La conoscenza come fattore della produzione

PRANDSTRALLER

Gian Paolo Prandstraller

Intervista al professor Gian Paolo Prandstraller, sociologo delle
professioni
“Si deve arrivare ad una confederazione del lavoro intellettuale”

Gian Paolo Prandstraller è stato Professore Ordinario alla facoltà di Scienze
Politiche di Bologna dal 1976 ed è andato in pensione l’anno scorso. Ma non è
personaggio da mettersi da parte. Attualmente esercita l’avvocatura e continua a
scrivere. La sua ultima fatica si intitola <Il lavoro professionale e la civilizzazione
del capitalismo> ed è pubblicata da Franco Angeli. Di professioni il professor
Prandstraller si è sempre occupato. Ha indagato numerosi campi compiendo molte
ricerche: dalle professioni militari a quelle artistiche e cinematografiche, dai nuovi
mestieri nati con l’avvento del digitale alle organizzazioni professionali più
tradizionali. Lo abbiamo intervistato per conoscere il suo punto di vista sulle
evoluzioni della competizione aziendale nell’economia globalizzata.

Quali sono la differenze principali tra il manager di 20-25 anni fa e quello
di oggi?
“Le differenze sono sostanziali. Alla fine degli anni ’70 si sviluppa la società postindustriale.
Società che è caratterizzata dal fatto che la conoscenza scientifica
diventa un potente mezzo di produzione. Tale innovazione ha determinato degli
sconvolgimenti all’interno dell’impresa. Uno di questi riguarda il manager. Che
cessa di essere l’uomo dell’organizzazione inserito in una casella della struttura
aziendale, posizione da cui ricava il proprio potere per influenzare la produzione, e
diventa essenzialmente un professional. Cioè una persona che dai saperi specifici
del management ricava la sua influenza aziendale sostanzialmente rivolta
all’acquisizione del cliente. Il manager di oggi è colui che principalmente coordina
le attività conoscitive aziendali in vista della vendita di un prodotto”.

Cambiando il ruolo del manager indirettamente cambia anche quello
dell’imprenditore. Quali sono le differenze tra l’imprenditore di ieri e
quello di oggi?
“Per capirle bisogna partire dal prodotto. L’elemento base che oggi rende
vincente un prodotto è il fattore cognitivo. Il prodotto o il servizio deve
incorporare degli elementi conoscitivi che sono il risultato di applicazioni
tecnologico-scientifiche coordinate con nuove idee. Di conseguenza la capacità
aziendale maggiormente richiesta è quella di intuire i bisogni della gente
fornendole dei prodotti/servizi adeguati e caricati di scienza e tecnologia. In
questo contesto l’imprenditore subisce un mutamento radicale perché diventa una
figura nella quale lo spirito di innovazione e la capacità di realizzare il prodotto
qualitativamente migliore prevale nettamente sullo spirito degli affari. Il classico
uomo d’affari interessa relativamente poco al mondo produttivo di oggi. Ma
diventa una figura di primo piano quando sa interpretare il nuovo traducendolo in
novità di prodotto”.

La capacità produttiva della conoscenza ha determinato l’irruzione sul
mercato del lavoro dei Knowledge workers, una fitta rete di nuovi
mestieri fondati sulle competenze professionali. Come si colloca nella
società post-industriale il lavoratore che vende il proprio sapere?
“Intanto bisogna dire che i lavoratori della conoscenza sono una nuova classe,
come minimo un ceto. Negli Stati Uniti i lavoratori intellettuali sono arrivati circa
al 30% della forza-lavoro complessiva. Si tratta di un fenomeno di massa che
riduce sempre più l’importanza del lavoro manuale. In larga misura i Knowledge
workers sono i professionisti delle attività legalmente riconosciute e di quelle
attività vicine alle professioni che incorporano una parte dello scibile controllata
dalla categoria di riferimento. Parliamo di ingegneri, biologi, architetti, astronomi
eccetera. A queste categorie, che hanno i loro ordini professionali, si sono
recentemente aggiunte nuove figure legate allo sviluppo dell’informatica. Penso al
Web designer, al Web master. In tali casi assistiamo a degli squilibri, ad attività
precarizzate. Ciò è dovuto al fatto che queste nuove categorie non hanno tutele
sindacali. Il problema è riscattarle con una migliore valutazione sociale di tutto il
lavoro intellettuale. Valutazione che deve essere compiuta attraverso delle forme
rappresentative sindacali non tradizionali. Si deve arrivare ad una confederazione
del lavoro intellettuale. E se fino ad oggi non ci si è arrivati è perché sia
Confindustria, sia i sindacati classici hanno paura di perdere quote del loro potere.
Sbagliano entrambi perché il capitalismo senza la conoscenza non è niente, il
capitalismo senza le continue innovazioni prodotte dai Knowledge workers si
affloscerebbe”.

Oggi si parla molto del rapporto tra etica e impresa. Si tratta di un
interesse reale o strumentale?
“La verifica è molto semplice. Nella società della conoscenza l’etica dell’impresa
consiste principalmente nel produrre beni e servizi migliori di quelli della
concorrenza. Se realizza questo scopo l’impresa è etica. Se invece realizza
prodotti scadenti l’impresa non è etica. Certo, il capitalismo presenta aspetti
feroci. Aspetti che oggi possono essere mitigati da un maggior apprezzamento del
lavoro intellettuale così come nel secolo scorso furono mitigati dal lavoro manuale.
In definitiva credo che il capitalismo sia destinato a progredire perché implica una
serie quasi continuativa di innovazioni utili per il miglioramento della vita
umana”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 8 luglio 2003.

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