della guerra infinita, Nuovi Mondi Media, Bologna, 2003, 11 euro. Ieri è stata la tappa di Bologna presso la libreria Mel bookstore di Via Rizzoli. Abbiamo avuto così modo di rivolgerle alcune domande.

The Bush Show è prevalentemente una raccolta di opinioni di professionisti della
comunicazione sui meccanismi mediatici finalizzati a fabbricare consenso sociale attorno alla
nozione di guerra preventiva che gli USA e i suoi alleati oggi intendono muovere contro l’Iraq
e domani contro altri Paesi. Come è nata l’idea di questo libro?

“Nasce da un’esigenza: il diritto di sapere che tutti noi siamo dentro una colossale finzione
organizzata da un grande gruppo politico, militare ed economico. Per conoscere come stanno le
cose è necessario innanzitutto denunciare questa finzione. The Bush Show mette a fuoco il
ruolo e le responsabilità del giornalismo e dei media in generale in questo scenario
internazionale così critico”.

Uno degli obiettivi dichiarati del suo libro è quello far capire cosa è la disinformazione. Può spiegarlo in poche battute?

“La disinformazione può essere di due specie: reticenza e manipolazione. Con reticenza
intendo l’informazione parziale. Ad esempio, mostrare un bombardamento solo dal punto di
vista dell’aero e tralasciare di raccontare le mosche che a terra mangiano i cadaveri. Reticenza
è fare da cassa di risonanza delle versioni ufficiali, è mettersi al sevizio del potere che ama
usare un linguaggio come bombardamenti intelligenti, danni collaterali e uso moderato della
forza. Con manipolazione intendo la creazione di versioni romanzate dei fatti: la fuga in
motocicletta del mullah Omar; ma anche ricordare le cifre delle vittime delle Twin Towers, che
meritano tutto il nostro rispetto, e dimenticare sistematicamente i 5.000 civili afgani uccisi. Se
ci sarà la guerra contro l’Iraq e i giornalisti si limiteranno agli spazi definiti da tesserini e
autorizzazioni e non porranno domande o forniranno dati falsi, allora avremo altra
disinformazione. I giornalisti che fanno il lavaggio del cervello sono dei notai, persone che non
sono al servizio del cittadino ma della propria carriera. Sono persone che di fatto stanno
tradendo la loro professione”.

Il titolo del suo libro richiama molto da vicino il titolo di un famoso film: The Truman
Show dove il personaggio principale vive senza saperlo dentro una grande recita
vivente. Intende suggerirci che ormai politica e spettacolo sono un tutt’uno?

“E’ chiaro che la costruzione del consenso passa attraverso i media. Il rischio è che la grande
informazione sia complice della guerra infinita. Credo che il sistema dell’informazione nel suo
complesso sia responsabile del modo in cui si formano le notizie e le coscienze. Coscienze che
però si stanno risvegliando, come capita anche al protagonista del film da lei citato. Ho grande
fiducia nella capacità di reagire dei cittadini, dei fruitori dell’informazione. Dopo decenni di
anestesia ci sono svariati segnali della rinascita di una coscienza critica. E non mi riferisco solo
al movimento ma anche alla popolazione civile, al buon senso di tutti. Lo dimostrano i 110
milioni di partecipanti alle recenti manifestazioni per la pace”.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 12 marzo 2003.

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