La trinità dell’impero U.S.A. Mercato, propaganda e guerra. Intervista a Giulietto Chiesa

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Giulietto Chiesa

La trinità dell’impero U.S.A. Mercato, propaganda e guerra. Intervista a Giulietto Chiesa, una vita tra informazione e controinformazione
“Quella contro la Cina è una campagna mediatica piena d’odio che porterà a una guerra

La globalizzazione neoliberista è stata narrata come una tappa evolutiva per
l’intera umanità. A una quindicina d’anni dall’introduzione di questo concetto la
realtà appare assai meno rosea di quella prospettata. Per molti la
globalizzazione è un sistema di potere che non ha interesse a uno sviluppo
economico equilibrato né a una democrazia sostanziale. Un critico impietoso
nei confronti di questo corso storico è Giulietto Chiesa (nella foto), noto
giornalista, corrispondente per molti anni da Mosca e fondatore di Megachip,
associazione che ha lo scopo di creare una mobilitazione permanente sul tema
della comunicazione. Lo abbiamo interpellato sugli effetti determinati
dall’intreccio tra potere mediatico e globalizzazione.

Chiesa, tutti le riconoscono una schiettezza fuori dal comune. In due
parole, come si caratterizza oggi il rapporto tra informazione ed
economia?

<Riassumendo una vicenda molto complessa si può dire che in questo
momento l’informazione è diventata l’ancella di una parte dell’economia: la
pubblicità. In termini più espliciti: la pubblicità decide i contenuti
dell’informazione. Credo che ormai siano in pochi a negare quest’evidenza. Non
solo la pubblicità decide la sopravvivenza di un giornale o di una televisione ma
decide anche i contenuti che l’informazione deve fornire. Siamo di fronte a una
radicale inversione dei valori determinata dal fatto che non esiste più il quarto
potere ormai ridotto a funzione della pubblicità e al servizio di chi governa>.

Quanto lei afferma è percepibile soprattutto osservando il rapporto tra
pubblicità e intrattenimento. Ma l’informazione vera e propria cosa
c’entra? Un TG manda in onda degli spot mentre trasmette le immagini
di un bombardamento in qualche angolo del mondo…

<Detto così sembra un paradosso ma in realtà siamo abbastanza vicini ad un
modo di concepire l’informazione soggetta alle presunte leggi del mercato. Nel
momento in cui l’informazione è una merce, il problema è venderla e non
decidere della sua qualità. Se l’informazione è cattiva, ma si vende, va
benissimo così. Se è buona, ma non si vende, semplicemente non si produce,
viene cancellata dall’agenda del giorno. Accade allora che è commercializzato il
peggio: sensazionalismo, passioni esasperate, fatti secondari, pettegolezzi,
scemenze, volgarità… Tutto questo non ha nulla a che vedere con
l’informazione ma con la merce>.

Come si esce dalla logica mercantile?

<Intanto questa logica riguarda l’intero sistema mediatico con l’eccezione di
alcuni giornali e qualche rivista fuori dai grandi circuiti dell’informazione. Detto
questo, il ragionamento da fare per uscire dalla logica mercantile è ristabilire
principi di democrazia della comunicazione che sono superiori ai criteri della
pura compravendita. Riconosco che l’informazione è anche una merce. Ma oggi
è soltanto una merce in senso molto più lato della pubblicità perché in quanto
tale un TG è uno splendido prodotto che si piazza sul mercato politico. Un
cattivissimo telegiornale può essere tranquillamente venduto a chi governa. Ed
è quello che vediamo tutti i giorni sui sei canali principali della Tv italiana>.

Oggi l’Occidente combatte guerre che diversi osservatori ritengono
finalizzate ad assicurarsi materie prime. In proposito l’informazione fa
la sua parte?

<Sì, nel distrarre, disinformare e disorientare l’opinione pubblica.
L’informazione è stata decisiva per costruire le ultime tre guerre: Kosovo,
Afghanistan, Iraq. E’ stata l’informazione che le ha rese possibili. Coloro che
hanno progettato quelle guerre hanno lavorato accuratamente perché il
sistema mediatico le rendesse spiegabili, accettabili, appetibili. Questo tipo di
informazione ha funzionato abbastanza bene. Salvo la tendenza ad esagerare
come nel caso delle armi di distruzione di massa irakene finché una parte del
pubblico si è accorta delle bugie. Limitandomi Italia mi domando: come è
possibile che centinaia di giornalisti di provata esperienza, decine di editorialisti
di prestigio non si siano accorti che Bush e Blair stavano clamorosamente
mentendo? Come mai i giornali hanno titolato per settimane sulle armi di
distruzione di massa? E’ questa la vigilanza di cui sono capaci? E’ questo il
livello critico che distribuiscono tra la popolazione? Stiamo assistendo ad una
degenerazione mostruosa del sistema della comunicazione e alla presa per i
fondelli di milioni di persone>.

Come lei sa su questi temi ci sono opinioni molto diverse dalla sua…

<Ovviamente. Se dicessi queste cose a Bruno Vespa durante il suo talk-show
gli verrebbe un infarto. Ma ho un esempio incontestabile salvo da
quell’informatore dichiarato della Cia che è Giuliano Ferrara. E cioè, nessuno
può negare il fatto che la notizia più importante dell’ultimo decennio non ha
avuto la diffusione che merita. Mi riferisco al fatto che George Bush ha vinto le
elezioni con i brogli. E’ tutto documentato ufficialmente. Basta leggere “Stupid
White Man” di Michael Moore e verificare le fonti citate. Sono ineccepibili ed
esatte. Allora la conclusione è solo una: George Bush è un impostore, non è il
presidente degli USA. Michael Moore lo ha scritto, io lo dico spesso nelle mie
conferenze e nessuno si sogna di denunciarci o di arrestarci per oltraggio a un
capo di Stato. In Italia e nel mondo questa notizia è nota a pochissimi che si
sono procurati altre informazioni. Eppure mi sembra di un’importanza
fondamentale. Dove stanno i direttori dei giornali e dei telegiornali? Dormono
tutti?>.

Tuttavia lei come altri avete la possibilità di denunciare questi
squilibri…

<Fino a un certo punto e con scarsa efficacia mediatica. Le faccio un esempio.
Il mio libro, La guerra infinita, ha venduto circa 80.000 copie. Quantità che per
il mercato italiano significa un successo editoriale. A parte le recensioni di due
o tre quotidiani di sinistra da tutti gli altri è stato ignorato. Le dirò di più: non
ha avuto un solo minuto di attenzione da nessuna trasmissione televisiva
pubblica e privata. Un record assoluto per un libro che è stato a lungo nei primi
posti delle classifiche di vendite. Questo accade perché ciò che scrivo sulla
nascita dell’Impero americano è inconfutabile. E c’è una ragione. Ho adottato
lo stesso criterio utilizzato da Michael Moore: ho citato fonti ufficiali USA.
Neppure mi possono dare dell’antiamericano>.

Insomma nella comunicazione vince chi ha più mezzi per convincere.
Ma torniamo all’economia di casa nostra. Anche se molto tardivamente
da un po’ di tempo la carta stampata si occupa della povertà. Un
interesse assai meno evidente sul mezzo televisivo dove l’indigenza
sembra un tabù. Come spiega questa differenza?

<Nella carta stampata è ancora viva una dialettica. Sono molti i giornalisti che
non si adattano all’andazzo e reagiscono quantomeno individualmente.
Esistono degli anticorpi e alcune notizie emergono nonostante divieti e
pressioni. In televisione invece non c’è più spazio. Dappertutto vige la censura
e l’autocensura con lodevoli e sempre più rare eccezioni. Ma il problema della
povertà è ormai talmente evidente che una parte dell’informazione non può
ignorarlo. A questo punto è necessario introdurre il concetto di manipolazione
dell’informazione. E’ un vettore che agisce ovunque. Ma è variamente
contrastato nelle diverse realtà dalla presenza della società civile. Quanto più
questa è articolata e matura tanto più la popolazione è in grado di difendersi.
Nei Paesi dove la società civile è debole e poco strutturata la manipolazione
dilaga. Se dovessi stendere una graduatoria da uno a cento, negli USA la
manipolazione è a quota 90. In Italia per ora molto meno. Da noi se non parli
dell’impoverimento c’è un sacco di gente incazzata che ti chiede perché. Ma a
parte l’evidenza, che in qualche modo può essere oscurata, c’è un reale
impoverimento dei ceti che contano. Finché ad essere depauperati sono
lavoratori dipendenti, di basso e medio livello, il problema è considerato poco
importante e ha poca visibilità. Oggi l’impoverimento inizia a riguardare i ceti
medi che sono l’ossatura di questa società e lo strato dove si forma il
consenso. E’ chiaro che se comincia a franare questa barriera la situazione
diventa insostenibile ed ecco perché la Tv non ne parla. I ceti medi italiani e di
molti Paesi capitalistici sono stati colpiti da un attacco violento alle loro
condizioni di vita. A questa crisi le classi dirigenti degli USA e dell’Europa
rispondono in maniera autoritaria perché stanno perdendo consenso. Una delle
espressioni dell’autoritarismo è il silenzio televisivo>.

Da quanto dice si può affermare che esiste un kombinat tra economia,
informazione e guerra?

<Sì. E glielo dimostro attraverso un dettaglio. Nell’ultimo anno e mezzo il
termine new-economy è sparito dai giornali. Il kombinat è determinato dal
fatto che, secondo analisi condotte da autorevoli economisti su dati elaborati
da istituti di ricerca indipendenti, gli USA attraversano una crisi spaventosa e
tutta la costruzione degli anni ’80 e ’90 a sostegno alla new-economy è saltata.
Oggi gli USA non hanno una soluzione alternativa a quel colossale fallimento e
stanno annaspando nel disastro. La guerra è l’unica risposta che il gruppo
dirigente americano è stato capace di produrre. Per chi ha un punto di vista
alternativo non resta che cercare di capire perché la globalizzazione americana
è saltata, perché non funziona la finanziarizzazione del mondo e forse potremo
trovare dei rimedi. Ma i rimedi non rientrano negli interessi dei gruppi dirigenti
perché la guerra permette di prendere due piccioni con una fava: rilanciare
l’economia investendo massicciamente in armamenti, manipolare l’opinione
pubblica impedendole di concentrarsi su problemi primari. C’è un solo modo
per consentire alla popolazione americana di accettare un’economia fondata
sulla guerra: terrorizzarla. E chi compie questo lavoro è il sistema dei media>.

In Italia forze della società civile e parte dei giornalisti resistono alla
manipolazione mediatica che giustifica l’economia di guerra. Quali
chanches hanno questi due attori?

<Aspettarsi dalla categoria dei giornalisti atti di eroismo individuale è
sbagliato. E’ vero che in tutte le redazioni che conosco c’è parecchia gente
nauseata da questo modo di esercitare la professione e quasi tutti i giorni
ricevo telefonate di colleghi che denunciano episodi di mobbing, violenze,
censure. Tutto sommato è un buon segno perché significa che c’è chi reagisce.
Ma i giornalisti non possono essere lasciati soli a combattere la battaglia per
un’informazione democratica. Questa è una battaglia dell’intera società perché
siamo dinanzi a un kombinat, a un fatto complesso che non può essere
caricato sulle sole spalle del giornalista. L’informazione è oggi un problema
sociale centrale per la tenuta della democrazia. E’ necessario che partiti politici,
sindacati, società civile la considerino il tema vitale. Ma per alcuni aspetti la
situazione va degenerando. Mi chiedo: quale lezione hanno imparato le nuove
leve del giornalismo arrivate negli ultimi anni nelle redazioni? Come sono
formate? Cosa hanno capito della professione? Purtroppo viene insegnato loro
a essere bugiardi, pigri, superficiali. Il problema allora è creare un controllo
critico e democratico dell’informazione e una rete di protezione sociale intorno
a coloro che fanno comunicazione. In questo modo i giornalisti non si
sentiranno isolati e diventeranno più attivi. In definitiva, le chanches contro la
manipolazione mediatica ci sono ma non ci saranno regalate>.

Lei stabilisce un rapporto così stretto tra democrazia e diffusione
dell’informazione da apparire un automatismo. Non le pare eccessivo
per società complesse come le nostre?

<No, perché non conosco società che possono definirsi democratiche e in cui la
maggioranza della popolazione non ha elementi per giudicare ciò che accade.
Puoi andare a votare anche una volta al giorno ma se non sai cosa sta
succedendo nel mondo non sei in condizioni di votare decentemente.
Semplicemente stiamo perdendo la democrazia. Quindi: o democrazia della
comunicazione o niente democrazia. Quando il movimento nel suo complesso
avrà capito questo avremo fatto passo avanti anche per il risanamento della
deontologia professionale dei giornalisti>.

Capitolo Cina. Soprattutto sulla stampa economica sta montando una
campagna contro il pericolo giallo. Qual è la sua opinione?

<E’ cominciata una grande offensiva. Questa campagna mediatica durerà una
decina d’anni, forse più. E come tutte le offensive che tendono a sfociare in
guerre militari devono essere precedute da battage di odio. Ecco un piccolo
esperimento da fare: quanti giornalisti terranno bordone? Su come i media
italiani descrivono la Cina scriverò un libro e se mi riesce metterò in piedi un
osservatorio. La Cina è il vero ostacolo alla dominazione totale e imperiale
degli USA. E’ l’unica nazione al mondo che prende decisioni in piena
autonomia. Naturalmente si comporta con molto savoir-faire ma i suoi calcoli
sono diversi da quegli degli USA. I cinesi stanno armando fino ai denti, stanno
riempiendo i propri forzieri di buoni del tesoro USA, di dollari e oro. Si stanno
preparando all’attacco americano sul terreno economico-finanziario. E si
preparano a loro volta a ripagare pan per focaccia. Da tempo la Cina è
perfettamente al corrente del disegno USA. La stampa di Pechino è piena di
analisi su questo tema ed esistono studi approfonditi pubblici e altri riservati di
cui ho avuto notizia. Il livello dell’analisi è molto alto e i cinesi sanno di entrare
in rotta di collisione con gli americani. Mi domando se noi europei possiamo
giocare un ruolo. Certamente se ci schieriamo passivamente con Washington
saremo assorbiti nella logica della guerra>.

E la nostra stampa? Possibile che nulla possa contro la preparazione di
questo probabile conflitto?

<Intanto nessuno conosce il cinese e legge i quotidiani di quel Paese. Siamo
tutti talmente ignoranti. E poi come facciamo a fare buona informazione sul
pianeta Cina se nessun quotidiano italiano ha un corrispondente a Pechino? La
nostra presenza si riduce all’Ansa, qualche freelance e un bravo giornalista Rai
che però non si vede mai. Probabilmente fra poco verranno mandati degli
inviati perché la campagna d’odio contro la Cina andrà intensificata e allora
saranno necessari corrispondenti sul posto>.

Patrizio Paolinelli, ABC, periodico del quotidiano il Domani di Bologna, 9 marzo 2004.

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