Bologna è una città-pantofola. Alla fine non resta che il sogno

bellasi

Pietro Bellasi

Intervista a Pietro Bellasi docente di sociologia alla facoltà di Scienze Politiche di Bologna
“La qualità della vita è trovare spazi di partecipazione e di creatività”

Ci sono due modi principali di considerare la qualità della vita: uno critico e
l’altro conformista. A dire la verità il concetto di qualità della vita nasce nella
seconda metà degli anni ’60 in aperta polemica con la società dei consumi e
l’equazione che identifica il benessere sociale con la mera crescita economica.
Poi, a furia di Coca Cola e bombardieri, il capitalismo ha riassorbito la critica. E
così la qualità della vita è tornata ad essere misurata in base ai depositi
bancari, al numero delle azioni scambiate e delle automobili in circolazione.
Per fortuna non tutti si sono lasciati annichilire, neutralizzare o comprare. A
Bologna una delle voci più limpide contro l’idea conformista della qualità della
vita è quella Pietro Bellasi, dal 1966 docente di sociologia nell’ateneo della
nostra città e in altre prestigiose università come la Sorbona di Parigi dove ha
insegnato alla cattedra di estetica. Prima di lasciargli la parola vorrei dire che
non si esce da un incontro con Bellasi così come si è entrati. A parte la carica
umana, Bellasi è uno di quei rari docenti universitari capaci di scuotere le
coscienze alla radice e allo stesso tempo entusiasmare. E’ forse una strada
obbligata per un intellettuale che irridendo le mode culturali post-moderne si
dichiara ancora oggi e senza mezze misure un fan della Scuola di Francoforte.
Ossia una mente critica capace di mettere in crisi sia il conformista sia
l’anticonformista.

Professor Bellasi, cosa intende per qualità della vita?
“Intanto non la si può definire una volta per tutte. Né è possibile definirla in
negativo facendo l’elenco delle cose che non vanno. Ritengo che il concetto di
qualità della vita debba essere fortemente storicizzato e continuamente
aggiornato. Dobbiamo chiederci tutti i giorni cosa sia la qualità della vita, cosa
sia necessario fare per migliorarla e in che direzioni si debba andare. Penso che
in questo momento la qualità della vita non debba essere soltanto interpretata
in termini di aria pulita, regolamentazione del traffico, vivibilità delle città,
antidoti allo stress, uso del tempo libero. Tutte cose ovviamente
importantissime. Ma la qualità della vita è qualcosa di molto più profondo: è la
necessità di sognare, la libertà di sognare. E’ ritrovare la libertà che ci fa
evadere dalle prigioni dei determinismi. Credo che uno dei problemi più grossi
delle società post-industriali sia propria questa gabbia, questo dominio. Che
non è solo il dominio dell’uomo sull’uomo ma è il dominio della forza oggettiva
delle cose”.

Detto in termini meno filosofici?
“Per esempio siamo imprigionati dai determinismi economici, del mercato
soprattutto. Siamo prigionieri di determinismi vissuti alla stregua di eventi
naturali come il terremoto. Che differenza c’è fra le leggi di mercato e la deriva
dei continenti? Praticamente nessuna. Nel senso che non possiamo far niente
contro la deriva dei continenti così come non possiamo far niente contro le leggi
dell’economia. Il terremoto è imprevedibile come le crisi economiche. Penso che
questo atteggiamento sia uno dei problemi fondamentali del nostro tempo. Ma
c’è una via d’uscita: l’attività artistica. L’arte ci insegna che al di là dei
determinismi c’è sempre una libertà del pensiero, dei sentimenti,
dell’immaginazione e della fantasia. Una libertà che ci può far superare anche in
altri ambiti, come quello politico, le leggi tra virgolette naturali del mercato.
Leggi che sembrano chiudere i nostri universi e soprattutto la nostra possibilità
di partecipazione alla vita sociale. La mancata partecipazione alla vita politica e
sociale è l’ostacolo maggiore alla qualità della vita. Se dovessi definire che cosa
è oggi la qualità della vita direi che è ritrovare o trovare questi spazi di
partecipazione e di creatività”.

Tuttavia la società post-industriale soddisfa molti desideri. Basti
pensare alla personalizzazione e all’estetizzazione dei prodotti, al
design sempre più sofisticato degli oggetti che usiamo
quotidianamente. A guardarle molte automobili si presentano come
meravigliosi giocattoli per adulti. Per non parlare di riti collettivi come
le vacanze e la conseguente attenzione alla bellezza del corpo. Pur
essendo risposte del mercato non le sembrano comunque segnali di
una buona qualità della vita?
“No. Vede, io ho lavorato per moltissimi anni sull’arte totalitaria dei fascismi e
soprattutto del nazismo. Credo che bisognerebbe ricordare sempre una cosa: il
tipo di estetizzazione della vita quotidiana che oggi conosciamo è cominciato lì.
E ci sarà pure una ragione. Le faccio un esempio. In Svizzera l’estetizzazione
della vita quotidiana è portata alle estreme conseguenze. E la Svizzera non è un
Paese totalitario. E’ un sistema perfettamente democratico. Però la
partecipazione sociale, per esempio la partecipazione politica, è ridotta al
minimo. Ho il grande sospetto che l’estetizzazione della vita quotidiana sia
qualcosa che prende il posto della creatività vera, che sia un surrogato della
libertà dell’immaginario. Non per niente questa estetizzazione assume aspetti
estremi sia nei regimi totalitari sia in Paesi democratici. Perché in fondo il fine è
il medesimo: il massimo controllo sociale”.

I consumi culturali costituiscono indicatori utilizzati per misurare la
qualità della vita. Lei non crede che le code di visitatori a una mostra o
le sale cinematografiche gremite di spettatori siano fatti positivi?
“Bisogna tener conto di un fatto: la potenzialità di assorbimento di godimento
estetico non è illimitata. Se questa potenzialità di godimento viene drenata in
ogni momento, in ogni piccolo particolare del nostro esistere ci troviamo in
riserva. Il nostro desiderio, inteso in senso freudiano, viene prosciugato come
accade nel supermercato dove entriamo per comprare poche cose e usciamo
con il carrello pieno. Questa potenzialità di spesa estetica è catturata di modo
che non abbiamo più riserve per il godimento estetico veramente libero che ci
porta a gustare una libertà dell’immaginazione che non è soltanto la libertà dei
sentimenti di fronte al bello ma è anche libertà di creatività politica, di
potenzialità che potrebbero farci evadere dalle prigioni dei determinismi”.

Ci sono spazi dove le idee a cui lei ha fatto cenno, vera libertà, vero
godimento estetico, vera qualità della vita, si esprimono e si realizzano
sottraendosi al determinismo economico, culturale e più in generale al
dominio?
“Sì, è quello dei giovani. Ovviamente anche i giovani sono prigionieri dei
determinismi, pensi solo alla presa dei marchi sull’immaginario. Però nella mia
esperienza di docente posso affermare che appena tento di far comprendere di
quali libertà l’arte può essere ispiratrice immediatamente i ragazzi restano
affascinati. Sono tanti gli studenti che mi chiedono come fare a continuare gli
studi di sociologia e lavorare sull’arte. E’ chiaro che poi l’arte viene essa stessa
riconquistata dal mercato. Però è oggi l’unico ambito nel quale è possibile
intravedere le possibilità di evasione dalle prigioni dell’oggettività necessaria”.

Di primo acchito si potrebbe pensare che se alla fine giovani e arte
sono prede del mercato non c’è scampo. Ma mi sembra che il percorso
sia più complesso…
“Certo. L’arte non ci suggerisce cosa fare ma apre spiragli di libertà: quelli
dell’immaginario, della fantasia, dei sentimenti, della narrazione di cui ormai
siamo incapaci. Ci indica questi spazi che nella mia esperienza di docente sono
sempre accolti dai ragazzi come sorprese straordinarie e che li affascinano
immensamente senza che il fascino sia per un pensiero strutturato. Anzi è il
fascino per qualcosa che vuol dire insicurezza, rischio. Non sappiamo quanto i
giovani sono attratti dalla libertà insita nell’interpretazione. E’ il termine che più
di qualsiasi altro esplode di libertà: l’interpretazione degli eventi, degli scritti,
dei sentimenti, della comunicazione. L’epoca post-moderna elimina sempre di
più l’interpretazione e con l’interpretazione la partecipazione. Da qui la mia
diffidenza per la massiccia estetizzazione della vita quotidiana in cui tutto è già
interpretato. Osservi le code delle mostre e dei musei a cui faceva riferimento:
non sono pubblici interpretanti ma soggetti ai quali vengono fornite definizioni
liofilizzate. Il totalitarismo è la realtà così come è: già interpretata”.

Bologna è sempre o quasi sempre nelle prime posizioni delle classifiche
relative alle città italiane nelle quali si vive meglio. Qual è la sua
opinione in proposito?
“Bologna è una città molto velleitaria. Soffre del complesso di Pierino: il
complesso di essere stata per molti aspetti all’avanguardia negli anni ’50, ’60,
primi anni ’70 e vive ancora oggi della rendita di quel passato. Ma di quel
passato, tutto sommato abbastanza glorioso, è stata protagonista solo una
parte della popolazione mentre il resto era ed è assolutamente conservatrice
più di tante altre città che hanno la fama di essere reazionarie…”.

E’ un’opinione controcorrente rispetto all’immaginario che ancora oggi
aleggia sopra le Due Torri…
“Me ne rendo conto. Ma vede questa è una fregatura solenne proprio per il
complesso di Pierino di cui le dicevo. Si è così contenti di quel che si è fatto che
stiamo fermi da quasi trent’anni. Lo dico con enorme dispiacere perché ho
amato Bologna come ci si può innamorare di una donna a cinquant’anni
abbandonando famiglia e lavoro. Ho preso una sbandata bestiale e poi ho
scoperto che qui c’è una borghesia estremamente conservatrice. In più Bologna
risente ancora enormemente del passato pontificio. Credo di non aver mai
conosciuto una città più curiale”.

Tutto questo con quali modalità si riflette sulla qualità della vita?

“Intanto Bologna è una città inospitale: ti riceve ma ti esclude. Poi vede la
cultura con sospetto. Si può fare cultura finché si rende omaggio allo snobismo
di vari strati della popolazione. Ma se si crea un minimo di tempesta nel
rassicurante piatto di tortellini ecco che immediatamente subentra il sospetto.
Se un marziano dotato di senso critico atterra con il suo disco volante sul
crescentone e va al museo Morandi capisce Bologna. E’ un museo in cui un
genio è stato totalmente neutralizzato nella sua bolognesità. Vale a dire: reso
totalmente innocuo. A mio parere Bologna è una città che diffida dei rischi della
cultura. E tutto quello che si fa lo si fa per esorcizzarne le cariche più
imprevedibili. Ciò che mette in dubbio le certezze e lo status quo è percepito
con diffidenza. Da un certo punto di vista Bologna è quanto di meglio si possa
sperare per la qualità della vita perché è una città-pantofola. Da un altro punto
di vista, quello della vita culturale, è una città ferma, così ferma che questa
quiete somiglia tanto alla morte”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 24 febbraio 2004.

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