Gli imprenditori bolognesi non pensano mai al cinema

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Marco Muller

Intervista al produttore cinematografico Marco Müller
“Per quanto abbiamo cercato non siamo mai riusciti a prendere contatto con i grandi gruppi industriali”

Non ho dubbi: Gilles Deleuze avrebbe definito il produttore cinematografico Marco Müller
un tipico nomade post-moderno. Nomade perché quando gli chiedi di dov’è nomina
almeno quattro Paesi diversi. Post-moderno perché un produttore con un premio Oscar
alle spalle che approda sotto le due torri è una persona con il particolare gusto di mixare
il passato col futuro e alla ricerca di nuove sintesi culturali. E’ evidente: da buon nomade
post-moderno Marco Müller ama rischiare. Altrimenti non avrebbe fondato Downtown
Pictures a Bologna, la città che ha fatto fuggire Pupi Avati a Roma nel momento in cui ha
fondato una casa di produzione nella patria dei tortellini. Ritenta un’altra volta Pupi. Nel
frattempo come sta andando a Marco Müller? A scorrere la più che nutrita biografia del
poliedrico cineasta finora la sua carriera è costellata di colpi ben assestati. Tanto per
ricordarne qualcuno è stato direttore dei Festival di Pesaro, Rotterdam e per dieci anni di
quello di Locarno. L’Oscar l’abbiamo già citato ed è stato conquistato nel 2002 con No
man’s land. E prima ancora Müller ha animato per un lustro Fabrica Cinema del gruppo
Benetton. A circa due anni dalla fondazione di Downtown Pictures è tempo di bilanci.

Signor Müller, come sta andando l’attività della sua casa di produzione?

“Intanto tenga presente che i lavori di Downtown sono iniziati realmente nel luglio 2002.
C’è voluto un anno intero per farci conoscere e chiarire che non soltanto non avevamo
intenzione di pestare i piedi a nessuno ma anzi volevamo e vogliamo creare una piccola
lobby del cinema bolognese in grado di vitalizzarlo e difenderlo in tutte le sedi. Ci siamo
rimboccati le maniche e abbiamo iniziato da zero. Oggi possiamo dire che non siamo più
degli illustri sconosciuti e dall’estate scorsa facciamo parte del Consorzio Digicittà”.

D’accordo, Downtown ha conquistato una certa visibilità locale. Ma sul piano del
reperimento di finanziamenti per produrre film a che punto siete?

“Proprio questo è il problema. La difficoltà più seria che abbiamo incontrato è il mancato
incastro con l’imprenditoria bolognese. Ci saranno stati errori anche nostri nel proporci,
forse in maniera poco esuberante, troppo sobria e nordica. Però devo dire che per quanto
abbiamo cercato non siamo mai riusciti a prendere contatto con i grandi gruppi
industriali. Tanto per fare nomi non siamo mai riusciti a farci ricevere da Seragnoli,
Vacchi o Gazzoni. Non ci è mai stata data la possibilità di incontrarli per un colloquio”.

Perché avrebbero dovuto riceverla?

“Perché il cinema è un’attività industriale in piena regola. Perché Bologna e l’Emilia-
Romagna hanno risorse professionali di primissimo livello per rilanciare quest’industria e
garantire profitti. Perché questa città è una sorta di centro geometrico a metà strada tra
Roma e Milano con tutti i vantaggi logistici che ciò comporta. Perché qui c’è il Consorzio
Digicittà e una cineteca prestigiosa come quella comunale per non parlare di
un’effervescenza culturale di prim’ordine. E anche perché voglio dimostrare che la
produzione indipendente italiana può nascere al fuori dagli snodi economici con i quali si
fa sempre coincidere una grossa macchina come il cinema. La mia idea è di legare le
imprese locali a un progetto di rilancio del cinema giovane. Per me l’importante è la
razionalizzazione, l’ottimizzazione di tutto quello di cui un film può avere bisogno e che
qui si trova: dai trasporti all’illuminazione, alla possibilità di trasformare per sei mesi un
capannone industriale in un teatro di posa. Io immaginavo una gamma di sinergie che
andava ben oltre il contributo cash dell’azienda”

Quali sono i motivi della mancata risposta da parte dell’imprenditoria locale alla
sua idea di lanciare la produzione cinematografica indipendente a Bologna?

“Tre principalmente. Primo, una scarsa abitudine a considerare il cinema come
un’attività economica a tutti gli effetti. Attualmente è in preparazione l’opera prima
dell’attrice-regista Chiara Caselli. E’ un film coprodotto ai massimi livelli europei. Il che
significa che per il mercato è una certezza, basta fare due conti. Un altro motivo consiste
nel non comprendere che la scommessa è quella di partecipare tutti ad un’operazione
non soltanto di prestigio culturale ma soprattutto di ritorno in termini di visibilità del
territorio. In un territorio valorizzato le ricadute per le aziende sono automatiche. Il terzo
motivo penso consista in un certo autocompiacimento per le posizioni raggiunte. Ho
avuto diverse cene con imprenditori e industriali a cui ho spiegato i miei progetti
accompagnati sempre da dettagliatissimi business plan. Alla fine l’impressione che ne ho
ricavato è che chi ha successo nella propria attività non se la sente rischiare”.

Nonostante la mancata risposta finanziaria non state certo con le mani in mano.
Attualmente Downtown Pictures ha in gestazione ben undici film. Uno
addirittura firmato da Joe Dante. Non sembra all’ordine del giorno un suo
abbandono di Bologna. O sbaglio?

“Direi proprio di no. Non sono uno che molla tanto facilmente”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 4 novembre 2003.

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