Sim’a Bologna paisà

logo_Cia_pavimentoPovera Italia costretta a discutere per giorni e giorni sulle recite televisive di Gianfranco Fini,
leader di Alleanza Nazionale, che si scopre a-fascista dopo aver praticato per una vita il saluto
romano. E povera Bologna dove invece non si scopre mai niente dopo aver praticato per una vita
le politiche del progresso. Attraversiamo tempi davvero interessanti in cui i linguaggi si fondono
fino a fare della realtà un insieme assolutamente losco, misterioso e avventuroso. I linguaggi che ci
dovrebbero dire come vanno le cose, fornire punti di vista e dare significato alla democrazia si
intrecciano inestricabilmente e non c’è più confine tra discorso politico, logica economica,
propaganda militare. La verità è sempre più postuma, nel senso che è morta e che il suo funerale
si celebra sistematicamente decenni dopo il decesso quando persino la polvere è ormai dispersa.

In attesa di vedere ufficializzate fra trent’anni le reali intenzioni di Fini veniamo oggi a
conoscenza di documenti della Cia declassificati che riguardano la vita di Bologna nei lontani
anni ’60. Prima di procedere: che cosa è la Cia? In due parole: è un’organizzazione governativa
statunitense dedita allo spionaggio che dal secondo dopoguerra ad oggi ha seminato il terrore nei
quatto angoli del mondo instaurando, finanziando e sostenendo le più atroci dittature fasciste in
nome della democrazia e del libero mercato. Da un rapporto del 1967 si apprende che la Cia era
molto attiva sotto le Due Torri e tramite una rete di agenti spiava il Cardinale Giacomo Lercaro,
il suo vicario Giuseppe Dossetti e il sindaco del PCI Guido Fanti. Per ognuno di loro un giudizio
preciso e massima sorveglianza sulle iniziative che prendevano. Quello che sorprende oggi non è
certo l’attività della Cia. L’Italia è un Paese a libertà vigilata e la sua vita politica è sotto tutela
USA. Perciò la Cia non faceva che il suo mestiere. Lascia invece di stucco la naturalezza con cui la
stampa riporta oggi quegli avvenimenti come se si trattasse di banali spy-story. Recentemente un
quotidiano nazionale ha pubblicato una lunga serie di articoli sulle attività dell’agenzia di
intelligence USA in Italia. Medesimo linguaggio: non un minimo sussulto della coscienza civile,
non un cenno di orgoglio nazionale ferito, nessun dubbio di legittimità.

Sia a livello nazionale che locale il vuoto lasciato da questo linguaggio ha tanti meriti. Ne
segnaliamo uno: fonde la ricerca della verità con il fatto compiuto sul quale non si può più
intervenire. La verità è così trasformata in citazione appena rivelata a cui dedicare sommaria
attenzione. Insomma: chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto… Ma se il passato si può
tranquillamente scordare che ne è del presente? E’ noto che la Cia non si limita a scrivere
rapporti ma interviene con la violenza più efferata negli affari interni degli altri Paesi. La
domanda è: cosa sta combinando oggi la Cia a Bologna? Di chi si sta occupando la rete di agenti,
osservatori e ufficiali informatori? Dove si stanno infiltrando? Meglio: dove si sono già
bellamente infiltrati? Forse tra quarant’anni sapremo qualcosa. La libera informazione del
mondo libero si accontenta di poco.

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 7 dicembre 2003.
Rubrica: Botta e risposta. Parole e immagini di Bologna.

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