Questo nostro mondo mondo fondato sull’illegalità

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Giulio Salierno

Intervista a Giulio Salierno docente di sociologia all’Università di Teramo
“La criminalità è parte integrante dell’economia politica della nostra società”

Un tabù si aggira nelle facoltà di economia e relativi manuali: il rapporto tra
mondo della produzione e mondo criminale. Si tratta di una costante storica
che, per esempio, ha presieduto alla formazione della ricchezza di imperi come
quello britannico e di nazioni come gli USA. Per farla breve: negli ultimi due
secoli il benessere dell’Occidente sarebbe stato e sarebbe tuttora di gran lunga
ridotto senza la stretta parentela tra criminalità e capitalismo. Ma nessun
economista otterrà un Nobel indagando in questa direzione. Troppo scomoda
da esplorare perché farebbe crollare l’ideologia della libera concorrenza e della
cultura d’impresa. Non resta allora che rivolgerci ad altre discipline. E così
abbiamo interpellato Giulio Salierno (nella foto), docente di sociologia
all’Università di Teramo, grande esperto di questioni criminali e il cui ultimo
libro pubblicato da Einaudi, Fuori margine. Testimonianze di ladri, prostitute,
rapinatori, camorristi, è un classico del suo genere.

Professor Salierno, qual è quadro macroscopico del rapporto tra
crimine e società?
“Abbiamo tre tipi di criminalità: quella spicciola del furtarello e dello scippo,
quella organizzata di tipo mafioso e quella degli affari come nel caso Parmalat.
In Italia, la piccola criminalità muove un giro d’affari di 5 – 7,5 miliardi di euro.
Mentre quella delle grandi mafie oscilla da 17,5 a 25 miliardi. Se si pensa che
solo lo scandalo Parmalat ha movimentato oltre 10 miliardi di euro è chiara la
sproporzione. In termini approssimativi si può ipotizzare che in Italia la
criminalità degli affari mette in moto un giro di denaro come minimo doppio
rispetto alle altre forme di malavita. L’unica ricerca di vasto respiro su questo
fenomeno si è svolta negli USA. Tra i vari risultati ne segnalo due. Primo, è
emerso che negli States la criminalità in doppio petto dà luogo a un giro di
affari quattro volte superiore rispetto a tutte le altre attività delittuose.
Secondo, un evasore fiscale totale non è vissuto dalla gente come un
delinquente ma come un furbo. I vicini di casa tolgono il saluto allo scippatore
ma non a chi ha truffato in Borsa. Questa ricerca, peraltro unica, è stata
effettuata anche per dimostrare quanto conta l’interiorizzazione dei valori:
un’azione criminale pur sanzionata legalmente non produce reazioni collettive,
un’altra invece può scatenare il putiferio. Sul piano della produzione
dell’immaginario il fenomeno è visibile nel cinema dove la criminalità degli
affari è sempre fuori dalla lotta tra poliziotti e delinquenti. Scandali come Enron
emergono per due fattori: perché altri capitalisti ne sono danneggiati e perché
la crisi di fiducia degli investitori mette in pericolo il sistema economico”.

Come spiega il fatto che percezione del reato è differente a seconda
dei soggetti che lo compiono?
“Ciò che la gente teme maggiormente non è la criminalità mafiosa o quella
economica ma la piccola criminalità. E’ difficile che le persone abbiano paura di
essere uccise. Viceversa nelle città, soprattutto gli anziani, hanno timore di
essere scippati. Un piccolo reato che incide sulla psicologia collettiva assai più
dei grandi reati economici. Infatti, lo scippo è l’unico reato che insieme alle
rapine è aumentato negli ultimi dieci anni. Viceversa gli omicidi sono diminuiti.
Rispetto a un secolo fa siamo addirittura passati da poco più di cinque omicidi
ogni centomila abitanti a 1,9, massimo 2 quando ci sono le guerre tra bande
mafiose. Ma non è il dato statistico che conta quanto il modo in cui gli individui
vivono il fenomeno. Direttamente o indirettamente la piccola criminalità del
deflettore rotto investe tutti. Ed è funzionale alle classi dominanti perché è
utilizzata per tenere sotto controllo la società e avviare forme di restrizione
delle libertà”.

Le campagne stampa che invocano pene più severe per ladruncoli e
scippatori contribuiscono a risolvere il problema?
“No. In Italia le persone dedite a piccoli reati sono un esercito: 300-350 mila
persone. Ognuna delle quali compie una media di 18 reati all’anno. I posti letto
un carcere sono solo 37 mila aumentati artificialmente a 47 mila. I numeri
parlano da soli: è tecnicamente impossibile mettere in prigione tutta questa
gente. Ma nel caso si pensasse ad un’operazione del genere tre fattori la
rendono impraticabile: ogni detenuto costa circa 116 euro al giorno,
bisognerebbe costruire decine e decine di nuove carceri, assumere il personale
necessario. Si tratta di uno sforzo economico insostenibile e peraltro
inconcepibile in un sistema di diritto europeo. Inoltre avremmo un’incidenza
negativa sulla cosiddetta economia del vicolo. Che seppur fondata sulla piccola
truffa, il contrabbando minuto, lo scippo e la ricettazione ha in termini di
reddito una ricaduta positiva per le famiglie di chi delinque coinvolgendo circa
un 1.300.00 persone”.

Vuol dire che se il piccolo reato fosse totalmente represso sorgerebbe
il problema di come mantenere questa massa di persone?
“Certo. Ogni tentativo in questa direzione, compreso quello fatto anni fa
dall’allora ministro Rino Formica con l’idea di assumere i contrabbandieri, è
naufragato. Sotto tale aspetto tutta la criminalità, dalla piccola a quella in
doppio petto, passando per la mafia, fa parte integrante dell’economia politica
della nostra società. E a seconda di come si articola assolve a funzioni
supplementari dell’economia ufficiale. Mafia, camorra, n’drangheta, sacra
corona unita, ossia la criminalità organizzata, rispondono alla domanda di beni
particolari: prostituzione, stupefacenti, gioco d’azzardo. Il fenomeno è
mondiale. Attività svolte a Las Vegas sono legali mentre diventano illegali a
New York. Las Vegas è una città fondata da gangster ed è tuttora sotto il
ferreo controllo della malavita. Infatti, è la città con il più basso tasso di reati
degli USA ad eccezione di quelli legati al gioco d’azzardo. Stesso ordine sociale
si registrava in Sicilia nel paese di Totò Riina. Lì scippi e furti erano sconosciuti
perché la mafia assolveva al compito di controllo del territorio. Non solo:
l’industria dell’eroina ha arricchito la Sicilia permettendo l’apertura di sportelli
bancari e collocandola per anni tra le regioni che maggiormente importavano
Champagne e BMW”.

L’allargamento dell’Unione Europea può provocare l’arrivo di
un’ondata di criminalità proveniente dai Paesi dell’Est?
“Non credo. Mafia russa e albanesi che spacciano e organizzano la
prostituzione sono presenti in Italia già da tempo. Ma si tratta di un fenomeno
che coinvolge poche migliaia di persone. Tra l’altro c’è un problema culturale.
Un albanese che piomba qua non riesce a fare uno scatto economico
paragonabile a quello di un mafioso italiano. E’ un processo noto. Ad esempio
la n’drangheta è potentissima in Calabria ma non riesce ad esercitare la sua
azione a Milano perché lì la mentalità è troppo diversa. A maggior ragione la
distanza culturale investe chi proviene dall’Albania dove esiste ancora il codice
della vendetta personale ed è normale andare in giro armati. Per quanto
riguarda la mafia russa non siamo dinanzi a un fenomeno di immigrazione
stabile”.

Allora possiamo stare tranquilli?
“Non tanto. Il problema vero è che cosa potrebbe accadere quando ci sarà la
totale mobilità della manodopera. Con l’assenza di passaporti e frontiere
saranno facilitati i contatti tra criminali più o meno organizzati. Ma l’aspetto più
importante è un altro. Gli imprenditori italiani saranno sempre più attratti da
Paesi dove il costo della manodopera è più basso e soprattutto dove le regole
fiscali sono poco severe. Tralasciando il sistema di corruzione di politici e
amministratori pubblici, il confine tra questi comportamenti e la criminalità
economica è molto labile perché sono gli Stati che favoriscono la caduta della
responsabilità sociale delle imprese. In tali casi è molto difficile dire se questa
è criminalità tout court o se non lo è perché legalizzata da norme. Certo, è
autorizzata. Ma dal punto di vista dello Stato italiano sarebbe illegale pagare
finte tasse e contributi irrisori ai dipendenti. Detto in sintesi: viviamo in una
società che ha fatto della criminalità un potente fattore di sviluppo”.

Patrizio Paolinelli, ABC, inserto del quotidiano il Domani di Bologna, 27 aprile 2004.

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