Serve un rete di salvataggio contro il declino di Bologna

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Michele La Rosa

Parla Michele La Rosa, docente di sociologia del lavoro e sociologia
economica all’Ateneo di Bologna
“Credo che occorra una nuova forte alleanza tra imprese, cultura e
politica”

La decadenza economica, culturale e civile di Bologna è sotto gli occhi di tutti.
Tranne di coloro che non vogliono vedere o portano sulle spalle la
responsabilità del declino e magari ci guadagnano sopra in termini di posizioni
acquisite e rendite di vario tipo. Perciò, per ottenere risposte coraggiose e per
lanciare proposte volte al superamento della stagnazione, più che ai
protagonisti della politica e dell’economia è talvolta necessario rivolgersi ad
altre figure. Lo abbiamo fatto interpellando un intellettuale: il Professor Michele
La Rosa, sociologo impegnato nello studio delle trasformazioni del lavoro e
della precarizzazione.

Professor La Rosa, della crisi della nostra città si parla ormai da anni.
Prima di chiederle come si può superare può dirmi qual è la sua idea
del declino di Bologna?

“Siamo in un forte momento di discontinuità. Su un piano macro stiamo
passando da un modello di città a forma di isola a un modello a forma di
costellazione. Ciò significa che Bologna deve uscire dalla propria singolarità per
entrare in una intreccio di città e di territori. Su un piano micro stiamo
passando dal soggetto alla rete. Il che significa che fino a ieri lo sviluppo
economico si è concentrato sull’autonoma individualità dei singoli imprenditori
e sul lavoro in determinate nicchie con risultati lusinghieri. Ma tutto questo non
basta più ed è necessario fare un salto qualitativo verso il post-industriale”.

Cosa significa per lei la dimensione post-industriale?

“Vuol dire qualcosa di più rispetto al sistema industriale. Vuol dire una società
governata dalla flessibilità, dalla qualità, dalla conoscenza e dal concetto di
rete. A Bologna questi quattro elementi uniti tra loro non sono sufficientemente
interpretati, non sono raccordati ad uno sviluppo complessivo. Di fatto la
flessibilità è una potenzialità solo nella misura in cui è una scelta sia del
soggetto sia dell’impresa. Diventa un problema di possibile emarginazione
quando è subita. Un conto è se l’azienda utilizza il contratto atipico quando ha
bisogno di realizzare un progetto. Un altro è se usa co.co.co. e lavoro in affitto
solo perché costano meno. In questo caso si crea insicurezza e non si fidelizza
il personale che per l’azienda rappresenta invece una risorsa strategica. Per
dirla tutta ritengo la legge Biagi sbagliata perché non prevede ammortizzatori
sociali, non garantisce tutele e non rimodula i costi. Secondo me chi assume
un lavoratore a tempo determinato deve pagarlo di più di un dipendente a
tempo indeterminato”.

E qui si innestano in maniera critica gli altri elementi della dimensione
post-industriale…

“Sì. La qualità non riguarda solo il prodotto ma anche il processo, la ricerca, il
lavoro. La conoscenza vuol dire valorizzazione delle risorse umane. E in Italia
gli imprenditori investono solo se finanzia qualche ente pubblico. Al contrario,
in Francia e in Germania le aziende si impegnano in prima persona nella
formazione. In un recente seminario tenuto alla Camera di Commercio dei
direttori di personale che testimoniavano la loro difficoltà a far passare l’idea
che la formazione è un investimento. Altro fattore critico: ancora oggi
l’imprenditore fa fatica a passare dal self made al concetto di rete.
L’imprenditore emiliano e in parte romagnolo è molto egoistico-individualista. Il
che ha fatto la sua fortuna. Adesso da solo non ce la fa più, salvo gestire
nicchie. E questo è in qualche modo l’empasse che sta segnando Bologna”.

Come si esce dall’empasse?

“L’impresa deve fare di più in ricerca e sviluppo. Oggi bisogna innovare
continuamente e per questo è necessario impegnarsi nella formazione. Inoltre,
per rispondere a un mercato che richiede prodotti sempre più personalizzati è
necessario che l’imprenditore esca dalla logica del profitto immediato e orienti
il suo agire sui tempi medio-lunghi capendo cosa va automatizzato e cosa
mantenere con il lavoro umano perché non tutto è trasferibile nella tecnologia.
Ciò significa valorizzare la conoscenza dei soggetti e comprendere che una
fascia di personale stabile è un fattore decisivo. Poi ci sarà anche del personale
flessibile. E come accade in Giappone man mano che il personale fidelizzato va
in pensione o va via la parte flessibile ha l’opportunità di occupare posti stabili.
A tutto ciò bisogna aggiungere l’idea della rete. Concetto che significa due
cose: alleanza strategica fra imprese dello stesso territorio, ad esempio nella
forma del consorzio, e valorizzazione del capitale sociale, formula con cui si
intendono le risorse formali e informali che non sono finanziarie né lavorative
in senso stretto ma riguardano l’ambiente inteso come luogo dove vivono delle
persone”.

Quali iniziative strategiche si dovrebbero adottare?

“Credo che occorra una nuova forte alleanza tra imprese, cultura e politica.
Per la cultura c’è l’università che si sfrutta poco. Sembra che le imprese
abbiamo molta paura. Pensi che io faccio fatica a trovare aziende disponibili ad
accogliere i miei studenti per i tirocini. Esattamente l’opposto di quello che
accade in Francia. Le istituzioni pubbliche devono essere i luoghi che creano
condizioni favorevoli affinché le imprese e la cultura possano collaborare
insieme. D’altra parte, l’università risulta sempre più essenziale per le aziende
se la ricerca, lo sviluppo e la formazione diventano fondamentali. Questo non
vuol dire funzionalizzare l’università all’economia. Significa valorizzare nelle
persone capacità che gli consentono di essere validamente presenti anche nei
lavori che cambiano. Significa trasmettere competenze di base su cui attivare
delle capacità specialistiche che però possono variare perché si ha l’abilità di
aggiornarsi permanentemente e rapidamente”.

Sul piano immediatamente pratico cosa propone per uscire dal
declino?

“Bologna deve puntare su alcuni grandi eventi e su quelli innescare delle
iniziative strategiche. Il resto viene da sé. Il nuovo ruolo delle istituzioni è
quello di essere facilitatori di ciò che può agevolare l’alleanza tra imprese,
cultura e politica. Alla base di tutto devono esserci valori condivisi che
garantiscano una convivenza civile mirata all’aumento della qualità della vita
dei soggetti ma anche alla solidarietà, perché accanto a tante opportunità
abbiamo più possibilità di prima che la gente venga emarginata e non si
veda”.

C’è un modello a cui Bologna potrebbe rifarsi?

“All’estero ne ho visti tanti. C’è una cultura dell’alleanza tra i grandi soggetti
cittadini. In Italia, Veltroni e Chiamparino (rispettivamente: sindaci di Roma e
Torino, ndr) su alcune iniziative sono orientati in questa direzione. Ma senza
andare troppo lontano anche in Emilia-Romagna ci sono dei comuni mediograndi
che tentano un disegno strategico all’interno del quale sono alleate
istituzioni, cultura e impresa. Nel passato la stessa Bologna attuava, almeno in
parte, questa strategia. E da lì è nato un modello. Oggi, a Bologna ogni
istituzione è un isola a sé. Dagli studi che facciamo su questa città ci rendiamo
conto che mancano sempre più elementi di solidarietà, valori comuni che diano
luogo a scelte collettive”.

Patrizio Paolinelli, ABC, periodico del quotidiano il Domani di Bologna, 27 gennaio 2004.

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