Ecco come si organizza un Natale all’insegna del buon vivere

IMG_4973Un occhio al portafogli e uno sguardo al prossimo
Intervista a Egeria Di Nallo direttrice del Dipartimento di sociologia dell’Università di Bologna

Con incredibile puntualità anche quest’anno sta per arrivare Natale. E con le feste canoniche la dottrina degli euforici acquisti si lancia verso lo sprint finale. I traguardi da tagliare sono tanti: regali, acquisti, viaggi, pranzi e cene in ristorante. Come andrà nel
2003? Affrontiamo l’argomento attingendo dalla conoscenza e dall’esperienza di Egeria Di Nallo, sociologa, esperta di consumi e docente alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna.

Professoressa Di Nallo, qual è il rapporto tra feste e consumi?
“E’ un rapporto che rappresenta una delle pietre miliari della convivenza umana. In
Occidente la festività assoluta è il Natale, e non solo da un punto di vista religioso. Il
Natale è una festa così importante per la società di matrice giudaico-cristiana che negli
Stati Uniti ci sono dei negozi destinati solo a questa ricorrenza e che cominciano a
lavorare in ottobre, alcuni addirittura tutto l’anno. Dobbiamo pensare che i consumi
segnano la convivenza sociale sia sul piano collettivo attraverso le grandi feste come
appunto il Natale e la Pasqua, sia sul piano individuale attraverso i matrimoni o i
compleanni. Insomma, tutte le cose importanti della vita le segniamo simbolicamente
tramite i consumi. Il Natale è un momento così rilevante che persino le aziende se ne
rendono conto ed esiste la famosa tredicesima”.

Proprio della tredicesima volevo parlare. E’ un invito a spendere, ad
acquistare. In una certa misura è anche un incentivo allo spreco. Vale ancora
la critica al consumismo?
“No. Ormai il consumismo è superato. Infatti, le voci critiche non sono tali. Ma sono
voci che vanno a rimorchio di un nuovo modo di consumare che non è più folle e
basato sull’impulso così come si manifestava negli anni ’60. Certo, tutt’ora c’è qualche
espressione di questo tipo ma da un bel po’ di tempo sta venendo fuori un modo di
consumare più consono all’effettiva realtà del consumo la cui l’etimologia significa
assumere assieme. La gente non consuma solo per soddisfare i propri bisogni ma
anche per comunicare. Nelle società del passato in cui gli elementi prevalenti erano
dettati dalla produzione e conseguentemente dall’escalation sociale era ovvio che ci si
buttasse sugli status symbol. Ma oggi la centralità della produzione non c’è quasi più.
La centralità della società attuale è il consumo e questi tira fuori le sue valenze interne
che sono quelle dell’interazione. Quindi tutto il discorso che si sta facendo attualmente
sul consumo equo e solidale o sulle banche del tempo non è contro il nuovo modo di
consumare perché questo nuovo modo non è più orientato alla dimostrazione ma alla
soddisfazione dei bisogni del soggetto. Bisogni che sono sia di tipo individuale ma
anche di tipo sociale perché si è più contenti se gli altri stanno meno male”.

Dopo queste sue parole la domanda più ovvia è: esiste un’ etica del consumo?
“Sì. Personalmente ritengo che l’etica del consumo si possa a denominare come l’etica
della felicità. Cioè, l’uomo cerca di essere felice attraverso l’organizzazione dei
consumi. Però per organizzare questi consumi ha bisogno di un elemento: la misura. Si
tratta di un fattore indispensabile perché non ti puoi abboffare al primo piatto
altrimenti poi non godi del piacere del pasto. Da qui il piacere della misura. Misura che
guarda caso era presente nell’etica della felicità degli stoici, degli epicurei e di tutta la
tradizione greco-romana. Nell’etica della misura c’è anche il rispetto e l’attenzione per
il prossimo. E queste cose non c’è bisogno di fare dei proclami per diffonderle. Stanno
già venendo fuori dai comportamenti della gente. Per cui questo Natale non sarà
esagerato sia perché ci sono meno soldi sia perché i soldi che ci sono vengono giocati
in una pluralità di cose che insieme fanno un programma di buon vivere. Con
un’attenzione anche verso gli altri”.

Per come lo dipinge lei il ritratto di questo nuovo consumatore è tutto tinto di
rosa. Possibile?
“Un’altra cosa che dobbiamo imparare è che non esiste un identikit del consumatore
perché il consumo per sua natura propone il superamento del principio di non
contraddizione. Lo stesso consumatore potrà avere atteggiamenti differenti in
situazioni differenti. In alcuni momenti sarà attento agli elementi della solidarietà e in
altri un egoista. Io non osservo più l’atteggiamento del consumatore ma i grandi flussi
del consumo nei quali il consumatore entra ed esce. Non si tratta di un’opinione ma di
un metodo di ricerca che ho messo a punto e capace di prevedere il futuro fino a
cinque anni. Fra i miei clienti ci sono la Piaggio, Mandarina Duck, la banca San Paolo
Imi, la Rai. Tornando a noi, ci sarà il consumatore orientato sia all’equo e solidale sia
all’individualismo e al dispendio perché il mercato è contraddittorio. E soprattutto i
soggetti sono contraddittori e lo sono per due motivi: perché non esiste più quel grosso
modello che era la stratificazione e perché l’identità sociale è diventata flessibile.
Persino l’identità di genere è flessibile. In un contesto di possibilità così multiforme il
discorso della fidelizzazione e del consumatore uguale a se stesso non si pone”.

Quali peculiarità offre il mercato bolognese a questo consumatore infedele e
flessibile che sta per lanciarsi nelle spese natalizie?
“La nostra bolognesità è più apparente che reale. Nel senso che da un punto di vista
nazionale c’è l’orientamento al recupero dei prodotti tipici tradizionali ma poi in realtà il
mercato bolognese non sostiene questo tipo di domanda. Ci sarebbe un orientamento
verso un recupero dei ristoranti tipici che però non è granché corrisposto. Anzi è
corrisposto molto poco. Così come c’è un orientamento di recupero dei cibi tradizionali
ma i negozi di pasta fresca sono quasi scomparsi perché le normative imposte dalle Asl
hanno costretto le donnine a chiudere. Per quanto riguarda i prodotti tecnologici,
telefonini e dintorni, siamo pari in tutt’Italia. I bambini bolognesi vogliono l’high-tech
come tutti gli altri bambini. Insomma, non siamo un isola. Può esserci una maggiore
propensione all’equo e solidale ma non è vero neanche questo perché la troviamo in
molte regioni del Nord e anche del Sud questo filone comincia a venire fuori. In
definitiva direi che il mercato bolognese è un po’ cristallizzato”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna del 16 dicembre 2003.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...