Il fascismo democratico

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La scuola Diaz di Genova all’indomani dell’irruzione
da parte di sedicenti forze dell’ordine
nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 (Getty Images)

La sinistra moderata sta compiendo un altro errore storico. L’affermazione potrebbe apparire presuntuosa ma basta osservare quel che è rimasto del vecchio PCI e lasciar parlare i fatti. L’errore che segnaliamo con tutta la disperazione del caso riguarda l’interpretazione del fascismo.

Tra i moderati progressisti se ne parla come di qualcosa che appartiene al
passato e non ritornerà più. Il che è vero solo in minima parte perché il fascismo non è nato e
non è morto con Hitler e Mussolini: assume forme nuove e differenziate nelle società
industriali come in quelle post-industriali abitate di milioni di persone gestite da un potere che
della democrazia sostanziale non sa cosa farsene. E non sa che farsene perché una democrazia
sostanziale intaccherebbe alla radice l’accettazione passiva di disuguaglianze abissali e della
lussuosa vita che conducono le élite.

Tutto ciò è stato compreso dalla destra italiana più intelligente che, nel contesto europeo, dalle
nostalgie del ventennio sa di ottenere ormai poco. Inoltre, deve legittimarsi agli occhi dei suoi
ex nemici liberali per entrare stabilmente a far parte della ristretta cerchia dei dominatori.
Un esempio: il razzismo continua a prosperare ma non investe gli ebrei e indirizza la
persecuzione verso arabi e africani. Da qui le odiose leggi sull’immigrazione. In altre parole: il
carnefice sconfitto nell’ultimo conflitto mondiale si è pacificato con la sua ex vittima pur di
continuare a seminare pregiudizi contro presunti diversi. Questa è la continuazione del
fascismo sotto altre vesti. Vesti adatte a sistemi socioculturali che giustificano l’esportazione
militare della democrazia.

Durante la breve vita della nostra Seconda Repubblica potremmo citare numerosi esempi a
testimonianza della nascita di un ossimoro politico: il fascismo democratico. Ma ci preme
rispondere a una ricorrente obiezione di molti progressisti: fascismo e nazismo furono stati di
polizia e oggi non siamo in questa condizione. Obiezione più sbagliata che giusta perché il
fascismo democratico non ha bisogno di esercitare una violenza continua e totale come
avveniva negli anni ‘30. Paradossalmente lo dimostra il caso di Genova in occasione della
repressione tipicamente fascista delle manifestazioni contro il G8 nel luglio 2001. Centinaia di
bolognesi rientrarono dal capoluogo ligure profondamente scioccati per aver vissuto sulla
propria pelle la sospensione dello stato di diritto. Lo dimostra e lo ricorda un libro uscito in
questi giorni e scritto da un infermiere bolognese testimone di pestaggi e torture al suono di
Faccetta nera: Io, l’infame di Bolzaneto, edito da Logos/Yema.

Certo, una feroce repressione di massa come quella di Genova non si è ripetuta. Ma
semplicemente perché al fascismo democratico non conviene. Però tutto è rimasto come
prima. Dopo i fatti di Genova i vertici delle “forze dell’ordine” non si sono dimessi e i
responsabili di abusi non sono stati ancora processati così come una democrazia sostanziale
avrebbe imposto. Alleanza Nazionale ha garantito la difesa politica e i media hanno pensato
alla copertura, il bolognese Carlino in testa. Picchiatori e torturatori in divisa confidano
nell’insabbiamento. Nei giorni del G8 Fini, leader di An, era a Genova nella sala operativa dei
carabinieri. Nonostante la gravità di un simile fatto non ha mai chiarito cosa ci facesse. Ma è
stato premiato: in una cena di gala il quotidiano il Riformista gli ha recentemente assegnato il
premio di miglior politico dell’anno.

Patrizio Paolinelli, rubrica “Botta e risposta”, il Domani di Bologna, 29 febbraio 2004.

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