Il focolare domestico? Oggi va in fumo.

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Chiara Saraceno

Casa, lavoro e servizi sono gli spettri del futuro
Intervista alla sociologa Chiara Saraceno, docente alla facoltà di Scienze
Politiche dell’Università di Torino
<La famiglia non ce la fa più a supplire alle parzialità dello stato sociale>

Nonostante le recenti cadute l’Italia resta ancora un Paese ricco. Ma non è mai
stato un Paese sviluppato. Lo dimostra l’eterna mediocrità del suo Welfare State
anche nelle regioni maggiormente evolute. Da sempre il nostro stato assistenziale
è impallidito rispetto a quello tedesco o quello scandinavo con i quali non ci si è
mai potuti lontanamente paragonare. Ma l’Italia è una nazione cattolica e ha
trovato nella famiglia l’istituzione che supplisce a ciò che nei Paesi protestanti è un
diritto: casa, lavoro, sanità, reddito minimo. Da qui la mitologia dell’impresa a
conduzione familiare e dell’italiano mammone. Va detto che pur nascondendo la
realtà del lavoro nero, del sommerso, delle tensioni tra genitori e figli costretti a
convivere sotto lo stesso tetto il mito ha comunque funzionato. Tuttavia oggi il
sistema-famiglia scricchiola pesantemente. I figli hanno divorato la ricchezza dei
padri e le prospettive delle nuove generazioni appaiono tutt’altro che rosee.
Previsione azzardata? Una risposta sicuramente più complessa della stessa
domanda la fornisce la Professoressa Chiara Saraceno (nella foto), docente di
Sociologia della famiglia alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino.

Professoressa Saraceno, quali sono i riflessi dell’attuale crisi economica
sulla famiglia?
“Innanzitutto la famiglia continua ad essere il grande ammortizzatore sociale per i
giovani e in parte per i più anziani. Tutto ciò non terrà ancora a lungo. Però la
generazione dei sessantenni, che è numerosa, mediamente sta economicamente
bene e continua a godere del vecchio sistema pensionistico, garantisce ai giovani
l’accesso alla casa e la custodia dei bambini, occupandosi inoltre degli anziani
fragili. Ma quando i sessantenni di oggi saranno più vecchi le risorse diminuiranno
e non possiamo pensare che in futuro la solidarietà familiare continui a funzionare
come oggi, sia per problemi demografici sia per la trasformazione del mercato del
lavoro che vede l’ingresso di più donne, per più tempo e con maggiore
precarietà”.

Non le pare che la crisi economica della famiglia sia iniziata già da
tempo? Prendiamo il problema casa. Vent’anni fa acquistare
un’abitazione per i propri figli rappresentava un costo sostenibile. Oggi è
un investimento che sempre meno persone si possono permettere,
compresi i sessantenni benestanti…
“E’ una conferma di quanto le ho detto. Non ce la si fa più. O quantomeno è più
difficile. Infatti si sposta in avanti l’età in cui ci si sposa e si esce di casa. Non a
caso in Italia si investe ancora così tanto nel mattone. Ci si allontana dai genitori
quando si possiede un appartamento. In altri Paesi il mercato dell’affitto è più
ampio, meno costoso e permette di uscire di casa prima. Credo che, soprattutto
per i più giovani, focalizzare le politiche dell’abitazione sull’acquisto anziché
sull’affitto sia profondamente sbagliato. E’ chiaro che se i fitti sono alle stelle è
irrazionale non acquistare. Ma se fossero più contenuti i giovani dipenderebbero
meno dai genitori, adotterebbero anche forme di convivenza diverse dal
matrimonio e forse avrebbero più figli”.

Come incide la stagnazione economica sulla piccola-media impresa a
conduzione familiare?

“Non sono un economista però posso dire che la piccola impresa assunta come la
terza via italiana allo sviluppo è oggi osservata con maggiore senso critico. Un
elemento da sfatare è continuare a pensare che il lavoro autonomo sia la grande
soluzione. A chi sono rivolte le politiche di incentivazione a mettersi in proprio?
Alle donne e ai giovani. Proprio le persone che hanno bisogno di capitale
finanziario in una condizione in cui ci sono sempre meno soldi”.

Nel medio termine si prospetta uno scenario con forti tensioni?
“Posso dire che i due grandi pilastri quali la famiglia e la piccola impresa sono
stati considerati un po’ semplicisticamente come la soluzione italiana all’economia
e al Welfare State. Oggi, forse, non rappresentano la soluzione e probabilmente
non sono mai stati una soluzione. In ogni caso la famiglia attuale non ce la fa più
a supplire alle parzialità dello stato sociale e la piccola impresa non riesce a far
fronte a questioni come l’innovazione tecnologica”.

Quali correttivi si possono introdurre?
“Occorre aumentare il numero degli occupati e in particolare delle donne. Questo
comporta la necessità di investire in servizi per i bambini, per la famiglia e per gli
anziani. Servizi che possono essere pubblici o privati sostenuti dal pubblico.
Occorre anche modificare il sistema degli orari. Non facendo lavorare di più le
persone così come ha proposto Berlusconi. Debbo dire che l’idea mi fa ridere
anche perché mi chiedo come ci si possa prendere cura degli altri stando sempre
al lavoro. Ma a parte questo è necessario organizzare meglio gli orari per
consentire di ottimizzare i rapporti quotidiani tra lavoro, famiglia, consumo, tempo
libero. Altro aspetto che ritengo determinante è avviare politiche per favorire
l’autonomia dei giovani”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 6 aprile 2004.

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