Lottare contro la guerra fa bene alla salute

stefanini

Angelo Stefanini

Intervista al dottor Angelo Stefanini promotore della lettera aperta <Medici italiani contro la guerra>.

Angelo Stefanini è un medico di 53 anni e dal 1997 insegna Medicina delle Comunità all’Università di Bologna. Precedentemente ha insegnato in Inghilterra all’Università di Leeds e presso la Makerere University a Kampala, in Uganda. Insieme alla moglie infermiera ha alle spalle lunghe esperienze di collaborazione con organismi del volontariato in Africa ed è consulente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In questa veste ha recentemente lavorato in Palestina come responsabile per i Territori Occupati. In vista della probabile guerra contro l’Iraq, Stefanini ha inviato una lettera aperta al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intitolata <Medici italiani contro la guerra> e sottoscritta da 704 suoi colleghi.

Dottor Stefanini,come è nata questa idea?

La lettera è stata stimolata da iniziative prese da altri gruppi di medici di altri
Paesi, soprattutto la London School of Hygiene and Tropical Medicine di Londra
che ha raccolto oltre 500 firme tra docenti e studenti contrari la guerra. La
lettera <Medici italiani contro la guerra> è stata inviata il 13 febbraio, alla
vigilia delle manifestazioni per la pace, non solo al Presidente del Consiglio ma
anche al Presidente della Repubblica e al Ministro della Sanità.

Quali sono i punti qualificanti della lettera?

Innanzitutto non schierarsi da un punto di vista politico sulle ragioni della
guerra ma sulle conseguenze mediche e umanitarie. La lettera riporta alcune
stime raccolte da due studi: uno di una Ong inglese e l’altro dell’
Organizzazione Mondiale della Sanità. Le cifre sono drammatiche: ci si aspetta
almeno mezzo milione di morti tra effetti diretti e indiretti dei combattimenti;
si parla di oltre tre milioni di malnutriti di cui i quattro quinti bambini e il resto
donne incinte; per quanto riguarda i rifugiati lo scenario è insostenibile, almeno
900.00 irakeni fuggiranno in Iran per non parlare degli sfollati; nel caso di uso
di armi nucleari i morti potrebbero sfiorare i 4 milioni. Questa lettera si fonda
su valori professionali, etici e umanitari e coinvolge i medici proprio con tale
spirito. D’altra parte il giuramento di Ippocrate obbliga tutta la nostra categoria
a procurare il bene e la salute alle persone e prevenire le malattie. La guerra è
una delle cause principali di morte e sofferenze quindi sta all’etica
professionale del medico schierarsi contro la guerra e cercare di prevenirla.

Quali risultati ha prodotto il suo appello?

Un grande consenso. Quando è stata inviata, la lettera era sottoscritta da 704
medici, tra cui Gino Strada, Vittorio Agnoletto, Giovanni Berlinguer, Carlo
Flamigni. A tutt’oggi siamo a quota 1.157 firme provenienti da tutta Italia e
ancora arrivano sottoscrizioni al mio indirizzo e-mail stefanin@alma.unibo.it.
Abbiamo avuto anche un buon riscontro mediatico. Sul Web l’appello è
reperibile, tra gli altri, sul sito della CGIL e dello Zadic, che si occupa di
giornalismo scientifico. Debbo dire che non mi aspettavo un simile risultato, al
massimo speravo di arrivare a mille firme. L’obiettivo è stato
abbondantemente superato e alla fine della prossima settimana, il 7 marzo,
chiuderò la raccolta. Per il futuro, insieme ad altri studieremo nuove iniziative
proprio facendoci forti di questo successo. Intanto grazie a quest’appello il 13
marzo all’Università di Milano si terrà un convegno sul rapporto tra guerra e
salute pubblica promosso tra gli altri dal professor Bruno Andreoni dell’Istituto
Europeo di Oncologia.

Perché ha deciso di raccogliere sottoscrizioni solo tra medici
escludendo il restante personale sanitario?

E’ stata una scelta sofferta, imbarazzante. Per me è stato davvero triste dover
respingere la firma di infermieri, tecnici di laboratori, ostetriche. Ma c’è una
spiegazione. A differenza di altri Paesi in Italia il medico è al vertice della
gerarchia sanitaria. Non dovrebbe essere così ma qui da noi c’è questa cultura.
Riservando l’appello ai medici l’impatto è stato più forte, se vuole politicamente
più significativo.

Ha ottenuto risposta dai soggetti istituzionali a cui ha spedito l’appello
contro la guerra?

No, nessuno. Ma tra i miei obiettivi c’è quello di sensibilizzare il decisore
politico informandolo, numeri alla mano, dell’impatto della guerra sulla salute
della popolazione civile. Noi medici vogliamo che le ragioni della salute
pubblica vengano prese in considerazione così come avviene per le ragioni
della politica o delle risorse petrolifere.

Con la sua lettera aperta contro la possibile guerra in Iraq lei ha
chiamato l’intera categoria dei medici ad esprimersi, schierarsi,
informare. Perché ritiene importante il nesso salute pubblicainformazione?

Uno dei miei grandi maestri è stato Giulio Maccaccaro. Lui usava dire: in
termini medici la malattia è mancanza di partecipazione. C’è del metaforico in
questa affermazione ma la partecipazione deve essere vista non solo come un
mezzo per migliorare i processi decisionali ma anche come un fine. Una
persona che partecipa si sente più valorizzata, sente che la sua voce è
ascoltata, sente che fa parte di qualcosa. Le dirò di più: una recente ricerca
britannica dimostra che prendere parte a dimostrazioni, scioperi, proteste aiuta
a migliorare la salute fisica e psicologica. Il messaggio della ricerca è che la
gente dovrebbe essere più coinvolta in lotte, movimenti, non solo avere un
vago interesse al cambiamento sociale ma essere protagonista di questo
cambiamento. Ecco il valore della partecipazione: partecipare fa bene alla
salute.

Patrizio Paolinelli, Liberazione, 2 marzo 2003.

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