La resistibile ascesa del vocabolario neoliberista

2011_12_12_13_30_46Ogni società funzionalizza la lingua ai propri valori. Perciò non c’è da meravigliarsi più di tanto se un mondo fondato sulla merce mercantilizza parole, espressioni, discorsi. E’ il nostro mondo: un mondo dominato da una classe (la borghesia), un modo di produzione (il capitalismo), un modo di riproduzione (il consumismo), una filosofia (l’utilitarismo), una logica (il profitto), un sentimento (l’egoismo). Il linguaggio si adatta alla sequenza delle
forme del dominio della civiltà capitalistica e diventa la materia e lo strumento
utilizzato quotidianamente senza che i parlanti si interroghino troppo sulla sua
sociogenesi. Fin qui le regole del gioco sono storicamente rispettate. Ma nella
storia ci sono punti di rottura che stravolgono il gioco. E proprio per la loro
apparente naturalezza le trasformazioni del linguaggio possono aiutarci a
comprendere le nuove direzioni del potere.

Le coincidenze tra l’attuale neo-liberismo e le pratiche linguistiche costituiscono
un passaggio da un modello sociale in cui bene o male convivevano pluralità
linguistiche ad un modello in cui le potenzialità creative del linguaggio pendono
tutte o quasi a favore della mercificazione di ogni cosa. Si tratta di un processo
che negli ultimi quindici anni ha conosciuto una forte espansione. Alcuni
esempi: nella scuola è stato introdotto l’istituto dei <debiti e crediti formativi>;
le strutture che si occupano della salute dei cittadini sono state battezzate
<Aziende sanitarie Locali>; spesso si parla del nostro Paese qualificandolo
come <azienda-Italia>; altrettanto spesso l’elettorato è etichettato come
<mercato del consenso>. Insomma, molti ruoli che l’individuo ricopre nel corso
della propria esistenza sono omologati nella figura del cliente. E fin qui siamo
in piena coerenza con l’immagine borghese di un mondo fondato sul dare e
l’avere.

Il salto di qualità linguistica avviene soprattutto attraverso due processi
combinati tra loro: 1) la normalizzazione degli enunciati mercantili sino a
diventare senso comune; 2) il sostegno al vocabolario economicista di una
nuova semantica.
Queste direzioni si esprimono ad esempio con l’uso delle categorie tipiche della
merce anche da parte di chi vorrebbe un mondo demercificato. Tempo fa su un
quotidiano di sinistra un noto ecologista ha descritto il rapporto tra ambiente
ed esseri viventi utilizzando metaforicamente le parole vendere e comprare
(es.: un’automobile compra aria e vende anidride carbonica). A fianco di
questa piega del linguaggio le idee di scambio e circolazione costituiscono,
nello stesso articolo, attrezzi linguistici che implicitamente sono anche chiavi di
lettura e guarda caso nel loro insieme rimandano al modo con cui il denaro
fluisce nella nostra società.

Continuando a ragionare sulla formazione del senso comune, ma su tutt’altro
fronte rispetto a quello degli ecologisti, due personaggi terrificanti come Bush e
Blair giustificano le loro guerre coloniali utilizzando spesso la parola lavoro.
<Nessuno ci fermerà: dobbiamo finire il nostro lavoro in Iraq> affermano
davanti ai giornalisti di tutto il mondo preoccupati per l’escalation di attentati
nelle capitali occidentali. Per Bush e Blair torture di massa, devastazioni,
distruzione di città, bombardamenti di moschee e quanto di più criminale i loro
eserciti possano commettere è lavoro. Si può rammentare che anche per i
nazisti l’attività dei campi di sterminio era lavoro. Per questi sistemi di potere è
evidente che tale parola serve a mascherare l’orrore delle azioni commesse.
Tant’è che il nuovo colonialismo anglo-americano deve ricorrere ad un concetto
forte per coprire le proprie nefandezze e i veri scopi dei conflitti che scatena:
l’esportazione della democrazia. E così due parole associate alla pace (lavoro e
democrazia) sono risemantizzate a favore delle guerre capitalistiche. Se poi le
guerre provocano la morte di decine di migliaia di civili arabi non si parla di
stragi ma di effetti collaterali.

Nella formazione di un nuovo senso comune intere famiglie di parole sono
progressivamente occultate. Si pensi al temine capitalismo. E’ ormai relegato
nel vocabolario di pochi specialisti. Persino a sinistra è utilizzato con estremo
pudore. Si pensi al nome di Marx. Praticamente scomparso. Chi lo cita più? Si
pensi alla nozione di classe sociale. Buona parte della sociologia afferma che le
classi oggi non esistono. E l’ideologia? Tramontata da un bel pezzo… Questo
gioco di sottrazioni fa cadere nel dimenticatoio una serie di elementi di
significanza annoverandoli nell’anacronismo. Ma possiede anche funzioni
produttive dal punto di vista discorsivo. Si pensi ad esempio alla ricorrenza dei
bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Gli USA, responsabili di quei
crimini, scompaiono dietro la retorica dell’aggressività umana. Si pensi
all’omicidio dei fratelli Kennedy: due consecutivi colpi di stato dell’apparato
militare-industriale che governa gli States narrati come un giallo politico la cui
mancata soluzione è l’occasione di un intrattenimento senza fine.

La nuova semantica intreccia economia e politica a tal punto da costituire un
sistema culturalmente totalitario in virtù della propria forza. Termini come
contractor (guardia privata o soldato in affitto) e insurgent (insorgente) si
affermano anche grazie al piacere che si scatena in ogni parlante con l’uso di
nuovi termini. E’ praticamente vietato definire come mercenari coloro che
vanno in Iraq ad ammazzare il prossimo senza far parte di un esercito ma di
agenzie di sicurezza. In Italia chi ci prova subisce il fuoco di fila dei politici di
centro-destra. Ma è anche una questione di gusto: utilizzare una parola nuova
significa essere à la page, far parte del presente. E allora perché evocare la
resistenza o la ribellione rispetto a ciò che può essere definito come una
novità, come un’insorgenza? Tuttavia, nel doppio fondo dei vocabolari la storia
lascia i suoi incubi, per dirla alla Marx. E i nuovi significati tradiscono il passato
coloniale nel momento in cui qualsiasi opinionista, qualsiasi TG nel nominare
Saddam Hussein lo chiama per nome: come si faceva una volta e come si fa
ancora con i domestici.

Patrizio Paolinelli, 23 Settembre 2005.

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