L’ideologia dei colli

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Lo confesso: possiedo una sorta di venerazione intellettuale per Roland Barthes. Lo invoco spesso nel momento del bisogno come un credente invoca qualcuno nell’aldilà. Quando non riesco a spiegarmi come mai in mezzo a tanto benessere materiale il borghese sia rimasto un essere umanamente così avido ed egoista in genere Barthes mi fornisce una chiave di lettura.
Ovviamente dinanzi agli intellettuali post-moderni parlare del semiologo francese è come
parlare di un antenato, pregevole ma estinto. Per la sinistra poi questo genio praticamente
non è mai esistito né, tantomeno, ne ha fatto l’uso politico che avrebbe meritato. Quale?
Quello di un implacabile demistificatore del nostro sistema di vita, delle nostre credenze, della
trionfante ideologia liberale. Come la scuola degli austro-marxisti anche Barthes ha compreso
perfettamente che se non si cambia il modo d’essere, di desiderare e di pensare, in un parola
se non si cambia la qualità dei rapporti umani qualsiasi mutamento politico, rivoluzionario o
riformista che sia, è destinato a ricondurre individui e società nella mani del potere borghese
(o neo-liberista se vogliamo apparire aggiornati). Per comprendere questo potere in uno dei
suoi libri più celebri Barthes si chiede: “cosa è un mito oggi”? La risposta possiamo
abbozzarla prendendo in considerazione uno dei miti di Bologna: la collina salvata dalla
speculazione edilizia e portata come esempio di lungimiranza urbana. Dato il visibile degrado
in cui versa Bologna da tempo questo mito non veniva rispolverato. Di recente è stato
riproposto con forza da prestigiosi nomi della sinistra cittadina.

Per Barthes i concetti mitizzati fanno perdere di vista la realtà: è la loro funzione. Ma non
perché mentono: tutt’altro. Riescono a presentarsi come dati di fatto di per sé evidenti: i colli
non sono cementificati. Tuttavia il mito dei verdi colli bolognesi è un impoverimento del
linguaggio perché è consolatorio, perché allontana il pensiero dall’analisi critica e impedisce
alla ragione di cercare, di andare oltre. Impedisce di verificare la realtà. E la realtà della
maggioranza dei bolognesi non è fatta di verdi colli. Nei quali vivono una minoranza di
miliardari, sono in larga parte privatizzati, raggiungibili praticamente solo con mezzi privati
e discretamente disboscati. E’ vero: c’è qualche parco pubblico. E’ vero: non ci sono villette a
schiera. Ma per la stragrande maggioranza dei bolognesi la città è un’altra. E’ quella che sta
in pianura: inquinata a livelli fantascientifici, rumorosa come poche in Europa, devastata da
una speculazione edilizia che l’ha ridotta a un eterno cantiere a cielo aperto, abbandonata da
oltre 100.000 abitanti negli ultimi vent’anni e con il costo del mattone a livello di grande
metropoli. Metropoli che Bologna non è perché con i suoi attuali 375.000 abitanti non possiede
i numeri per esserlo e soprattutto perché non ne possiede la mentalità. Viste le non più lontane
elezioni amministrative un consiglio per le classi dirigenti della sinistra: abbandonate le
vecchie mitologie e leggete Barthes.

Patrizio Paolinelli, rubrica “Botta e risposta”, il Domani di Bologna23 marzo 2003.

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