Nella competizione globale non ci può essere etica

SbancorImage2Intervista al banchiere anarchico Sbancor sul caso Parmalat e il
sistema economico

Dietro la firma di Sbancor si nasconde un banchiere. Per di più anarchico. Un
personaggio clandestino e tuttavia influente nella comunità finanziaria. Non
solo: Sbancor è una voce ascoltata con attenzione dal variegato movimento
contro la globalizzazione neo-liberista. Autore di saggi, esperto di economia
internazionale lo abbiamo interpellato sulle recenti bancarotte di grandi aziende
italiane e sul futuro del sistema capitalistico.

Allora Sbancor, qual è la lezione che proviene dal crac Parmalat?

“La prima lezione è che non bisogna mai fidarsi di quello che si legge sui
bilanci. Come sta emergendo, probabilmente nel caso Parmalat i bilanci sono
falsi da più di quindici anni. D’altra parte non si spiegherebbe il valore di un
buco così grande, intono ai 14 miliardi di euro, se non si pensasse ad una
falsificazione che affonda nel tempo. La seconda lezione è drammatica: in
quella che chiamiamo la società dell’informazione le informazioni finanziarie non
si hanno. Non le ha ovviamente chi va a sottoscrivere le obbligazioni allo
sportello delle banche. In alcuni casi non le ha completamente neppure la
banca stessa. Anzi, direi che abbiamo costruito un bel meccanismo per la
produzione del falso. Meccanismo che si regge su un intreccio di interessi. Che
vanno dalle ambizioni di carriera del giovane ragazzo che deve collocare le
azioni Parmalat a interessi più sostanziosi i quali hanno a che fare con gli
schieramenti politici e le filiere di appartenenza dei vari potentati. Nessuno sa
esattamente quello che succede. Ognuno dà il suo contributo perché il falso
abbia ragione sul vero, perché la moneta cattiva scacci quella buona”.

Tuttavia nel caso Parmalat si discute molto su chi sono i colpevoli…

“Da banchiere dico: tutti sono colpevoli. Non c’è nessuna delle persone e delle
istituzioni in qualche modo coinvolte nella vicenda che non abbia messo un
piccolo tassello di falso nel grande falso che è stato confezionato dai ragionieri
di Collecchio”.

In genere quando la colpa è del sistema il colpevole non si trova…

“Mi sembra che nel dibattito sulla colpa del crac Parmalat si litighi
essenzialmente su chi debba essere il capro espiatorio. Alla fine si sacrificherà
una, forse due teste. Poi il mondo tornerà alla sua falsa normalità”.

Per il futuro i piccoli azionisti come possono fidarsi e quali
contromisure possono prendere?

“Mi viene da dire una battuta: per essere azionisti non bisognerebbe mai
essere piccoli. Il vero problema è che in questo venale rincorrere la ricchezza
tutti pensano di conoscere tutto sul capitalismo, le imprese, le banche. Poi ogni
tanto sbattono il muso. In realtà la psicologia del piccolo azionista o del piccolo
risparmiatore è imbattibile. Quando gli offrivano bond argentini a un tasso del
16-17%, mentre in Italia al 10% scattava il tasso di usura, è mai possibile che
a qualcuno non venisse in mente che se risparmia il 16% è perché
probabilmente si ha intenzione prima o poi di smettere di pagare? Il piccolo
azionista o il piccolo risparmiatore dovrebbe innanzitutto essere meno avido.
L’avidità è la causa di tutti questi mali. La grande avidità di Tanzi, dei banchieri
ma anche la piccola avidità del piccolo azionista”.

D’accordo, ma oggi cosa si può fare?

“Prendere delle precauzioni adesso è come chiudere la stalla quando i buoi
sono scappati. Lo sanno tutti che non si può puntare su un solo titolo, che
quando si fanno investimenti a rischio bisogna diversificare. Se proprio uno ha
l’impellente voglia di puntare sui mercati sud-americani quantomeno dovrebbe
prendere Brasile, Argentina e Cile in modo che se perde in Argentina si rifà con
gli altri due Paesi. Qui invece siamo spesso davanti a casi di gente che ha
comprato solo obbligazioni Parmalat, Cirio o Argentina. Siamo al livello di
andare al casinò e puntare tutto sul rosso o sul nero e se si perde prendersela
con il croupier”.

Cosa spinge un risparmiatore a puntare tutto su un unico titolo?

“Non bisognerebbe mai farlo. A meno che non stia tentando una speculazione.
Cioè che per qualche motivo, una voce, qualche calcolo, quell’azione debba
improvvisamente salire del 100% nel giro di pochi mesi. E’ l’unica spiegazione.
Nel caso Parmalat le azioni erano un po’ basse rispetto al valore dichiarato
dell’azienda. Ma erano altissime rispetto al vero valore dell’azienda. Però
qualcuno poteva cascarci pensando che presto le azioni Parmalat sarebbero
risalite”.

Lei ha centrato su un sentimento particolare come l’avidità uno dei
motivi per i quali il piccolo azionista cade in queste trappole. Tuttavia,
ci sono anche piccoli risparmiatori che investono i loro pochi risparmi
perché gli interessi bancari sono ridicoli mentre l’inflazione reale è al
5% e oltre...

“C’è una differenza tra i giochi in Borsa e il piccolo investimento in una polizza
a vita o in un fondo comune. Anche in questo caso può andar male. Ma entro
certi limiti. Però non è questo il punto. Quello che tutti dobbiamo ricordarci è
che abbiamo alle spalle la caduta delle Borse di Wall Street nel 2002 che è stata
pari a quella del 1929. Sembra che da questa caduta nessuno abbia tratto
qualche conseguenza. Mentre gli spettri che ancora adesso si aggirano sul
mercato dei capitali possono provocare perdite elevatissime. Il punto è che il
processo di distruzione di ricchezza iniziato con la crisi di Wall Street non si è
ancora fermato”.

Si riferisce soprattutto al crollo della new-economy?

“Enron era tutto tranne che new-economy. E’ un crollo generalizzato. Alla neweconomy
in quanto tale non ho mai creduto molto. E’ vero c’è stata la
rivoluzione tecnologica però un economista dovrebbe sapere che quando ci
sono cicli di forte innovazione tecnologica probabilmente i prezzi calano. E se i
prezzi calano senza che ci sia una domanda che li tiene su possono anche
crollare e produrre crisi. Queste cose si sanno dal 1930. Uno dovrebbe guardare
a quello che gli sta succedendo intorno prima di lanciarsi in speculazioni. L’unica
cosa su cui in questi ultimi tempi si è sicuramente guadagnato è l’oro. Che nel
giro di qualche anno ha raddoppiato il suo valore passando da 200 a più di 400
dollari l’oncia. Il che la dice lunga sul livello di preoccupazione all’interno
dell’economia, perché l’oro è l’ultimo degli investimenti, il bene-rifugio per
tradizione”.

Secondo lei dobbiamo aspettarci altri crac?

“Sì. Non so se in Italia e se in tempi brevi. Però la situazione è di quelle che
possono portare grandi crac. In fondo noi abbiamo visto i tracolli americani. Ma
non abbiamo visto grandi crac europei. Stanno cominciando adesso e sono il
lascito della crisi di Borsa di Wall Street. D’altra parte, oggi nessuna azienda
italiana naviga nell’oro. Tutte presentano qualche punto di debolezza. Una
congiuntura particolarmente negativa, il rialzo del prezzo di materie prime, il
crollo di qualche banca può benissimo provocare altre crisi come quelle di Cirio
e Parmalat”.

Per coloro che vivono con uno stipendio o un salario quali prospettive ci
sono?

“Le prospettive sembrano bruttine. Nel senso che la caratteristica di questa,
tra virgolette, ripresa che c’è negli USA e molto meno in Europa, ci dice che i
ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri. Oggi il salario minimo USA è di
6,50 dollari l’ora. Se in termini di potere d’acquisto dovesse essere portato a
quello degli anni ‘70 dovrebbe passare a più di 18 dollari. Quindi c’è un
impoverimento crescente del reddito fisso e di tutte le attività salariali a fronte
di una remunerazione molto forte invece di chi ha redditi da capitale o non
legati al lavoro. Il che conferma il vecchio detto, e la mia assoluta certezza, che
lavorando non si fanno mai i soldi”.

Mi sembra confermi anche la teoria del bipolarismo tendenziale del
sistema capitalistico per la quale la società si dividerà sempre più tra
una classe di super ricchi e molti tipi di povertà…

“Questo però non è stato vero per un periodo della storia del capitalismo, che
va dalla fine della seconda guerra mondiale fino a tutti gli anni ’70. Ricomincia
ad essere vero oggi che con il neo-libersimo è tutto un andare indietro, verso
gli anni ’20 e ’30. Diciamocelo francamente: il modello in cui i ricchi diventano
più ricchi e i poveri più poveri è da terzo mondo. Il Sud-America ha sempre
funzionato così. Non era il modello dell’american way-of-life, il modello della
società dei consumi. E‘ il ritorno a un vecchio capitalismo cattivo e selvaggio,
che va dalla fine dell’800 fin dopo la Prima Guerra Mondiale. Con tutti i rischi
sistemici che si correvano allora. Se si guarda la storia anche in quell’epoca
c’erano grandi crac, nazioni non industrializzate che fallivano, improvvise crisi di
liquidità e così via. Insomma la teoria del bipolarismo tendenziale potrebbe
essere vera o falsa. Non voglio entrare nel dibatto. Certo, è che stiamo facendo
di tutto per renderla vera”.

Per anni si è parlato di cultura d’impresa. Poi abbiamo assistito alla
proliferazione dei paradisi fiscali, alla diffusa evasione fiscale e
contributiva e ora a vari crac, da Enron a Parmalat. E’ questo il vero
volto del capitalismo?

“La caratteristica dell’impresa è quella di cercare di arricchirsi impoverendo gli
altri. Gli altri a volte sono i concorrenti, a volte i soci, a volte i dipendenti. L’idea
che ci sia una cultura d’impresa dove tutto è rose e fiori non è mai stata vera.
Tranne forse nelle attività statali che poi scaricavano sul pubblico le proprie
inefficienze. Nell’attuale capitalismo non ci può essere etica perché il livello
della competizione è troppo duro. La stessa globalizzazione, ossia l’entrata sul
mercato del lavoro di concorrenti che pagano i salari un decimo rispetto a quelli
di in un Paese occidentale, provoca un rimescolarsi di carte assolutamente
incredibile. Il capitalismo è sregolato. Questa è un po’ la filosofia. E così
improvvisamente scopriamo che le Cayman hanno un giro d’affari che forse è
più grande di quello di una media nazione industrializzata. Il paradiso fiscale
una volta era per pochi. Oggi sta diventando la casa celeste di tutti i capitalisti.
Recentemente il Sole 24 ore ha pubblicato un dato: 486 società italiane quotate
in Borsa hanno filiali nei paradisi fiscali. Una marea per il nostro sistema”.

Ora che è caduta qualche maschera continuerà l’operazione ideologica
dell’imprenditore gran lavoratore e distributore di ricchezza?

“Con una bella faccia tosta credo che continueranno a sostenerlo. Nessun
articolo che io abbia letto sui recenti crac ha parlato di crisi di sistema. Dicono
una cosa che in fondo è sacrosanta: nel capitalismo queste cose succedono.
Certo Tanzi non era uno stinco di santo, ma nessuno se ne è accorto prima e gli
altri non sono delinquenti. E’ così che tratteranno la cosa. Neanche nel caso di
Bophal, quando un’industria chimica in India ammazzò duemila persone,
qualcuno ebbe il coraggio di dire che forse quelle industrie chimiche sono
incompatibili con la razza umana. In Italia sono stati assolti i dirigenti della
Montedison del petrolchimico di Porto Marghera. Non c’è percezione del danno
quando si colpisce la salute figuriamoci quando si tratta del portafoglio”.

Dagli anni ’80 ad oggi la politica è sempre più ridotta ad ancella
dell’economia. I crac e la polarizzazione tra ricchi e poveri può
restituire un ruolo alla politica?

“Purtroppo credo di no. Addirittura un conservatore nell’animo come John Le
Carrè nel suo ultimo romanzo si è accorto che la politica estera la fanno le
corporation e non i governi, e stiamo parlando dei governi USA e britannico non
delle burlette italiane. Per restare a casa nostra basta accendere la Tv e
sintonizzarsi su una trasmissione di Bruno Vespa per rendersi conto della
pochezza della politica rispetto alla complessità del mondo. Pensare che quei
signori possano risolvere qualcosa è veramente un’idea che tutti trovano
incredibile. Infatti, sempre più gente non va a votare. E‘ difficile pensare che il
teatrino della politica, in Italia come altrove, riesca a mettere a posto un mondo
organizzato da corporation che hanno al loro interno intelligenze di molto
superiori. Anche intelligenze criminali ma comunque di molto superiori. La
politica degli schieramenti, quella parlamentare penso possa assai poco. Molto
di più può la politica di movimento, quella che abbiamo visto da Seattle in poi e
che cambia il modo di rapportarsi delle persone con questi eventi”.

Allora non c’è speranza?

“Una speranza c’è e viene dalla gente. Più o meno in tutto il mondo le persone
cominciano a pensare che questo ritorno indietro del capitalismo sia più foriero
di guai che di benessere. In fondo il capitalismo si è sempre legittimato, e a
volte con ragione, dicendo: ti do maggiore benessere, maggiori consumi. Oggi
non solo abbiamo i problemi storici del capitalismo ma anche il problema che
non avremo più la seconda macchina, forse neppure la prima. E se uno non sta
attento perde pure la casa. In Italia sono moltissimi gli immobili che vanno in
asta giudiziaria perché non si riesce più a pagare i mutui. Qui scoppia una
contraddizione forte. Questo capitalismo si è affermato promettendo ricchezza a
ciascuno. Però è una promessa che non può mantenere. Anzi sta facendo di
tutto per dimostrare che non la manterrà”.

Lo storico statunitense come Immanuel Wallerstein ha affermato che il
capitalismo non morirà per i suoi insuccessi ma per i suoi successi…

“Non so se in questo caso Wallerstein abbia ragione. A me sembra che l’attuale
capitalismo sia una macchina ancora per molti versi sconosciuta. Sono
avvenute delle trasformazioni fondamentali. Una volta al massimo di faceva la
guerra per le materie prime, i pozzi di petrolio. Oggi la guerra è diventata un
motore dello sviluppo capitalista. Da quando gli Usa sono entrati in guerra
contro il terrorismo, che potenzialmente è una guerra a tutto il mondo, gli
investimenti in spese militari hanno fatto rialzare il PIL di quel Paese in maniera
incredibile passando dalla crisi alla ripresa. Purtroppo un meccanismo del
genere può durare molto. Questo è un capitalismo che produce sempre più
catastrofi. Ma alla catastrofe finale non credo, quantomeno non a breve
termine. Preferisco pensare che prima della catastrofe saranno le persone ad
accorgersi che bisogna cambiare stile di vita e il rapporto con il denaro. Il che
vuol dire non subordinare alla ricchezza i valori del genere umano,
dall’ambiente alle relazioni interpersonali”.

Patrizio Paolinelli, ABC, periodico del quotidiano il Domani di Bologna, 10 febbraio 2004.

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