Dieci, cento, mille Tv di strada

librotelestreet_jpg“Telestreet” è un libro di Bifo e altri che lancia una proposta ai poteri locali
Come opporsi al monopolio mediatico di Berlusconi

Una delle ultime boutade di Silvio Berlusconi, il nostro super-ricco Presidente del Consiglio, ha investito in pieno il rapporto tra carta stampata e televisione. Senza troppi giri di parole Berlusconi ha fatto una serie di affermazioni che si possono così riassumere: i quotidiani hanno fatto il loro tempo e sono ormai superati; il futuro appartiene alla Tv digitale e a Internet; “nessuna massaia legge i giornali”, addirittura neanche lui che massaia non è; tutto ciò “non è un attacco, è una constatazione”. Ovviamente il Cavaliere ha aggiunto affermazioni ancor più pesanti. Ma qui non interessano. Interessa la pragmatica del ragionamento e le reazioni dei progressisti. Partiamo da quest’ultime. Hanno oscillato tra la sufficienza e il balbettio sventolando i quasi cinque milioni di quotidiani lettori di giornali e dimostrando così che in fondo il ragionamento di Berlusconi non lo hanno ben afferrato. Passiamo allora al ragionamento: più realista del Re. Il progresso dell’industria della comunicazione avanza al passo di carica della tecnologia e quel che non le sta dietro si trasforma in zavorra. Traduzione dotta: la parola scritta è morta e l’avvenire appartiene alla cultura delle immagini.

Nella sua semplificazione, e se si vuole nel suo semplicismo, il ragionamento di Berlusconi è di gran lunga più efficace delle meditate analisi di quasi tutti i personaggi della sinistra di governo. Non solo: è anche più avanzato perché coglie il fattore strategico per la conquista del potere: la politica dell’immagine. Per fortuna tra le forze progressiste non tutti dormono come hanno fatto a suo tempo i governi nazionali di centro- sinistra sul tema degli assetti televisivi nazionali. E tra coloro che suonano la sveglia ci sono intellettuali impegnati a interpretare le nuove regole di costruzione del consenso sociale e a mettere in moto alternative concrete contro la comunicazione a una dimensione. Un’esperienza molto vivace è oggi raccolta in un libro di Franco Berardi, Marco Jacquemet, Giancarlo Vitali: “Telestreeet. Macchina immaginativa non omologata“, Baldini Castoldi Dalai editore, 239 pagg, 13,60 euro.

Le Tv di strada costituiscono una reazione dal basso alla dittatura mediatica instaurata da Berlusconi. Possono trasmettere grazie a dei coni d’ombra che si creano tra le varie frequenze, si mettono in piedi con un’apparecchiatura dai costi limitati (circa 1.000 euro) e hanno un raggio di trasmissione di poche centinaia di metri. Uno dei primi esperimenti, tutt’oggi attivo, nasce nei primi mesi del 2002 a Bologna con Orfeo TV. Da allora il fenomeno è proliferato in diverse parti d’Italia e per quanto illegale non è stato represso dal Governo Berlusconi ad eccezione di Telefabbrica, microstazione di Termini Imerese che trasmetteva nel raggio di 150 metri interviste e immagini degli operai in lotta contro la chiusura degli stabilimenti decisa dalla Fiat. Evidentemente il timore che gli operai si approprino di efficaci strumenti di comunicazione è sempre
presente nella borghesia. E puntualmente sono arrivati i carabinieri. Indipendentemente da quale sarà il futuro delle antenne di strada, Telestreet è un libro tutto politico che anche i politici di professione della sinistra dovrebbero leggere per almeno due motivi. Primo, per alfabetizzarsi visto che hanno ampiamente dimostrato di essere privi di chiavi di interpretazione della <nuova società che nasce dal matrimonio tra finanza, pubblicità e televisione>. Secondo, perché gli autori di Telestreet chiedono ai poteri pubblici locali di fare il loro dovere e favorire il pluralismo delle opinioni supportando le esperienze che nascono nel territorio e non sono sotto controllo padronale: dalle Tv di strada al mediattivismo fino alle produzioni indipendenti. E in questo senso si spiega il sottotitolo del libro: permettere una democrazia sostanziale della comunicazione aperta a un immaginario non omologato dalla pubblicità e dall’ideologia neo-liberista.

Il messaggio principale di Telestreet è che la politica dell’immagine di Berlusconi, ossia la sua teledittatura, si può combattere efficacemente con
un’altra politica dell’immagine. In questo senso il Cavaliere non ha tutti i torti quando afferma che il futuro non è nelle mani della carta stampata ma in quello della Tv digitale. Al di là delle schermaglie quel che contano sono i fatti e la domanda è: la sinistra di governo è realmente interessata a forme di democrazia dal basso come le Tv di strada?

Patrizio Paolinelli, il Domani di Bologna, 31 dicembre 2003.

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