L’integrazione tra saperi per accedere al mondo del lavoro

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Vittorio Capecchi

Intervista a Vittorio Capecchi docente di sociologia all’Università di Bologna
“Preparo un master in cui metterò insieme umanisti e ingegneri”

Da un paio di decenni a questa parte il mondo del lavoro è sconvolto
dall’affermazione dell’ICT (Information Communication Technology).
Una vera e propria rivoluzione che se da un lato ha incontrato il favore
delle giovani generazioni dall’altro ha messo in discussione molte
certezze e garanzie legate alla dimensione industriale della società.
Per tentare un bilancio abbiamo fatto il punto della situazione con un
grande esperto di questi temi: il professor Vittorio Capecchi, docente di
sociologia alla facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di
Bologna.

Professor Capecchi, a distanza di tempo dall’avvento dell’ICT qual è lo
stato dell’arte nel rapporto tra giovani e tecnologia digitale?
“Innanzitutto quando si parla di giovani è importante distinguere tra nuove
generazioni maschili e nuove generazioni femminili. Nelle ondate tecnologiche
legate alla meccanica e all’elettronica le ragazze erano pressoché assenti. In
istituti di tipo tecnico come le Aldini-Valeriani e la facoltà di Ingegneria le
ragazze costituivano l’eccezione. Quando negli anni ’70 c’è stato il passaggio
dalla meccanica all’elettronica la situazione non è cambiata. Il perito elettronico
si avvicenda al perito meccanico ma il cuore del sapere tecnologico è ancora
tutto al maschile”.

Tuttavia con l’ondata tecnologica legata all’ICT questa separazione
non è più così netta.
“Sì, perché l’ICT ha due caratteristiche. Da una parte è una tecnologia più
favorevole alle donne in quanto si basa su paradigmi conoscitivi
connessionistici che tendono al coordinamento di tutte le informazioni e delle
conoscenze tenendo conto delle conseguenze complessive. In un certo senso è
una logica più complessa degli schemi che stanno dietro a molti modi di
pensare della meccanica. Il secondo punto, più evidente, è che la nuova
tecnologia dell’ICT entra in tutti i settori: dall’industria alla scuola. Ed entra in
tutti i mestieri: affermandone di nuovi e modificando radicalmente i vecchi. Si
presenta così un problema molto interessante messo in luce anche da una
recente ricerca di Adele Pesce sul rapporto tra nuove tecnologie e mondo del
lavoro. E cioè: nelle professioni industriali tradizionali dove dentro c’è l’ICT
vengono sempre più apprezzate le persone che hanno competenze
umanistiche. Oggi anche in posti-chiave dell’industria meccanica si cercano
figure che abbiano una formazione filosofica o in scienza della formazione,
soprattutto per attività di coordinamento che non si vuole lasciare
esclusivamente a soggetti con sola specializzazione tecnica. Penso a figure forti
come il communication manager che si occupa dell’immagine e della
comunicazione aziendale. A professionisti di questo tipo è richiesta una
formazione umanistica di base coadiuvata da una preparazione tecnica. In
definitiva, quello che accade è che professioni tecniche entrano nei settori
umanistici e persone con competenze umanistiche entrano nei settori tecnici”.

Come reagisce la scuola per adeguare la formazione dei giovani a un
mondo del lavoro che richiede ad un solo soggetto competenze sia
umanistiche che scientifiche?
“Qui iniziano le note dolenti. La scuola risponde relativamente poco rispetto ai
cambiamenti nel mondo del lavoro e nel merito le riforme scolastiche in atto
non hanno un’ipotesi culturale precisa. Per essere all’altezza delle sfide imposte
dall’ICT non basta introdurre il personal computer nelle aule. Di fatto il sistema
scolastico tende ancora a privilegiare il sapere tecnologico nei settori
frequentati dai maschi e, d’altro lato, la parte umanistica stenta a entrare nei
percorsi tecnologici. Per citare un caso: nella mia facoltà le competenze
tecnologiche sono nel complesso molto deboli, anche se sarebbero fortemente
richieste dal mercato. Eppure la scuola è un grande laboratorio di applicazione
dell’ICT, a tutti i livelli, dalle elementari alle medie superiori. Queste
applicazioni, come ad esempio l’e-learning, dovrebbero essere spinte molto
dall’università invece siamo in una fase ancora pionieristica. Comunque io sto
lavorando sulle tecnologie per disabili e anziani e penso di fare un master per
Assistant Technology in cui metterò insieme umanisti e ingegneri”.

Come vivono i giovani la rivoluzione digitale legata alle tecnologie
della comunicazione?
“Intanto è in buona misura caduto il pregiudizio per cui la tecnologia non è
fatta per le ragazze. Ma in termini più generali il rapporto tra i giovani e la
tecnologia si è ampliato e i giovani oggi hanno due strade. Una tutta tecnicista
che risponde alle richieste delle imprese di miglioramento tecnologico:
organizzazione interna, migliori rapporti con i clienti, marketing, call center. E’
un filone che segue ancora la razionalizzazione industriale ma con dentro delle
presenze umanistiche. L’altra direzione è quella di intensificare l’intreccio fra
saperi umanistici e saperi della tecnica orientandosi verso aree in cui dare
senso sociale ai nuovi strumenti della comunicazione entrando nel dibattito tra
modello economico neo-liberista e modello dell’economia solidale”.

Cosa pensa dell’accusa di precarizzazione spinta rivolta alle attività
collegate all’ICT?
“L’impresa sta decentrando anche le funzioni intellettuali. In genere se
un’azienda deve creare un proprio sito Web si rivolge all’esterno. Questo
richiede da parte dei giovani che operano nell’ICT una forte capacità
imprenditoriale perché nell’area dei lavori a tempo non indeterminato si ha una
zona bassa e una zona alta. Quella alta è a rischio in quanto bisogna restare a
galla sul mercato. Quella bassa è un disastro in quanto si diventa precari a vita
se si ha una preparazione solo umanistica o solo competenze tecniche molto
limitate. Comunque se hai una preparazione molto forte non si cade nella
precarizzazione”.

Quale consiglio darebbe a un giovane che si affaccia oggi al mondo del
lavoro?
“Autoformazione e studiare molto”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 7 ottobre 2003.

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