Storie di ordinaria violenza

incidente-sul-lavoro-001Storie di ordinaria violenza/1

Cosmin Stoian è il nome di un operaio rumeno di 28 anni morto due giorni fa in un cantiere della Fiera di Bologna. Il giorno dopo un operaio italiano è caduto da un’impalcatura di un altro cantiere e si è salvato per miracolo cavandosela con qualche ferita. Sotto le due torri l’anno scorso le morti bianche sono state 25: in media una ogni circa due settimane. Per quest’anno attendiamo i dati. Intanto un’altra vita è stata spezzata. Ignobilmente spezzata.
Come per tutte le morti bianche non accadrà niente. Nessuno pagherà. Come sempre il caso
sarà archiviato. I sindacati snoccioleranno la macabra contabilità degli incidenti sul lavoro e
tutto tornerà come prima, peggio di prima. Limitandoci al solo settore dell’edilizia basta
camminare per le strade perennemente disseminate di cantieri della nostra città per rendersi
conto ad occhio nudo del mancato rispetto delle minime norme di sicurezza. Ma tanto gli
operai sono carne da macello. Se poi extracomunitari siamo alle frattaglie. Fatto a pezzi uno
ce n’è subito un altro pronto a prendere il suo posto. E per paghe da fame. E’ la democrazia
dei padroni. A proposito di padroni, in Tv e sui quotidiani, meglio: sulle loro Tv e sui loro
quotidiani, dichiarano spesso di essere dei gran lavoratori, di alzarsi la mattina presto e non
badare a orari. Che strano però: nessuno di loro muore mai a causa di un incidente sul lavoro.
Perché c’è una bella differenza tra lavorare e comandare. Chi comanda non lavora. E muore
nel suo letto.

Storie di ordinaria violenza/2

Quando apparvero i telefoni cellulari i maggiori produttori mondiali rimasero stupefatti per
l’incredibile richiesta del nostro mercato. Uno dei fattori collegati al successo dei telefonini è
stato l’odio atavico nutrito dagli italiani verso la Sip (attuale Telecom). Come molte aziende
del Bel Paese la Sip, in virtù di manovre politiche, ha goduto per decenni di una posizione di
assoluto monopolio trattando gli utenti come le pareva e le piaceva. E alla prima occasione gli
utenti gliel’hanno fatta pagare: tutti col cellulare. Poi la cosa è diventata di moda, c’è stata la
solita finta liberalizzazione del solito finto libero mercato e la stessa Telecom si è inserita nel
business della telefonia cellulare (Tim). Questa la cornice. In mezzo alla cornice un puntolino
nero: la sede Tim di Bologna. Sede nota a sindacati e giudici del lavoro per l’uso spregiudicato
del precariato e per il cupo clima che regna in azienda. L’ultima di una lunga serie di
intimidazioni nei confronti di giovani precari, in regime di stipendio irrisorio, è un
provvedimento disciplinare nei confronti di un delegato reo di essersi presentato in ufficio
insieme ad altri colleghi indossando una T-shirt con la scritta: “Non mi avrete mai come
volete voi”. Ovviamente Tim ha ringhiato altre motivazioni facendo un dramma di uno
scambio di sportine presumibilmente contenenti le T-shirt incriminate e avvenuto il giorno
prima tra alcuni dipendenti. Un atteggiamento in continuità con la storia Sip-Telecom-Tim:
l’idea di un capitalismo aristocratico fondato sul privilegio, la rendita di posizione e la forza.

Patrizio Paolinellirubrica “Botta e risposta”, il Domani di Bologna, 16 novembre 2003.

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