L’adattamento dell’immigrato all’economia di mercato: tra strategia del risparmio e iniziativa imprenditoriale

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Roberto Morgantini (secondo da sinistra)

Intervista a Roberto Morgantini, responsabile del Centro Lavoratori
Stranieri CGIL di Bologna
“L’immagine dell’immigrato etichettato nel cliché del vu cumprà è del
tutto superata”

Prima dell’avvento del capitalismo non esisteva una povertà talmente diffusa da
sconvolgere sub-continenti o addirittura interi continenti. E’ a causa della
colonizzazione che l’Africa versa nella misera nera in cui si ritrova oggi. E il Terzo
Mondo nasce con lo sviluppo del capitalismo. Ma la povertà è stata un incubo che
dalla rivoluzione industriale in poi ha quasi sempre accompagnato l’esistenza delle
classi popolari anche nei cosiddetti Paesi ricchi. Oggi il fenomeno
dell’impoverimento sta investendo i ceti medi e la stampa, solitamente distratta su
questo argomento, se ne occupa diffusamente. Al di là delle ipocrisie elevate a
sistema mediatico c’è da interrogarsi su come a Bologna affrontano un costo della
vita sempre più allucinante gli ultimi arrivati: gli immigrati extracomunitari. Per
fare il punto della situazione ci siamo rivolti a Roberto Morgantini (nella foto secondo da sinistra),
responsabile del Centro Lavoratori Stranieri CGIL.

Morgantini, può tracciare un quadro sommario sulla situazione dei
lavoratori immigrati nel nostro territorio?

“Intanto va fatta una distinzione tra immigrati di vecchia data che vivono qui dagli
anni ’80 e immigrazione recente. A Bologna e provincia l’ultima regolarizzazione,
nel 2003, riguarda circa 13.000 lavoratori. Parte di questi erano da tempo inseriti
nel tessuto produttivo ma circa la metà sono nuove leve arrivate negli ultimi anni.
Approssimativamente siamo dinanzi a un raddoppio di presenze. E questa è la
cornice sul piano quantitativo. Sul piano qualitativo l’immigrato recente si trova in
una situazione migliore rispetto ai primi arrivati perché è avvantaggiato dai
rapporti familiari e dalle relazioni amicali che trova già stabilizzate nel nuovo
Paese. Rispetto al passato questo processo favorisce molto più di prima
l’inserimento sociale. Va aggiunto poi un elemento normativo. Mi riferisco alla
Legge Bossi-Fini in virtù della quale lo straniero che viene in Italia per lavoro deve
avere un contratto e un alloggio. Si tratta comunque di una regolazione che non
limiterà i flussi di arrivo e non risolverà affatto i problemi della clandestinità e del
lavoro nero. Anzi li incrementa perché i meccanismi di chiusura sono tali che non
lasciano alternative all’immigrato. Per completare il quadro, i principali settori che
vedono una massiccia presenza di lavoratori extracomunitari sono i servizi alla
persona, soprattutto colf e badanti, ristorazione, edilizia, pulizie, facchinaggio
attività nocive e punte interessanti di occupazione possiamo osservarle anche
nell’industria metalmeccanica”.

Fermo restando che l’immigrazione non si arresterà permane tuttavia il
problema del basso reddito. Se è difficile andare avanti per i ceti medi
locali come possono sopravvivere lavoratori immigrati che il più delle
volte si trovano in fondo alla scala dei mestieri?

“Finché l’immigrato è da solo gli basta inviare poche centinaia di euro al mese alla
famiglia nel Paese di origine e diciamo che pur con sacrifici che per noi italiani
sarebbero insopportabili riesce in qualche modo a cavarsela. Il grosso problema è
quando ha la famiglia qui. Solitamente si tratta di nuclei monoreddito che per di
più non godono dell’assistenza garantita dalla rete parentale come invece accade
per gli italiani, si pensi solo alla preziosa funzione dei nostri nonni. Mediamente il
reddito di una famiglia d’immigrati si aggira sui mille euro al mese. Dei quali circa
la metà se ne va per l’affitto e quello che rimane è destinato alle esigenze di un
nucleo generalmente composto da quattro persone: marito, moglie e due figli. Ha
del miracoloso il fatto che riescano ad andare avanti, oltretutto quasi sempre in
maniera estremamente decorosa. Ma ci sono diverse spiegazioni. Intanto, queste
famiglie adottano una strategia di risparmio all’osso. Fanno attenzione a qualsiasi
acquisto, comprano in grandi quantità e non sprecano un centesimo. Poi, quando
può, il capofamiglia svolge il doppio lavoro, oppure fa straordinari incrementando
così il reddito”.

Tuttavia l’immigrazione non è un fenomeno monolitico fatto di braccia e
venditori tanto improvvisati quanto disperati…

“E’ vero. Infatti, l’immagine dell’immigrato etichettato nel cliché del vu cumprà è
del tutto superata. La seconda generazione di immigrati è costituta da persone che
hanno titoli, qualificazione e professionalità. Naturalmente non trovano il terreno
spianato. Si pensi solo alla chiusura pressoché ermetica degli ordini professionali
italiani. Ma in altre direzioni ci sono delle aperture. Ad esempio il sistema del
credito oggi corteggia l’immigrato per effettuare prestiti di vario tipo, sia per
l’acquisto della casa sia per l’apertura di iniziative imprenditoriali. Si tratta di un
salto di qualità che si può osservare a occhio nudo. Anche a Bologna si stanno
diffondendo esercizi pubblici, soprattutto nel settore degli alimentari, gestiti da
immigrati prevalentemente asiatici. In altre parole, c’è una fascia di immigrazione
che si svincola dal lavoro dipendente e si getta nell’imprenditoria. Tanti negozi di
frutta e verdura sono oggi portati avanti da pakistani e da immigrati provenienti
dal Bangladesh. Questo perché si tratta di un’attività faticosa, con orari molto
lunghi e che gli italiani non vogliono più fare. C’è poi un fiorire di ristoranti etnici,
phone center, imprese di pulizie. Meno visibile ma altrettanto interessante è
l’espansione degli immigrati nel lavoro autonomo, soprattutto nell’edilizia. Non a
caso dinanzi a tutto questo fermento la CNA ha creato un servizio molto articolato
dedicato proprio all’imprenditore straniero”.

Rispetto alla tipologia professionale dell’immigrato qual è la novità più
significativa?

<E’ esploso il ruolo della badante. A parte la sacca enorme di lavoro nero si tratta
soprattutto di un’immigrazione che proviene dai Paesi dell’Est europeo e il più delle
volte coinvolge persone dall’alta scolarizzazione. C’è anche da tener conto del fatto
che otto Paesi dell’ex blocco sovietico entreranno presto a far parte dell’Unione
Europea e già oggi capita che i titoli professionali di quei lavoratori siano
riconosciuti in Italia. Il che non significa che potranno subito lavorare da noi. Sarà
sempre indispensabile il permesso di soggiorno ma la tendenza è quella
dell’integrazione. A parte questi aspetti, oggi, proprio in virtù della loro elevata
scolarizzazione, accade che una volta regolarizzate le badanti smettono di fare
quel mestiere per assumere ruoli professionali nelle strutture sanitarie.
Prevediamo che nel 2005 molte badanti spenderanno le proprie qualifiche per fare
le infermiere e se i loro titoli non sono riconosciuti per svolgere la funzione di
assistenti di base”.

Trattandosi di un servizio alla persona, a fianco a questo processo che
riguarda l’occupazione ci sono degli aspetti significativi che investono i
rapporti umani?

“Sì. Innanzitutto l’anziano non è abituato ad avere con la badante un rapporto
contrattuale. Pensa a questa figura come ad una persona a cui di dà ospitalità, un
po’ di soldi e la cosa finisce lì. Invece si tratta di un rapporto di lavoro da gestire e
retribuire regolarmente come qualsiasi altro lavoro. E’ una questione di mentalità
ma spesso nascono dei conflitti molto aspri. Poi l’ingresso di una polacca o di
un’ucraina in casa modifica in qualche modo la struttura della famiglia. Si creano
amicizie, stretti rapporti fiduciari. Capita che l’anziano si affezioni davvero alla sua
badante e questo può scombussolare l’economia degli affetti all’interno di una
famiglia. Così come può capitare che l’intera famiglia si affezioni alla badante e
non la voglia perdere per nessun motivo. Ma magari la badante è un medico o
un’infermiera e appena può cerca un’occupazione più qualificata. Insomma tra la
necessità di un rapporto contrattuale e lo sviluppo di nuove relazioni umane in
molte famiglie bolognesi si stanno mettendo in moto dei cambiamenti profondi”>.

Patrizio Paolinelli, ABC, periodico del quotidiano il Domani di Bologna, 23 marzo 2004.

 

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