Il borghese e lo sguardo. Mutazioni dei sensi nella civiltà capitalistica

chaplin1. Il capitalismo è un modo di produzione fondato sulla merce.
La civiltà capitalistica è un sistema di riproduzione sociale della forma-merce in formapensiero.
Questo tipo di riproduzione si fonda sull’instabilità e la trasformazione, sullo sviluppo e la sua crisi.
Qualità che trovano nella città il luogo di affermazione. E la città ha esteso ovunque
la sovreccitazione sensoriale come modo di vivere, ha esteso in chiunque un sistema
di bisogni percettivi corrispondente a quella sovreccitazione. Vettori dell’estensione sono i
mass-media. Il loro ruolo è oggetto di molteplici analisi. Quelle critiche hanno generato concetti interni alla nozione di riproduzione sociale quali: la
trasmissione ideologica dell’individualismo borghese, l’induzione al consumismo, la spettacolarizzazione della merce, la manipolazione
dell’opinione pubblica, il pensiero unico.I risultati sono notevoli: nessuno si  aspettava che i riproduttori della civiltà capitalistica dessero vita a un poderoso movimento transnazionale di opposizione sociale alla globalizzazione neoliberista.
Una sorpresa della storia che ha affrontato a viso aperto la marcia trionfale del capitalismo dopo il crollo del socialismo reale e le forsennate
retromarce della sinistra moderata europea colpevolmente incapace di cogliere le occasioni spalancate da quel crollo.

2. Uno dei libri che ha gettato le basi per una definizione delle istanze del
movimento è No Logo, di Naomi Klein: inchiesta giornalistica che individua nel
marchio aziendale una merce-immagine il cui valore simbolico è
immediatamente politico. E la politica dei marchi aziendali contiene un
elemento illiberale del controllo sociale: lo scambio a senso unico che
trasferisce la personalità del prodotto nell’identità delle persone. La riduzione
dell’esistenza a una <vita sponsorizzata>, <la piena integrazione tra pubblicità
e arte, marchio e cultura>, l’espansione coloniale del marchio nello spazio
mentale, l’innesto dell’immagine del prodotto nel modo d’essere e di apparire
sono effetti che segnalano il profondo mutamento di statuto della merce, la
radicale trasformazione del rapporto tra percezione e pensiero, lo stretto
rapporto tra liberismo e totalitarismo. Rapporto che emerge dalla congiura del
silenzio da parte dei mass-media sulla notevole quantità e qualità di forme di
resistenza al potere del branding puntualmente descritte nell’inchiesta della
Klein. Ma i mass-media non si limitano a pilotare l’informazione. Fanno molto
di più: si appropriano delle icone nate dalle linee di fuga dell’immaginario
critico e le mercificano assegnandogli un valore simbolico che entra in
concorrenza con altre icone. Per evitare di finire nel ciclo della riproduzione No-
Logo è un marchio registrato. Buona mossa. Commercializzandosi ha evitato la
commercializzazione. Ha evitato la sicura sconfitta. A conferma della guerra tra
griffe per catturare lo sguardo. A conferma della sottigliezza metafisica della
merce.

3. La riproduzione della civiltà capitalistica è oggi l’oggetto del modo di
produzione capitalistico: le idee dominanti sono le merci principali vendute dai
dominatori. Sul piano pratico-ideologico obiettivi della borghesia sono: la
prevalenza del mercato sulla società, il conseguente sogno liberale di
estinguere lo Stato e l’altrettanto conseguente mercificazione di ogni cosa. In
buona misura gli obiettivi sono stati centrati generando anche il loro contrario:
un’opposizione mondiale contro il pensiero unico. Forze antisistema
propongono modelli di sviluppo alternativi alla globalizzazione capitalistica,
rapporti più equilibrati tra centro e periferia, tra produzione e consumo, tra
società e ambiente. Lo scontro è aperto. Rispetto al passato la dimensione del
conflitto sociale è su scala planetaria. In continuità con il passato la
riproduzione della civiltà capitalistica avviene attraverso strutture
profondamente antidemocratiche identificate da Samir Amin in cinque
monopoli <che consentono al centro di polarizzare il mondo a proprio esclusivo
vantaggio>: il monopolio tecnologico, il controllo finanziario dei mercati
finanziari di tutto il mondo, l’accesso monopolistico alle risorse naturali del
pianeta, il monopolio sulle armi di distruzione di massa, il monopolio sui media
e la comunicazione.

4. La riproduzione della civiltà capitalistica avviene grazie al monopolio borghese
dei media e della comunicazione: monopolio strategico per la combinazione di
forze degli altri monopoli. Ed è a questo livello che si esercita una vasta
opposizione. Lo strumento teorico del movimento e dei comunisti che sono
dentro il movimento è la critica alle idee dominanti. E il discorso critico è in
genere organizzato intorno ai seguenti postulati: demistificazione ideologica
(della retorica sul pluralismo dell’informazione, sulla sovranità del consumatore
ecc.), denuncia di una condizione asimmetrica e/o d’ingiustizia, rivelazione
delle minacce più o meno occulte alla libertà, smascheramento della realtà,
enunciazione di proposte alternative. A questa struttura discorsiva è plausibile
agganciare nuovi postulati, nuove enunciazioni in grado di cogliere fattori di
forza e di debolezza del monopolio capitalista dei media e non ancora
precisamente individuati. Il punto di partenza è costituito da una domanda
tanto macroscopica quanto semplice: è possibile superare la cultura borghese?

5. Le ondate tecnologiche producono maree di tecno-ottimisti. E le varie tribù di
tecno-ottimisti sono divise tra loro da visioni radicalmente opposte. Due
esempi: il Media-Lab del MIT di Boston capitanato da affaristi come Nicholas
Negroponte schierato con la commercializzazione della convergenza tra
informatica e media; i sostenitori della democrazia elettronica schierati con le
comunità virtuali e ispirati da guru come Howard Rheingold. In genere
entrambi i poli si attestano sulla nozione di società dell’informazione. Nozione
di successo adottata persino nei documenti ufficiali dell’Unione Europea e nella
versione del cyberspazio o ciberia da trasgressori impenitenti come Timoty
Leary: <La funzione principale dell’essere umano del Secolo XXI sarà
l’immagigneria –ingegneria dell’immagine- e la fabbricazione di realtà
elettroniche; per imparare a esprimere, a comunicare e a condividere con altri
le meraviglie del nostro cervello>. L’obiettivo è nobile. Ma al momento
l’imagigneria è ad esclusivo appannaggio di una ristretta élite. Per favorirne
l’estensione le profezie progressiste hanno un lavoro di autoconoscenza da
compiere. Lavoro che parte dallo scrollarsi di dosso un elemento della cultura
borghese: l’ideologia del determinismo tecnologico che presiede al concetto di
società dell’informazione. Si tratta di un atteggiamento pseudorazionale che
suppone la digitalizzazione di ogni cosa come un progresso in sé senza alcuna
considerazione delle scelte politico-economiche che hanno determinato tale
sviluppo e senza considerarne l’impatto sociale reale. Senz’altro entro un paio
di generazioni l’Information Communication Technology (ICT) stravolgerà
l’attuale ordine visivo: su Internet la tradizionale pubblicità dei vecchi media
non funziona. Ma da questo a presagire una società svincolata dalle grandi
corporation in virtù del solo progresso tecnologico ce ne passa. La battaglia
contro i meccanismi di riproduzione della civiltà capitalistica si combatte sul
terreno della politica e non su quello delle applicazioni tecnologiche per il
semplice fatto che l’attuale tecno-scienza è un punto di vista semiotico e
materiale. In una parola: non è oggettiva. In due parole: l’oggettività non
esiste. In definitiva: l’osservatore è sempre di parte. Ciò non toglie che l’ICT
non sia una buona occasione per i movimenti antisistema: per restare in Italia
le reti di comunicazione alternativa presenti nel Web costituiscono una delle
poche opportunità per lottare contro la dittatura mediatica di Berlusconi.

6. La cultura aziendale e la mercificazione della cultura diffusa dal monopolio
capitalista sui media determinano l’essere prima ancora della coscienza. E’ una
presa di posizione del pensiero critico che presenta tre vantaggi: permette di
evitare il meccanicismo che interpreta la cultura come cinghia di trasmissione
dell’economia; riconosce alla semiosfera, ossia l’ambiente culturale in cui
circolano, si integrano e si trasformano i singoli atti della comunicazione, il
triplo ruolo di: produttori di consenso sociale, contestatori del consenso
sociale, merci immateriali generatrici di comportamenti materiali; il terzo
vantaggio consiste nel ricondurre la critica alle radici bio-culturali dell’essere, al
rapporto tra i sensi umani e le merci-immagine destinate a soddisfarli. Il
telecomando che permette di accedere a decine di canali richiede una base
fisica non ancora sviluppata dallo spettatore ottocentesco che nel buio delle
prime sale cinematografiche si spaventa e fugge all’avanzare del treno sullo
schermo. La mise super-sexy da italica soubrette televisiva con cui si
abbigliano oggi ragazzine in età pre-puberale è un’altra manifestazione del
riorientamento sensoriale. Cosi come lo sono le brucianti sconfitte che i
bambini infliggono ai genitori quando gareggiano davanti ai videogiochi. Certo:
l’addestramento dell’occhio e del cervello per muoversi in nuovi ambienti visivi
è un dato ricorrente, basti pensare ai passaggi che vanno dall’introduzione
della prospettiva nella pittura alla visione mobile e delocalizzata permessa da
handy-cam, fotocamere digitali, videofonini. Ma la coevoluzione bio-culturale
conosce fasi di accelerazione. Oggi attraversiamo una di queste fasi. E i
processi di adattamento alle merci-immagini premiano nuove esperienze
sensoriali. Una conferma dalle neuroscienze: il rapporto tra cervello e ambiente
è un circolo virtuoso. Jean Pierre Changeux: <La macchina cerebrale costruisce
rappresentazioni mentali perché essa è rappresentazione del mondo
circostante>.

7. Il potere della merce-immagine consiste in questo: segni e simboli, marchi e
linguaggio sono materie prime costantemente lavorate per gestire il mercato e
le sue crisi. Esempio: nell’economia della riproduzione capitalistica il ruolo
immateriale di dimensioni quali il design, il colore, il look diventa essenziale
per la conquista dell’occhio: cavallo di Troia per espugnare il gusto e il tatto. La
merce-immagine ha tendenze olistiche: tutto è in rapporto con tutto: bisogni e
cultura, esperienza e denaro. La merce-immagine: un inquieto rapporto sociale
che fa interagire funzionalmente percezioni e realtà. La merce-immagine: una
sintesi mai compiuta, un’ecologia del valore che determina il remix del sistema
sensitivo umano. Conseguentemente: odori, sapori, paesaggi, suoni e cose
sono sottoposti a una mercificazione che non si esaurisce nella compravendita.
Sconfina nella politica perché tutto è mercato: la comunicazione e la
socializzazione, l’informazione e lo spettacolo, l’attività biologica e l’attività
culturale, il piacere e il dolore.

8. La riproduzione del capitalismo è nel segno della trasformazione dell’esperienza
sensoriale, include dominati e dominatori ed è oggi concentrata sulla
produzione di un nuovo essere e di una nuova coscienza, di un nuovo sistema
percettivo e di un sistema di idee. La presa del potere borghese sull’apparato
sensoriale umano profila un’inedita sinestesia, una nuova coordinazione dei
sensi integrata ad un immaginario generato da vecchi e nuovi media: processi
di mutazione che alcune correnti dell’arte contemporanea stanno sondando da
tempo. Sul piano della riflessione critica siamo in ritardo. Troppe volte non si
prende atto che il liberismo prima di costituire un’ideologia è una pratica di
adattamento in grado di servirsi di ogni ideologia, in grado di prosperare sotto
ogni circostanza politica. Camaleontica capacità che gli permette la tanto
gridata quanto silenziosa rivoluzione sensoriale al cui vertice impera un sesto
senso assai eccentrico: lo sguardo mediatizzato.

9. I sensi umani sono una società naturale. Cooperano tra loro così come
cooperano i meccanismi della mente. In quanto società ogni senso è dotato di
ragioni e passioni, saperi e poteri: è dotato di una storia. La separazione dei
sensi è un artificio conoscitivo. Nella prassi attaccano in branco rispettando
ruoli, gerarchie e aspettative. Nella prassi prevale la natura sinestetica del
gesto che si appropria di determinate merci-immagine: aprire la lattina della
bibita preferita, guidare la motocicletta a lungo sognata, indossare jeans
attillati… La ricerca del piacere unifica i sensi e li coordina dando modo al
cervello di assegnare significati alla realtà. Il mondo esterno sfida
continuamente gli organi percettivi in una partita senza fine. Si potrebbe
elaborare una nuova psicologia, una psicologia materialista partendo dalle
pratiche percettive. Gli sguardi più o meno innamorati preludono all’incertezza
del tatto, all’intimità del gusto e dell’olfatto, agli stimoli delle parole e ai
dolorosi dubbi che alimentano il desiderio o lo stroncano. Gli sguardi giudicano
e selezionano l’altro, le mani maneggiano carta-moneta e materiali innaturali, i
consiglieri d’amministrazione delle multinazionali del fast-food non si nutrono
di hamburger e patatine fritte, odori e profumi stabiliscono differenze, distanze
e vicinanze, le parole trasformano la realtà agendo sotto forma di ordini,
raggiri, menzogne, insulti. La mortificazione o la soddisfazione dei sensi
concorre a determinare l’umore di un individuo, di un gruppo, di una società.
In genere sono considerate raffinate quelle civiltà che ordinano i sensi intorno
a elaborate visioni del piacere. E l’occhio la fa da padrone. La versione attuale
del suo dominio ha compiuto un salto nel cammino della coevoluzione bioculturale:
nella civiltà capitalistica non c’è separazione tra merce-immagine e
immagine della merce.

10. La civiltà capitalistica è un sistema vivente attualmente in grado di accelerare i
mutamenti bio-culturali. Domanda: se le conseguenze dello sviluppo industriale
e della modernizzazione hanno modificato la direzione evolutiva della natura
perché il repertorio percettivo umano sottoposto alla pressione dei media
sarebbe dovuto restare inalterato? E’ noto: le funzioni cerebrali possono essere
modificate dall’esperienza. Di conseguenza: spettatori e internauti hanno
sviluppato capacità decodificatrici multimediali parallele allo sviluppo di
tecnologie che trasmettono simultaneamente codici di tipo polisemico
attraverso spot pubblicitari, video-musicali, ipertesti, pagine Web. Le nuove
abilità indicano due percorsi da esplorare sulla percezione visiva compatibile
con l’ICT: 1) lo sguardo si è evoluto in relazione agli effetti reversibili tra merci
e immagini; 2) il rapporto dello sguardo con i meccanismi di riproduzione della
civiltà capitalistica è autoalimentante. L’origine di entrambi i percorsi è
conflittuale: il borghese lavora la coevoluzione bio-culturale ai fianchi. Il primo
punto di attacco è di vecchia data nella storia del razzismo/colonialismo di tipo
capitalistico. Consiste nella rendita dell’eugenetica e nei salti di soglia resi
probabili dai futuri sviluppi dell’intreccio tra ingegneria genetica, rivoluzione
informatica, business. Il secondo punto di attacco è meno eclatante. Consiste
nella capitalizzazione di nuove performance sensoriali che indirizzano in
maniera diseguale l’evoluzione biologica della specie umana per mezzo della
riproduzione culturale.

11. Molti pensano che ai progressi scatenati dall’irruzione della tecnologia in ogni
aspetto dell’esistenza umana non corrisponda un’altrettanta crescita della
coscienza. Il punto è un altro: la civiltà capitalistica ha aperto una falla bioculturale
che non distingue: il sistema dei valori dai mutamenti sensoriali, il
cervello dall’ambiente, la percezione dall’esperienza. Se questa nuova finestra
apre in maniera plausibile a un orizzonte conoscitivo allora: all’evoluzione
biologica determinata dal rapporto tra media e merci-immagine corrisponde
un’evoluzione culturale fondata su nuove forme di cooperazione: tra i sensi, tra
i sensi e la realtà. L’attenzione critica può così spostarsi verso l’alto: dalla
coscienza all’essere; e verso il basso: dall’essere alla riconfigurazione
sensoriale. In ogni caso restiamo sul piano dell’immanenza: nella nicchia
ecologica abitata dai mondi sensoriali dell’Homo sapiens si combatte una
battaglia tra un ottimo performativo di tipo capitalista e l’emancipazione
dell’intera specie umana. Bisogna prenderne definitivamente atto: il sistema
borghese dei valori è esclusivo ed escludente. Ma pragmatico: l’habitat è
chiuso a differenti modi di produzione e aperto a differenti modi di
riproduzione: l’homo oeconomicus è uno e molteplice. Precisazioni necessarie:
per il borghese la negazione dell’etica non è storicamente costante, non è
volontaria, non riguarda i borghesi in quanto individui, non è il risultato di un
progetto preordinato o effetto di un’inclinazione particolarmente malvagia,
infine: coinvolge pienamente gli oppositori della borghesia. Sono le
trasformazioni della merce a spingere l’agire del borghese e la lotta contro
l’agire borghese. La domanda conseguente è: in quali direzioni il capitalismo
dirige l’evoluzione dello sguardo?

12. Lo sguardo mediatizzato è una modificazione della percezione amministrata dal
potere dei mass-media. Dipende dagli altri sensi ma li domina, è di tipo tattile,
impone la partecipazione sensoriale attiva di individui, gruppi, società,
comprende i principali modi del guardare, è immediato, è mediato dalla
tecnologia, comunica principalmente per immagini, è interclassista,
intergenerazionale e non conosce distinzioni sessuali, è plurale ma non
democratico, è strutturato per reti, è difficilmente traducibile a parole, è
tendenzialmente antistorico, è il guardiano della memoria, è anticipatore della
conoscenza, seleziona il meraviglioso e i suoi contrari, influenza la struttura del
sentire, agisce sull’immaginario collettivo, stimola aspettative, aspirazioni,
emozioni e trasforma il dolore di aspettative mancate, aspirazioni tradite ed
emozioni irrealizzate in creatività artistica, iniziativa politica, movimento
critico. Lo sguardo mediatizzato privilegia il tempo dell’accelerazione, vive il
cambiamento come bisogno, soffre per l’inflazione di stimoli visivi, definisce
l’identità soggettiva e collettiva, costituisce l’ordine visivo dominante, proviene
dalla vita reale e si risolve nella vita reale, evolve storicamente, evolve
biologicamente, scaturisce dall’agire politico del principe della modernità e
della post-modernità: il borghese.

13. Per gran parte della sua vita Marshall McLuhan ha lottato contro Satana.
Questo inconsueto ritratto emerge dalla corrispondenza privata pubblicata
postuma. McLuhan ritiene Tv, radio e telefono strumenti del Maligno annidato
negli ambienti elettronici. Posizione mantenuta segreta al grande pubblico che
peraltro non si è mai impegnato troppo a discutere se il villaggio è globale o
locale. Non è strano che da un visionario e da un reazionario della portata di
McLuhan siano emerse intuizioni utili al materialismo. Proprio perché sentiva di
avere una missione da compiere a McLuhan il coraggio intellettuale non faceva
difetto e rompeva gli schemi cercando relazioni e significati dove pochi o
nessuno pensavano di trovarli. In questo senso non era un conservatore.
Tutt’altro. L’idea dei media come estensione dei sensi e l’immagine di equilibrio
sensoriale sembrano uscite dalla testa di un ateo. Invece no. Sono uscite da
quella di un fervente cattolico. Per McLuhan ogni ambiente mediatico privilegia
un particolare equilibrio sensoriale. La cultura orale favorisce l’orecchio. Quella
scritta l’occhio. La cultura delle immagini l’esperienza audio-tattile. La Tv è uno
dei vari agenti tattili perché guardare un’immagine è un’esperienza che chiede
la partecipazione totale di tutti i sensi e: <Il tatto è un senso integrale, quello
che porta tutti gli altri in rapporto tra loro>. A partire da questa riconversione
della percezione non viviamo più in un mondo visivo ma tribale. Un mondo
teso al recupero di esperienze ancestrali, orientali, occulte. Nell’epoca della
televisione e di Internet il passato è facilmente attualizzato in una
compresenza di tempi storici che conduce alla tribalizzazione della società. Qui
finisce la canzone di McLuhan.

14. La perturbazione percettiva causata dallo sviluppo del monopolio borghese sui
media e la comunicazione ha provocato un riorientamento dei domini di validità
sensoriali così articolato: la vista gusta, l’udito fiuta, l’olfatto ascolta, il gusto
tocca, il tatto vede. Lo slittamento percettivo verso nuove specializzazioni
segna l’appartenenza dell’individuo ad un’epoca. Nella nostra il centro
percettivo è lo sguardo mediatizzato: risultato della combinazione tra la vista
che gusta, il tatto che vede, l’udito che annusa. Una simile riconfigurazione
della costellazione sensoriale non è pacifica per il rapporto tra cultura e
biologia. Tutt’altro. Nella civiltà capitalistica l’udito è costretto a nuove
dislocazioni delle proprie utilità: da organo prioritariamente deputato a
permettere la riconoscibilità del mondo assegnando coerenza ai suoni a organo
specializzato nel fiutare il pericolo e la salvezza dal pericolo: dalla necessaria
identificazione del rumore di un automobile per non essere stirati, agli inviti
delle parole d’amore nelle canzoni trasmesse in ogni dove. E’ l’udito che
scatena quell’abbraccio simulato che è l’applauso. E non si è mai applaudito
tanto come in un’epoca di solitari che guardano a se stessi qual è la nostra. La
sensibilizzazione dell’udito è un’allerta tanto continuo quanto improvviso
stimolato dai media e soprattutto dalla loro grande madre: la pubblicità. Un
tempo il suo modo di accendersi e spegnersi apparteneva all’olfatto: oggi alle
promesse degli spot televisivi. Evoluzione o disagio della civiltà che mette in
moto due processi: attente disattenzioni e comunicazione dell’incomunicabilità.
Risultato: il monologo interiore ha spodestato il dialogo. Ma l’udito resiste, si
mette all’ascolto di tutte le differenze e crea i pubblici di massa e di nicchia.
Che ascoltano e si ascoltano. L’udito crea il problema delle relazioni umane.
Crea il soggetto autonomo e l’aspirazione alla qualità della vita. Crea
l’attenzione verso la consumer technology e la fuga dalla consumer technology.
Nella civiltà capitalistica i sensi si fanno concorrenza.

15. L’olfatto è il senso umano maggiormente negato dai processi più recenti della
coevoluzione bio-culturale. Diane Ackerman lo definisce: <il senso muto,
l’unico privo di parole>. Tra linguaggio e odorato il contatto è debole. Tra
odorato e memoria il contatto è forte. Ecco trovati due filoni da sfruttare per la
riproduzione della civiltà capitalistica: il potere di censurare gli odori e
l’insopprimibile potere evocativo degli odori. Ma come mettere al lavoro la
volatile comunicazione olfattiva? Collocando in posizione subordinata i suoi
messaggi e riconvertendo le sue funzioni nell’ascolto. E’ un’attività segreta,
solitaria, selettiva. Che tratta molecole, oggetti immateriali tanto quanto lo
sono i suoni. L’olfatto convertito in udito non è privo di una socializzazione
rovesciata: gli odori respingono più delle parole, i profumi aggregano senza
dire una parola. Guerra agli odori e guerre tra odori. E’ il generale igiene a
chiedere dalle Tv di tutto il mondo di vigilare su invisibili molestie: taci l’odore
ascolta. E’ la concorrenza commerciale tra profumi che chiede al naso di
catalogare e paragonare, decidere e acquistare: sorridi la dolce fragranza di
sandalo è a portata di tutti. All’olfatto spettano ormai pochi piaceri pubblici: il
naso primitivo che tutto sentiva è capitolato dinanzi alla supremazia dello
sguardo.

16. L’industria del palato fa parte della maggiore industria della post-modernità:
l’industria del piacere. Grazie all’ingresso nel febbricitante circuito
lavoro/consumo/lavoro la crisi del gusto è sempre dietro l’angolo e il suo
rilancio sempre all’ordine del giorno. Sapori genuini o sapori artificiali? Weekend
enogastronomico o pranzo domenicale dai genitori? Bacio sicuro o bacio
protetto? La trasformazione del gusto in quel che un tempo era il tatto coincide
con la massiccia riduzione del lavoro manuale e del rapporto diretto con le
cose. Gli oggetti che prolungano la mano come ad esempio la falce e il martello
spariscono in virtù della tecnologia, si fanno pensanti, sono il risultato del
design e il tatto ha sempre più a che fare con la plastica o suoi derivati. Il
contatto della bocca con il cibo è ancora un coinvolgimento diretto: lavora e
trasforma come la falce e il martello. E’ un appuntamento obbligato tra
individuo e materia. E’ un lavoro di tipo operaio, artigianale. Il che solleva
specifici conflitti: sciopero della fame, fame nel mondo, contestazione del
geneticamente manipolato. E specifiche patologie: bulimia, anoressia, paure
collettive per il junk-food e il Frankstein-food. La specialità del gusto che tocca
risiede nel memoria del piacere: ricamare sui ricordi dei bei sapori andati,
accarezzare la nuova cultura alimentare: artificiale o naturale che sia.
Nostalgia e fine della nostalgia. In ogni caso: buoni affari.

17. La psicologia del vedere ha dimostrato la capacità del sistema visivo umano ad
adattarsi rapidamente a nuove condizioni: la percezione è un processo attivo
che si confronta con processi attivi. Le merci-immagini che sollecitano lo
sguardo da dietro le vetrine, dagli schermi televisivi, dalla pubblicità
ambientale sono fonte di stimoli e depositarie del tempo presente: è la loro
presa sul principio di realtà. Ma il rapporto tra i nostri organi periferici e gli
oggetti ha sempre comportato l’intervento coordinato di tutti i sensi e il
superamento dell’esperienza sensoriale diretta: lo sguardo è un processo
dinamico che dà vita a trascendenze extrasensoriali. Konrad Lorenz osserva
con affetto i suoi vecchi pantaloni, la sua superata automobile e a molti capita
di litigare con il proprio personal computer. Un tipo di animismo il cui
significato è assai semplice: lo sguardo s’innamora. Sentimento dilatato a
dismisura dalle abilità visive nate dall’incontro tra vista, merci-immagine,
vecchi/nuovi media: da quest’incontro la morsa del borghese sul principio di
piacere.

18. Lo sguardo mediatizzato sorvola lo spazio errante offerto dai perenni e postmoderni
flussi di immagini e informazioni proiettate e trasmesse da fotografia,
televisione, cinema, computer, pubblicità. Lo sguardo mediatizzato è l’apertura
dello spazio interiore nello spazio esteriore: è il movimento di continuità
dell’uno nell’altro. Cosa c’è di più piacevole per i sensi della maledizione di
Baudrillard che dissolve la Tv nella vita e la vita nella Tv? Lo spazio errante è
un ambiente artificiale e vivente. In quanto tale non è identificabile come un
punto finale perché il tempo è movimento, la realtà conflitto, la vita è scorrere,
i media eserciti in guerra, la vista è il punto di vista. Lo spazio errante è un
ecosistema altamente complesso. E’ un oceano che contiene il divenire
dell’essere ed è contenuto dall’essere del divenire tipici della civiltà
capitalistica. Energie che non si lasciano imbalsamare dalla variante nichilista
della cultura post-moderna.

19. L’integrità compiuta tra io e mondo, tra sensi umani e realtà vede la luce
nell’attuale sintesi tra mediascape e realscape, tra identità e vivente. Volendo
essere pignoli non è una novità: la relazione tra l’essere e la società, tra
l’essere e la natura è di reciproca appartenenza. Ma proprio perché fedele a se
stesso il vecchio principio si rinnova dentro la morfologia dello spazio errante.
Che in quanto movimento di riproduzione della civiltà capitalistica è di tipo
materialista. Materialismo negativo che trova nel senso della vista la prima
fonte di appagamento dell’essere. L’occhio scivola sullo spazio errante tramite
lo sguardo mediatizzato. Sguardo sintetizzato nel perfetto slogan: la vita è un
film. E l’idea che la vita sia un film è una riorganizzazione strategica del reale
non il suo de profundis.

20. Lo sguardo mediatizzato assume le caratteristiche dell’ambiente in cui si è
adattato: lo spazio errante. Accelerazione, ubiquità, simultaneità, turbolenza
costituiscono forze che abbattono i vincoli visivi e territoriali: tutto può essere
visto dappertutto e ovunque si vedono agire le stesse tendenze. Non c’è alcun
giudizio di valore in quest’affermazione né l’adesione acritica all’idea di
globalizzazione. Per i marxisti è cosa risaputa: l’affermazione del capitalismo
comporta di per sé la mondializzazione del suo modello socio-economico. E le
novità della mondializzazione non risiedono nel nominalismo ma nelle
trasformazioni del modo di produzione e del modo di riproduzione. Una formula
per leggere le trasformazioni: la merce-immagine ha rilanciato il modo di
produzione capitalistico perché non c’è niente che non sia possibile convertire
in merce-immagine. Altra formula: lo sguardo mediatizzato ha rivitalizzato il
modo di riproduzione della civiltà capitalistica perché non c’è niente che non sia
possibile vedere attraverso lo sguardo mediatizzato. E’ evidente che entrambe
le pratiche sono di tipo coloniale, non conoscono regole e dove passano si
lasciano alle spalle morti e feriti. Ma non segnano confini. Lo spazio errante è
potenzialmente infinito.

21. Il dolore è una qualità della percezione che si somma ai classici cinque sensi.
Senza dolore fisico non potrebbe esserci vita naturale: è un’appartenenza del
principio di realtà. Senza sofferenza psichica non potrebbe esserci vita sociale:
è un’appartenenza del principio di piacere. Come ogni senso anche il dolore è
un mondo dentro il mondo. La sofferenza psichica che ha accompagnato la
febbre della modernità e della post-modernità è un fenomeno ricorrente che
limita i sensi e contemporaneamente li espande. Quentin Fiore e Marshall
McLuhan localizzano il dolore provocato dai nuovi media e dalle nuove
tecnologie, in quanto <auto-amputazioni del nostro stesso essere>, nella
categoria del dolore riferito: la sofferenza mentale che sopravvive anche dopo
la scomparsa della fonte del dolore. Recentemente il contorto Luc Boltanski
ragiona sul fatto che quanto più la sofferenza presentata quotidianamente dai
media è geograficamente lontana dalla sede dello spettatore tanto più questi è
spinto all’azione tramite la presa di posizione, eventualmente la manifestazione
in piazza, la partecipazione a gruppi umanitari. Implicazione per nulla inedita.
Lo stesso coinvolgente meccanismo mediatico agisce sul fronte del principio di
piacere: quanto più è irraggiungibile la bellezza dell’attore o della soubrette al
di là dello schermo tanto più viene imitata dallo spettatore e dalle spettatrici al
di qua dello schermo. Lo sguardo mediatizzato non è vissuto da un occhio
epicureo: è un utilitarista privo di saggezza.

22. Lo sguardo mediatizzato conosce l’esperienza del dolore perché nell’epoca
dell’intimità esibita e della guerra mediatica nessuna immagine è inaccessibile.
La fortuna/sfortuna dello sguardo mediatizzato è tutta qui: non è osservato.
Svincolato dal panopticon, il luogo da cui tutto si vede e da cui la visibilità si
trasforma in trappola, lo sguardo mediatizzato sprigiona la soggettività
borghese. Che: evade rispondendo al bisogno innato di guardare ovunque per
sopravvivere ovunque; è invasiva come capita a tutti gli osservanti costretti ad
assumere tutti i punti di vista; è in perenne fuga dalla propria condizione come
capita a tutti i cercatori di un’età dell’oro. Il sogno americano, il sogno
borghese non è fatto di nient’altro che colpi d’occhio: equivalenti ai segreti
colpi di stato dello spettatore e dell’internauta che vedono senza essere visti.
Così il dolore si vince con la produzione di sguardi che guardano ma non
vedono. E’ il sogno compiuto della merce. Ma nell’epoca del voyeurismo di
massa è un drammatico errore politico pensare di trovarci gettati nella visibilità
totale come ipotizzano diversi teorici post-moderni, Baudrillard in testa. E’
sovraesposto l’intero universo della soggettività e del desiderio confezionati su
misura per i ceti medi. Nient’altro. L’élite borghese non guarda la televisione. E
la vita materiale delle classi popolari è esclusa dalla rappresentazione
mediatica della realtà.

23. Nella materialità vivente: poveri, prostitute e disagiati mentali popolano in
quantità sempre maggiori le città e sono sempre più visibilmente invisibili
quanto più assediano gli avamposti del benessere. Nella fantasia: la saga
cinematografica di Alien: il mostro che ti invade da dentro; Videodrome: la Tv
che ti incorpora; The Truman Show: la televita. L’omeopatia non c’entra.
Neanche l’anestesia. Abituato a guardare il dolore che ancora non c’è e a
rifiutare di vedere quello che lo circonda lo sguardo mediatizzato produce
solide disabitudini. Alla fin fine il suo bisogno inconfessabile è la rinuncia agli
altri sensi. Un bisogno che sconfina in un sogno impossibile. Al momento un
disegno a malapena abbozzato dalla civiltà capitalistica delle immagini. Opera
incompiuta perché uno sguardo simile sarebbe costretto a un dolore smisurato
per il quale non è pronto un adeguato ambiente tecnologico: un nuovo
territorio abitato da individui capaci di fare a meno dell’attuale equilibrio
sensoriale. Le biotecnologie sono forse su questa strada. E la poetica di molti
artisti-performer la indicano con precisione. Ma solo le élite borghesi
possiedono informazioni in proposito. Per il momento sul grande schermo
compare il dolore disumano rappresentato in Blade Runner e la
riumanizzazione post-quello-che-ti-pare rappresentata nel primo Matrix.

24. La coincidenza tra mediascape e realscape transita indifferentemente dal
piacere al dolore e viceversa. Non c’è soluzione di continuità tra le due
condizioni. Sicuramente entrambe hanno perduto la loro aura. La sofferenza
non coincide più con i piaceri visivi offerti dallo spettacolo circense degli antichi
romani né con lo splendore dei supplizi narrato da Michel Foucault. Alla fame
sessuale corrisponde il digiuno del dolore. E’ una conquista dello spettatore
post-moderno non una rinuncia. Dinanzi alle atrocità, all’indigenza e alla morte
lo sguardo mediatizzato si trova nella condizione allucinata dell’eremita:
l’isolamento sensoriale lo conduce a percezioni extrasensoriali. Nel caso dello
sguardo mediatizzato la mossa dell’osservante è di segno negativo: il miraggio
è rovesciato, la visione apre le porte all’invisibilità. In una parola: il dolore
altrui è visto e contemporaneamente negato. Il rifiuto di vedere la sofferenza
sociale è un comportamento intelligente che richiede complicate strategie
organizzative di azione e inazione da parte di individui, gruppi, istituzioni. Per
spiegare i castelli mentali con cui la normalità si protegge, giustifica e
razionalizza il dolore Stanley Cohen utilizza il temine <diniego>. I più
impegnati osservatori del diniego del dolore sono i mass-media perché
producono e gestiscono la <sindrome da stanchezza da immagini> del pubblico
nei confronti di guerre, carestie, crudeltà, calamità naturali. A questa risposta
si affianca la <stanchezza da compassione>, la <stanchezza da verità>. Tre
forme di esaurimento della risorsa attenzione che l’approccio cognitivista
spiega e cura e che il giornalismo di regime amministra: come ogni fiaba che si
rispetti tutti i Tg si concludono con un lieto fine.

25. Da buon materialista il borghese lo sa perfettamente: non si pensa solo con il
cervello. Per questo il principio di realtà allestito dalla civiltà capitalistica dà
vita a trascendenze extrasensoriali. Le forme che possono assumere sono
molteplici e di segno opposto perché mettono in movimento sia processi di
desensibilizzazione, sia processi di risensibilizzazione. Esempi di
desensibilizzazione: la <trance metropolitana> di individui completamente
chiusi in se stessi anche quando sono in mezzo agli altri; l’<oblio selettivo> di
chi passa a fianco dei mendicanti senza vederli. Esempi di risensibilizzazione:
immagini estreme corrispondenti a sofferenze estreme quali la morte per
inedia di bambini africani o la fuga di profughi kurdi e utilizzate da
organizzazioni umanitarie per sollecitare l’altruismo del pubblico occidentale.
Entrambe le pratiche funzionano. Ma i rapporti di forza non sono gli stessi. I
mass-media e in particolare la Tv generalista detengono di fatto il monopolio
della produzione di immagini della sofferenza. Le organizzazioni umanitarie, il
mondo dell’ambientalismo, i partiti di sinistra, il movimento
antiglobalizzazione, i sindacati si affidano principalmente alla parola scritta, alla
fotografia, al Web, alla manifestazione di piazza. La lotta è impari. E si
stabilizza sull’impossibilità del pubblico di assorbire oltre una certa soglia
ulteriori immagini di sofferenza. In questa crisi da sovrabbondanza risiede il
potere del monopolio borghese della comunicazione rispetto alla sofferenza
geograficamente lontana: il ritratto di una madre palestinese che piange il
figlio ucciso è risucchiato nel campo gravitazionale delle merci-immagine. Da
buon materialista il borghese lo sa perfettamente: non si pensa solo con il
cervello.

26. L’efficace metafora della <belva dei media> è utilizzata da Stanley Cohen per
descrivere una regia che tiene insieme la produzione televisiva di immagini del
dolore con l’inimmaginabile: la possibilità che quel dolore possa investire la
vita reale dello spettatore. E’ l’hollywoodiano modo di produzione delle
immagini con cui la belva dei media familiarizza il pubblico al dolore che
produce il diniego del dolore. L’insensibilità come costante comportamentale è
innaturale. Viceversa, la desensibilizzazione del grande pubblico rientra in un
ordine visivo applicato dagli individui nella realtà e nella rappresentazione della
realtà. Ma gli ordini visivi non sono neutrali. Non è l’opinione pubblica ad
abituarsi a vedere la sofferenza di chi patisce la fame e la sete in Africa. E’
l’elaborazione attuata dalla belva dei media a rendere il patimento di quei
popoli un evento visivo normale per il quale non è il caso di commuoversi più
di tanto. Selezione arbitraria dell’informazione, sovraccarico di messaggi,
sensazionalismo: ecco tre modalità gestionali dell’immagine applicate a
sofferenze lontane che aumentano la distanza psicologica dello spettatore dalle
persone che soffrono. Così il déjà-vu della disperazione si rivela una tecnologia
del controllo sociale doppiamente capace: 1) di saldare i messaggi televisivi
della sofferenza umana con quello che accade nelle strade rendendo
l’osservatore vulnerabile non tanto <al sovraccarico di informazione, bensì al
sovraccarico di richiesta>; 2) di utilizzare uno stesso sguardo, lo sguardo
mediatizzato per osservare e negare la vita nello schermo e la vita fuori dallo
schermo. Il déjà-vu della disperazione è la messa in pratica di un potere la cui
ragione <è che una qualunque attenuazione della compassione, ogni calo di
preoccupazione per altre persone distanti è proprio ciò che lo spirito individuale
del mercato globale vuole incoraggiare>.

27. Stanley Cohen: <C’è un triangolo dell’atrocità: in un angolo le vittime, coloro
che subiscono qualcosa; nel secondo i colpevoli, coloro che infliggono
qualcosa; nel terzo gli osservatori, coloro che vedono e sanno quel che sta
succedendo>. Nel luglio del 2001 in occasione delle manifestazioni genovesi
dei new-global contro la riunione del G8 la democrazia in Italia è sospesa e
reparti di squadristi appartenenti alle cosiddette forze dell’ordine mettono in
atto una violentissima repressione in perfetto stile cileno. Ma i nostrani picchiatori
in divisa sono inconsapevoli del dissolvimento della linea rossa tra attori e pubblico:
le vittime delle loro brutali violenze coincidono con gli osservatori. Mille
occhi digitali li filmano mentre compiono i loro crimini:
cariche immotivate, manganellate a manifestanti inermi, cacce all’uomo,
pestaggi, lacrimogeni sparati dagli elicotteri, l’omicidio di Carlo Giuliani. A
registrarli è uno sguardo che irrompe nel mondo della comunicazione: il media
attivista. Sguardo molteplice che si esprime con un largo ventaglio di
professionisti: videomaker, fotografi, giornalisti, hacker, redattori, scrittori,
programmatori. Tutti uniti da una cultura politica che manda a pezzi le icone
del neo-liberismo. DeeDee Hallek sostenitrice di Indymedia: <Sicuramente
abbiamo cambiato la percezione del pubblico rispetto alle organizzazioni del
mercato globale. Nessuno più guarda al Wto o alla Banca mondiale come a
organismi caritatevoli: questo già rappresenta una vittoria immensa>. Durante
i fatti di Genova le major dell’informazione si rivolgono ai media indipendenti
per ottenere e trasmettere immagini. Non potrebbe essere altrimenti:
calibrando frequenza e durata della trasmissione di immagini della sofferenza i
big media ammaestrano lo sguardo del pubblico sui significati da assegnare al
dolore.

28. Nel caso della repressione del movimento compiuta a Genova nell’estate del
2001 l’addomesticamento dello spettatore televisivo non è riuscito. Certo
anche in quest’occasione è stato rispettato il principio: <la tortura è sempre
nascosta e sempre difesa>, dai torturatori e dai loro mandanti istituzionali. E
come al solito la maggior parte delle sevizie sono state commesse al riparo da
occhi indiscreti. Ma impossibile nascondere il terrorismo di stato espresso nelle
piazze. Gli attori del dramma visivo consumato a Genova si sono appropriati
dell’opera: anzi: l’hanno scritta mentre la vivevano. Per milioni di persone il
corpo straziato di Carlo Giuliani è diventato un’immagine indimenticabile di
sofferenza. Con i fatti di Genova il <triangolo dell’atrocità> ha iniziato a
modificarsi. Quale forma assumerà non è dato ancora saperlo. Ma non si tratta
di una metamorfosi facilmente arrestabile. Non è certo la prima volta che le
produzioni indipendenti organizzano la registrazione visiva delle violazioni
mentre si stanno compiendo. A facilitarla sono intervenuti processi tecnologici:
l’avvento delle minicamere digitali a basso costo, la convergenza
video/Internet; e processi politici: l’integrazione tra movimento e new-media.
Sul piano della produzione sociale di immagini la repressione fascista del luglio
2001 ha segnato un punto di svolta che indica l’ingresso in una nuova fase
della guerra mediatica: la contestazione non più oggetto della comunicazione
ma soggetto capace di fare comunicazione. Il passo successivo del media
attivista è quello più difficile da compiere: non più testimone oculare della
sofferenza ma produttore capace di fare media.

29. La guerra mediatica è una componente della <guerra senza limiti>. Concetto
che dà il titolo a un libro scritto da due ufficiali dell’aviazione militare cinese,
Qiao Liang e Wang Xiangsui. Guerra senza limiti significa che <la guerra è
tornata a invadere la società in modi più complessi, più estesi, più nascosti e
sottili>. Significa anche che la sofferenza sociale non ha confini perché le armi
non detengono più l’esclusiva della guerra. Con la deterritorializzazione del
dolore intervengono altri tipi di forza <che trascendono l’ambito militare ma
che possono comunque essere impiegate in operazioni di combattimento>:
pirateria informatica, turbative dei mercati azionari, scandali. <Ciò che va
detto chiaramente è che il nuovo concetto di armi sta creando dispositivi che
sono strettamente legati alla vita della gente comune. … le cose ordinarie,
quelle a loro vicine, possono anch’esse diventare armi con le quali ingaggiare
una guerra>. Ambiente, risorse, reti telematiche, religione sono aree
militarizzate utilizzate per difendere ed attaccare in nome della sicurezza
nazionale. Non si salva niente: la cultura è un campo di battaglia e la
manipolazione dell’opinione pubblica un fatto scontato. Nella guerra senza
limiti il ruolo dei militari è ridimensionato, precisato ed esteso. La guerra è
mobilità. E penetra nello spazio errante mentre ne è penetrata. Il soggetto e
l’oggetto si fondono: tutti indossano una divisa. Anche i civili: pirati informatici,
analisti di sistemi, ingegneri software, magnate dei mass media, famosi
editorialisti, conduttori di programmi televisivi… Per ognuna di queste figure:
<La sua filosofia di vita è diversa da quella di alcuni terroristi ciechi e
disumani, ma spesso è incrollabile e la sua fede, in termini di fanatismo, non è
inferiore a quella di Osama Bin Laden. … Partendo da questi presupposti, chi
può dire che Geoge Soros non sia un terrorista finanziario?>. Già, chi può dirlo.
Per farla breve: la nuova guerra è parte del capitalismo come modo di
produzione e della civiltà capitalistica come modo di riproduzione. La
scomparsa della pace è stata a lungo preparata: da tempo lo sguardo
mediatizzato è integrato in uno spazio errante in cui nulla impedisce di passare
dai film di guerra alla guerra dei film. Il pubblico? Si conquista.

30. La belva dei media vive nello spazio errante e combatte una guerra senza limiti
contro tutti e contro tutto per inventare l’immaginazione. La belva dei media si
nutre di comunicazione e nutre i comunicatori. Ma i ruoli non sono quelli tipici
del circo tradizionale. Non è il domatore ad ammaestrare la belva. E’ la belva
che ammaestra il domatore per esibire un numero universale: usare e
scambiare immagini. Per quanto renda bene l’idea, la metafora del circo va
immediatamente sospesa perché circoscrive uno spazio ben definito e fornisce
un’idea antiquata del valore. Mentre lo spazio errante è la terra di tutti e di
nessuno. E’ un luogo senza punto di arrivo e senza punto di partenza.
Possiamo mentalmente materializzarlo in un aeroporto: contatto tra il ritorno
della preistoria e le fughe in avanti della storia. Che vuol dire ‘sta frase
sibillina? Che lo spazio errante è smisurato. Che per gestire uno spazio
smisurato è necessaria una forza smisurata. Che questa forza non può essere
data né governata dalla ragione e da criteri di giustizia sociale. Che tende a
polarizzarsi lo squilibrio tra individuo e territorio, tra individuo e individuo. Che
la belva dei media controlla la produzione e la riproduzione squilibrata di
merci-immagini. Che le merci-immagini controllano il movimento degli occhi. E
che in ultima istanza questa lunga catena domina il movimento dei corpi, delle
merci e delle macchine dentro uno spazio indeterminato e illimitatamente
conflittuale. Dominare le immagini significa dominare il movimento. E
nell’immaginario generato dalla civiltà capitalistica c’è un solo dominatore: lo
sguardo mediatizzato.

Autori citati

Diane Ackerman, Storia naturale dei sensi, Frassinelli, Milano, 1992
Samir Amin, Il capitalismo nell’era della globalizzazione. La gestione della
società contemporanea, Asterios, Trieste, 1997.
Jean Baudrillard, Il delitto perfetto. La televisione ha ucciso la realtà?, Raffaello
Cortina, 1996.
Luc Boltanski, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica,
Raffaello Cortina, Milano, 2000.
Stanley Cohen, Stati di negazione. La rimozione del dolore nella società
contemporanea, Carocci, Milano, 2002.
Jean Pierre Changeux, L’uomo neuronale, Feltrinelli, Milano, 1983.
Michel Foucault, Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi, Torino,
1976.
Naomi Klein, No Logo. Economia globale e nuova contestazione, Baldini &
Castoldi, Milano, 2001.
Timoty Leary, Caos e cibercultura, Urra Apogeo, Milano, s.d. (edizione originale
1994).
Qiao Liang, Wang Xiangsui, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica
fra terrorismo e globalizzazione, LEG, Gorizia, 2001.
Konrad Lorenz, Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Adelphi, Milano,
1974
Marshall McLuhan, Corrispondenza 1931-1979, Sugarco, Varese, 1990
Marshall McLuhan, Quentin Fiore, Guerra e pace nel villaggio globale, Urra
Apogeo, Milano, 1995.
Nicholas Negroponte, Essere digitali, Sperling & Kupfer, Milano, 1995.
Howard Rheingold, Comunità virtuali, Sperling & Kupfer, Milano, 1995
Ugo Vallauri, Indymedia dopo l’11 settembre. Intervista con DeeDee Halleck, in
Matteo Pasquinelli, (a cura di) Media Activism. Strategie e pratiche della
comunicazione indipendente, DeriveApprodi, Roma, 2002.

Patrizio Paolinelli, Il borghese e lo sguardo. Mutazioni dei sensi nella civiltà capitalistica,
in, Homo Sapiens, Marzo, 2004, Teseo Editore, Roma
Rispetto all’edizione del 2004 sono sta apportate alcune lievi modifiche.

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