Ecco il vizio oscuro dell’Occidente

9788831731065Il viaggio verso il nuovo totalitarismo procede con coerenza: dopo il riflusso nel privato
e l’ideologia della fine delle ideologie torna a farsi strada l’anti-illuminismo. Tra i vari
segnali l’inaspettato successo di vendite di un breve tascabile scritto da Massimo Fini e
dal titolo, Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità, Marsilio,
Venezia, 2002, 6 euro. Le edizioni ormai non si contano più e i motivi di tanto favore
presso i lettori sono diversi. Innanzitutto Fini è un buon giornalista che scrive con un
linguaggio accessibile pur trattando un tema complicato come la politica
internazionale. Poi gli va riconosciuto un notevole coraggio intellettuale. A leggerlo c’è
da saltare sulla sedia per la potenza delle sue parole. Esempio: <Se gli americani non
fossero stati vittime dell’agghiacciante attacco dell’11 settembre avrebbero dovuto
inventarselo>. Con tutta probabilità se lo sono inventato ma questo non lo sapremo
mai. Certo è che l’11 settembre si incastra perfettamente con la politica di annessione
violenta del mondo intero messa in atto dagli USA dopo l’implosione dell’Unione
Sovietica. Con la dottrina della guerra preventiva <è la prima volta che uno Stato
pretende il disarmo di tutti gli altri, postulando, in un delirio d’onnipotenza,
un’egemonia non solo attuale ma eterna, qualcosa di molto simile al <<Reich dei mille
anni>> di Adolf Hitler>.

Pensieri come questi possono lasciare stupefatti e trovare consenso anche negli attuali
movimenti contro la globalizzazione neoliberista. Di più: l’intero libro è un atto di
accusa contro l’imperialismo a stelle e strisce. Il quale in nome della libertà, in nome
del Bene realizza sempre e comunque il Male: ecco il vizio oscuro dell’Occidente. Una
piccola parte del pianeta che ha ridotto in miseria interi continenti e con gli USA che
bombardano dove e quando vogliono montando ad arte castelli di menzogne per
giustificare i loro massacri come è capitato nella ex Yugoslavia, in Medio Oriente e
ovunque gli garbi. Notevole è il capitoletto dedicato al mullah Omar. Costretto alla
macchia non perché il regime afghano fosse implicato nei fatti dell’11 settembre ma
perché stava realizzando un sistema sociale fondato sull’anticonsumismo e dove
l’economia non deteneva il potere politico come accade nel cosiddetto mondo libero. Si
pensi: all’epoca dei Talebani il commercio dell’oppio era stato stroncato. Con le
occidentali “forze di pace” è ripreso in grande stile.

In definitiva ciò che emerge dall’asciutto tascabile di Fini è che il terrorismo è l’unica
risposta possibile al Bene imposto con le baionette dagli Usa. Non che questo concetto
non sia stato manifestato da altri. Sorprende che sia espresso con tanta chiarezza da
un collaboratore del <Carlino> e de <La Nazione> quotidiani militanti contro le forze
progressiste, a favore della probabile guerra all’Iraq, sempre pronti a coprire qualsiasi
nefandezza degli USA e per i quali vale la stessa valutazione che Fini rivolge alla CNN:
<centrale della disinfomatja occidentale>. Ma la spiegazione c’è. E la si trova
condensata nel sottotitolo del libro: Manifesto dell’Antimodernità. Pretesa eccessiva
per un testo che contiene generalizzazioni da far accapponare la pelle e per un autore
che ad ogni citazione di Marx dimostra ampiamente di non averlo studiato affatto (è il
destino del filosofo di Treviri: tutti lo giudicano e pochissimi l’hanno letto). Ciò non
toglie che Fini non colga nel segno con la sua critica al totalitarismo liberista. Ma
l’obiettivo è più ampio: la modernità. Valori illuministi come il diritto all’eguaglianza e
la ricerca della felicità sono bollati da Fini come colossali illusioni. Fini non lo dichiara
ma tra le righe si percepisce la sua simpatia per i sogni del peggior Nietzsche: la
società ideale è quella patriarcale, del lavoro servile, divisa in caste, dove ognuno sta al
suo posto, il Medioevo insomma. Nella cultura italiana il passato avanza.

Patrizio Paolinelli, 14 marzo 2003.

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