Democrazia sotto scacco e ruolo del pensiero critico

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Pietro Bellasi

Colloquio con Pietro Bellasi, docente di sociologia all’Università di Bologna

Con l’avvento del movimento dei movimenti la contestazione nei confronti dei poteri e dei saperi costituiti sta vivendo una lunga stagione di lotte di cui le marce per la pace e i World Social Forum sono tra le manifestazioni maggiormente visibili. Rispetto ad altri momenti conflittuali, quelli collegati ai
partiti della sinistra storica degli anni ’20-‘30 e quelli collegati alle rivolte
studentesche degli anni ’60-‘70, oggi la richiesta di nuove forme di democrazia
nasce prevalentemente da un processo di autorganizzazione della società.
Questa differenza segna un passaggio epocale. Tuttavia la contestazione dello
stato di cose presenti lascia intravedere un filo rosso che forse può permettere
di individuare alcune continuità tra i conflitti della dimensione industriale e
quelli della dimensione post-industriale.
Tentare di cogliere delle costanti nella lotta tra dominati e dominatori è una
operazione finalizzata a fornire ulteriori strumenti analitici a chi oggi si oppone
alla violenza del neoliberismo e alla dittatura del pensiero unico. Per farla
breve: qual è la relazione principale che tiene insieme i movimenti di
opposizione apparsi da un secolo e mezzo a questa parte? Con Pietro Bellasi,
docente di sociologia e sociologia dell’arte all’Università di Bologna, abbiamo
ipotizzato che questa relazione può condensarsi intorno ad un modo d’essere:
pensare criticamente. Nei limiti della breve intervista concessa da Bellasi
abbiamo così cercato di cogliere alcuni nessi tra la Teoria critica della società
sviluppata dalla Scuola di Francoforte, il dissenso antisistema del movimento
dei movimenti, la forza di un pensiero che seppure in forme diverse rivendica
l’emancipazione collettiva.

Molti affermano che viviamo in una società post-moderna. Una
categoria in difficoltà ma che resiste ancora. Lo si percepisce per
esempio nel doppiofondo del linguaggio della sinistra moderata. Ma a
parte questo, ciò che permane nella pratica discorsiva post-moderna è
un pensiero precritico. Tuttavia il pensiero critico non è un fatto
residuale come dimostra la presenza della sinistra alternativa e
l’affermazione dei movimenti. Allora la domanda di fondo è: cosa
caratterizza oggi pensare criticamente?

“Intanto la presa d’atto di un’assenza: soprattutto nell’analisi politica e nelle
scienze sociali attuali siamo di fronte ad una mancanza di interpretazione. Non
c’è nessun altro termine che colga il problema della libertà e
dell’autodeterminazione quanto il temine di interpretazione. Vorrei insistere su
questo punto perché è la parola-chiave della teoria critica in generale e della
Scuola di Francoforte in particolare. D’altra parte i componenti di questa scuola
provenivano da una cultura ebraica che per eccellenza è interpretazione.
L’interpretazione è antitetica a qualsiasi pensiero unico, a qualsiasi pensiero
che monopolizzi le persone. Detto questo, per rispondere alla tua domanda, la
caratteristica principale del pensiero critico è porsi il problema
dell’interpretazione del mondo, delle dinamiche sociali, della partecipazione. In
una parola: il problema della democrazia”.

Sul piano dell’agire politico possiamo dire che dal punto di vista del
pensiero critico interpretare significa non accettare la società così
come è…

“Sì. Horkheimer e Adorno denunciano il fatto che il neocapitalismo, così come si
definiva allora la fase di passaggio verso la società dei consumi, è un pensiero
di mera duplicazione del reale nel pensiero. Il neoliberismo, così come si
definisce oggi il passaggio del capitalismo verso la finanziarizzazione
dell’economia, è esattamente la stessa cosa. In fondo l’idea di critica nei
francofortesi verte sulla separazione del concetto da oggetti come la società, la
democrazia, la libertà, la pace. La tensione tra il reale e il concetto, ossia il
reale pensato, è la critica. E questa distanza è l’interpretazione. Interpretare
vuol dire andare contro un’ideologia che tende a fotocopiare nel pensiero ciò
che la realtà è, così come si presenta: semplicemente, volgarmente,
violentemente”.

Queste considerazioni permettono di introdurre un tema assai
concreto che peraltro è uno degli oggetti di riflessione del
materialismo: la produzione sociale del dolore. Nonostante i computer,
le sonde spaziali, le biotecnologie noi viviamo in un modo saturo di
afflizioni. Come si pone il pensiero critico dinanzi all’offesa continua e
senza limiti della vita?

Critica come interpretazione vuol dire soprattutto cogliere l’aspetto distruttivo
di ciò che chiamiamo il progresso. Adorno dice che chi si adatta con prudenza
ad un mondo sconvolto si rende partecipe della follia. In questo caso prudenza
vuol dire non avere il coraggio dell’interpretazione. Per tutti i francofortesi la
felicità non può non misurarsi con la smisurata infelicità di ciò che è. Direi
allora che l’orientamento critico è chiedersi come mai nella contemporaneità
sussista il dolore. E qui ritorna il problema dell’interpretazione. Il pensiero
critico non pone domande prudenti ma estreme, radicali: come mai il principio
fondamentale dei sistemi capitalistici è la violenza? Come mai la scienza e la
tecnica misurano la loro potenza a partire da strumenti di distruzione? Queste
domande non duplicano la realtà. La interrogano e interrogandola la
interpretano. Critica significa interpretare il mondo, distanziarsi dalla realtà,
progettarne un’altra. Critica significa chiedersi perchè la violenza costituisce la
verifica dell’operatività e della funzionalità del sistema sociale in cui viviamo e
di tutti i suoi sottosistemi. Critica vuol dire porsi il problema di come mai il
dominio sulla natura e sulla società continua ad essere estraniazione
dell’individuo, vale a dire perdita di coscienza”.

L’idea di estraniazione e la perdita di coscienza a cui hai fatto cenno
hanno in qualche modo a che fare con la lunga crisi della democrazia.
Non ci addentriamo su questo rapporto. Rileviamo che il più recente
aspetto della crisi della democrazia consiste nella leggi antiterrorismo
emanate negli USA e più recentemente in Inghilterra. Le libertà civili, il
pluralismo dell’informazione, gli spazi di agibilità sociale sono oggi
fortemente minacciati. Quali strumenti politico-culturali può offrire il
pensiero critico per impedire di scivolare in società bloccate come
quella statunitense e quella inglese?

“Qui subentra un altro dei fondamenti del pensiero critico: il concetto di
dominio. Il dominio non cade più sotto la nozione di potere. E’ un fatto totale
che entra nel profondo dell’individuo attraverso meccanismi messi in atto
dall’industria culturale. E’ questo un altro concetto insuperato della Scuola di
Francoforte. Un concetto che per dirla in breve comprende il cinema, la
televisione, la cultura di massa, la moda, le tante forme di spettacolo e di
intrattenimento. Nell’attuale crisi delle democrazie i poteri si servono di una
serie di strumenti per generare paure e limitare gli spazi di protesta. I massmedia
sono uno di questi strumenti. Forse oggi il principale, dato che l’azione
politica pubblica avviene all’interno dello spazio mediatico. Accade così che il
pensiero unico, dominante negli organi di informazione, riesca di fatto a
imporre un diktat: dinanzi al terrorismo il venir meno dei diritti fondamentali
dell’uomo è una legge naturale da cui non ci si può sottrarre. Anche in questo
caso non c’è analisi, non c’è interpretazione ma semplicemente constatazione
di quello che è. Il discorso viene politicamente chiuso all’interno di un modello
discorsivo al di fuori del quale c’è soltanto utopia, fantasia, estremismo. Ecco
che allora la produzione di paure collettive è politicamente necessaria. Il
pensiero critico smaschera questo agire e afferma che le leggi speciali altro
non sono che la duplicazione del fenomeno terroristico nel terrore del
terrorismo”.

Come tutti i dispotismi anche quello neoliberista non si limita solo a
mettere in moto stringenti meccanismi di controllo sociale e di
autocontrollo individuale ma crea anche una serie di pregiudizi. Questi
pregiudizi da un lato servono come collante per una società di persone
infelici e dall’altro permettono di scaricare l’aggressività accumulata in
una vita frustrante verso nemici immaginari. Riappaiono così fantasmi
che fanno a pezzi la democrazia quali il militarismo e il razzismo…

“Il pane che l’industria culturale e i media ammanniscono agli uomini non cessa
di essere la pietra della stereotipia. D’altra parte, la crisi delle democrazie
occidentali attira l’aggressività sociale nei confronti dei deboli. Attraversiamo
un momento storico in cui il sistema di dominio deve ritrovare una maggiore
sicurezza. E questa maggiore sicurezza la ottiene verificandosi contro gli
immigrati, i lavoratori precari, i nuovi poveri. Nella loro immoralità i centri di
permanenza temporanea dimostrano l’accanimento del dominio nei confronti di
chi è socialmente penalizzato: l’immigrato extracomunitario che fugge dalla
miseria e dalla guerra della sua terra d’origine. Dicevano i francofortesi che la
debolezza attira coloro che non sono mai riusciti a compiere il doloroso
processo di civilizzazione, consistente nella repressione degli istinti, e che
negando le loro paure si sentono in dovere di mostrare la propria forza. Il
dominio nella post-modernità è ancora più oggi il sintomo di una grande
frustrazione: quella di non aver saputo trasformare il progresso scientificotecnologico
in civiltà, in maggiore democrazia, in maggiore libertà. Insomma,
in vittoria contro il dolore e in realizzazione di un benessere diffuso che la
tecnologia potrebbe rendere possibile. Su questo fallimento il dominio alimenta
l’aggressività contro indigenti e nazioni povere. La condizione di miseria
estrema in cui è stato gettato un continente ricchissimo come l’Africa è sotto
gli occhi di tutti. Davanti all’immensità di questo dolore si ripete la tragedia
degli olocausti”.

Le tante anime del movimento e i partiti della sinistra alternativa
avvertono pienamente il pericolo di un precipitare nella barbarie a
livello planetario. La dottrina della guerra permanente, l’esportazione
della democrazia con i carri armati e la tortura di massa, lo strapotere
di organismi finanziari quali il WTO (World Trade Organization), la
Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno svuotato la
politica e in buona parte neutralizzato le sue tradizionali forme di
rappresentanza. Semplificando un po’ possiamo dire che il potere
sostanziale è nelle mani delle grandi multinazionali e non dei
parlamenti. Dinanzi a questa transizione delle forme di governo verso
nuovi autoritarismi i partiti di ispirazione socialdemocratica sembrano
balbettare…

“Purtroppo la sinistra riformista sta dimostrando da molto tempo la mancanza di
un’interpretazione che si ponga interrogativi radicali sulla violenza. Una delle
carenze più gravi di gran parte della politica è proprio quella di non avere il
coraggio del pensiero, il coraggio dell’interpretazione. E’ un limite gravissimo
che denuncia il distacco dalla realtà anche di un’area che teoricamente
dovrebbe essere illuminata. Si tratta di un distacco relativo ma dirompente. Ci
sono tre elementi analitici che il riformismo a mio giudizio dovrebbe
recuperare: primo, prendere atto del fatto che la cosiddetta società postmoderna
mantiene intatti tutti i caratteri fondamentali del capitalismo;
secondo, l’ideologia neocoservatrice è la peggiore delle ideologie perché non si
riconosce e non si fa riconoscere come tale; terzo, la realtà dell’attuale
neoliberismo non è tanto diversa dal capitalismo di trenta, quaranta anni fa. A
questi elementi va aggiunto che la crescete mercificazione di ogni aspetto della
vita fa da base alla violenza diffusa alla quale ci siamo abituati: il Mediterraneo
è diventato un cimitero di immigrati clandestini entrato ormai a far parte della
nostra quotidianità. Tra uno spot e l’altro la Tv ci dice quanti sono riusciti a
sbarcare e quanti sono affogati. Poi tutto prosegue come prima in attesa della
prossima tragedia. In definitiva: credo che anche la socialdemocrazia debba
tornare ad interrogarsi sulle cause del dolore e ad interpretare la fase
attualmente attraversata dal capitalismo”.

Più volte abbiamo toccato il rapporto tra mass-media, dominio e
società. Come è noto la vita politica italiana è condizionata da oltre
dieci anni da Silvio Berlusconi, un tycoon della comunicazione. Le Tv di
Berlusconi e la pubblicità che le sostiene trasmettono una precisa idea
del corpo, dei sentimenti, della felicità, addirittura della sessualità. In
una parola: trasmettono un senso della vita. Ogni minuto di
trasmissione radiotelevisiva, non solo di Mediaset ma anche della TV
pubblica, la RAI, diffonde un’ideologia fondata sull’individualismo, la
concorrenza, il possesso, l’arrivismo… Insomma tutto l’armamentario
del liberismo di ieri e del neoliberismo di oggi. Da questo processo la
sinistra si sente estranea, come se avesse a che fare con territori
neutri, spazi di libertà privata in cui in definitiva la politica non deve
entrare. Ed ecco che la pubblicità è la trasmissione più seguita dal
pubblico occidentale. Ecco anche che il primo libro globale del
movimento è No-Logo di Naomi Klein, un j’accuse contro la
colonizzazione della vita quotidiana da parte degli sponsor, contro la
pseudocultura del branding, contro la riduzione dell’esistenza a una
totale integrazione tra pubblicità, marchio e desideri collettivi. Negli
anni ’60 i teorici della Scuola di Francoforte analizzarono il processo di
penetrazione dell’ideologia mercantile nelle tante forme di
intrattenimento di massa e furono spesso criticati dalla sinistra
tradizionale di allora. Poi la scuola di Francoforte è caduta nel più
assoluto dimenticatoio. Ma ha elaborato categorie analitiche che forse
possono essere ancora utili in una società che ha mitizzato lolite e
calciatori e proprio per questo può permettersi di convivere
normalmente con una violenza e un dolore ormai senza misura. Qual è
una delle più significative?

“Direi quella di desublimazione repressiva teorizzata da Marcuse. Per
comprendere questo concetto è bene ricordare che per Freud la sublimazione è
un processo che spiega attività umane apparentemente senza alcun rapporto
con la sessualità ma che trovano la loro spinta nella pulsione sessuale. In
questo senso l’arte e l’indagine intellettuale sono attività sublimate. La
desublimazione consiste nel processo inverso: le energie prodotte dalla
pulsione sessuale non sono più messe a disposizione del lavoro culturale.
Attraverso la nozione di desublimazione repressiva Marcuse intende
comprendere gli effetti delle libertà calate dall’alto. Si tratta di processi che
hanno conosciuto un’affermazione colossale attraverso lo sviluppo dei massmedia.
Prendiamo proprio il caso della libertà sessuale: ai tempi di Marcuse e
ancor più oggi la sessualità è promossa come stimolo commerciale, è una voce
attiva negli affari della moda e del turismo, è un simbolo di status. In queste
sere mi è capitato di guardare in TV per alcuni minuti quella cosa da pazzi che
è l’elezione di Miss Italia. Questa forma di libertà di espressione del corpo
comporta di fatto una repressione perché impedisce il lavoro di sublimazione
degli istinti e sbarra il passo alla formazione dell’autonomia individuale
rendendo le persone acritiche e conformiste. Le pseudolibertà concesse dal
potere allontanano da quella che i francofortesi chiamavano la felicità della
conoscenza e la sostituiscono con un surrogato di potere. Lo spettacolo di Miss
Italia comporta che gli spettatori in qualche modo gustino non la felicità della
conoscenza ma la furbizia del loro dominio su quelle ombre catodiche
seminude che vedono dibattersi per due ore di seguito. Tuttavia,
l’accrescimento di tale pseudopotere sulle ombre degli altri è un’estraniazione
dal mondo reale. Questa illusione di libertà devia il processo di sublimazione,
devia la possibile felicità della conoscenza. Lo spettatore e le spettatrici
giocano con quelle ragazze. Le vedono soffrire, piangere, ridere. Finché a poco
a poco resta la vincitrice: un oggetto del desiderio lontano ed estraneo a cui si
sente il bisogno di conformarsi. Si tratta di un meccanismo ripetuto in mille
occasioni della vita quotidiana che non è separato dalla politica perché
l’appiattimento dei valori culturali sull’ordine sociale esistente permette la
pressoché totale manipolazione dei bisogni. Nel senso che la manipolazione
crea il bisogno, il bisogno a sua volta si presenta alla manipolazione e così via
in un processo senza fine. Il risultato è la paralisi della critica e il trionfo del
pensiero unico. Se questa non è politica….”.

Vorrei chiudere questo nostro colloquio tornando al linguaggio politico
comunemente inteso. Mi riferisco al rapporto tra partiti della sinistra
alternativa, in particolare Rifondazione Comunista, e movimenti. Un
rapporto che conosce alti e bassi ma mai interrotto. Come può
sviluppare ulteriormente?

“I movimenti sono tra i pochi aggregati sociali che si sono assunti il problema
del dolore. I ragazzi che partecipano alle marce della pace credo seguano il
suggerimento di Adorno: fissano lo sguardo nell’orrore. E così riescono a
distanziarsi dai meccanismi del dominio e dell’industria culturale. I mediattivisti
ad esempio hanno sviluppato un comportamento da loro stessi definito: net
criticism. In questa maniera praticano Internet opponendosi a chi vuol fare
della Rete un business o un mezzo di controllo sociale come la Tv. Ecco, direi
che ieri come oggi la teoria critica ci insegna a vedere in minoranze escluse,
giovani, extracomunitari e precari soggettività che prendono le distanze dalla
realtà così come è. Non si lasciano imprigionare. Aggiungo che non si lasciano
imprigionare da nessuna teoria. Neppure quella critica. Se saranno in grado ne
concepiranno una loro in piena autonomia. Ma va detto che grande è il rischio
di essere riassorbiti dal dominio, dalle piccole utopie fatte su misura per piccoli
gruppi come è tipico della cultura post-moderna. Forse è proprio qui che le
formazioni politiche e un partito come il PRC possono trovare un proprio ruolo.
Non certo quello di incapsulare i movimenti ma di condurli verso una
razionalità più rigorosa, verso una progettualità che investa il sociale nel suo
insieme, verso il sogno di un mondo senza violenza”.

Patrizio Paolinelli, Alternative, n° 5, 2005.

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