Per una nuova stagione dei diritti

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Paolo Ferrero

Intervista a Paolo Ferrero
“Le prossime regionali sono un’occasione per uscire dalla crisi occupazionale”

In perfetta sintonia con il governo nazionale anche nel Lazio la Giunta regionale di centrodestra ha favorito a più non posso la precarizzazione del lavoro, la privatizzazione di interi settori pubblici, lo smembramento delle imprese. Al di là della propaganda le politiche neolibersite non hanno aiutato il tessuto economico locale. Al contrario, lo ha demotivato e depresso. Ecco perché per i lavoratori e per la piccola e media impresa le prossime elezioni regionali rappresentano una speranza di cambiamento. Il punto è comprendere attraverso quali decisioni è possibile rilanciare l’economia della regione, tutelare i diritti del lavoro e ridistribuire più equamente la ricchezza prodotta.Abbiamo avviato questa riflessione con Paolo Ferrero (nella foto), ex operaio Fiat oggi componente della Segreteria Nazionale del PRC e responsabile dell’area Lavoro, economia e diritti sociali.

Come può entrare nella campagna elettorale delle prossime elezioni regionali la diminuzione del potere d’acquisto di stipendi e
salari?

“In tre modi tra loro interdipendenti. Uno, tramite la proposta di un salario sociale per i disoccupati.Mi è del tutto chiaro
che le Regioni non hanno risorse sufficienti per realizzare un vero salario sociale.Però sarebbe importantissimo iniziare a
livello locale per costruire una vera campagna nazionale in cui inserire questa rivendicazione nella piattaforma delle opposizioni. La seconda
modalità consiste nell’estensione del Welfare. Alcuni esempi: distribuzione di un salario indiretto attraverso l’abolizione dei
ticket sanitari, tendenza a rendere gratuiti i principali servizi sociali, miglioramento in termini di efficienza e qualità dei trasporti
pubblici. Infine, c’è tutta la partita del controllo dei prezzi su cui sostanzialmente non si fa nulla mentre la Regione può avere
potere di indirizzo e di controllo costante. Nel Lazio il tasso ufficiale di disoccupazione si aggira tra il 7 e l’8% mentre circa il 18% dei giovani tra i 15 e i 24 anni non trova lavoro”.

Quali meccanismi locali possono essere messi in moto per affrontare e possibilmente risolvere questi problemi?

“Intanto va detto che i dati ufficiali non registrano la realtà vera perché includono tra gli occupati anche i precari e perché i
metodi di rilevazione della disoccupazione non calcolano coloro che non si iscrivono da nessuna parte per demoralizzazione. Tuttavia, ci sono due grosse vie d’intervento per le politiche regionali e provinciali. Una, è la lotta al lavoro precario e al lavoro nero anche tramite
l’attuazione di misure normative locali. Ad esempio, misure di contrasto alla Legge 30. L’altra riguarda gli enti locali in quanto
datori di lavoro. Prendiamo il caso della sanità. Nel Lazio è un settore importante in larghissima parte gestito direttamente dalla Regione e dove
è significativa la quota di lavoro precario, sottopagato, ricattato. In questo comparto come in altri è necessario uscire dalla logica
della compressione dei costi a scapito dei diritti dei lavoratori.E se ne può uscire puntando sull’occupazione, la sua qualificazione
e ponendo vincoli stretti nei capitolati d’appalto per evitare la precarietà”.

Oltre a intervenire in maniera diretta nei comparti in cui offre direttamente lavoro la Regione può attuare forme di programmazione
in grado di riorientare le politiche dell’occupazione…

“Certamente, rientra nella sua mission. E ciò vale per l’industria come per l’ambiente. In quest’ultimo caso il problema non è dove
collocare le discariche o gli inceneritori ma considerare l’ambiente come base su cui si articola un ciclo produttivo fondato sul
rispetto ecologico. In termini operativi ciò significa porsi il problema di ridurre gli imballaggi e i rifiuti, fare la raccolta differenziata,
valorizzare il rapporto tra agricoltura e turismo, sviluppare i marchi alimentari locali, pianificare il riassetto del territorio
laddove è degradato. Per far questo servono cooperative, aziende specializzate, professionalità. Insomma, serve tanto lavoro. Una Regione
che si pone in questa logica può fare molto sul piano occupazionale facilitando un tipo di imprenditoria che non punta sul massimizzare
il profitto nell’immediato ma ragiona a lungo termine e per questo valorizza l’ambiente anziché saccheggiarlo”.

Le aree di crisi economica nella nostra regione sono molteplici e si prolungano da tempo: Cassino, Civitacastellana, Rieti, la cintura industriale di Pomezia. Quale rivendicazione è possibile nei confronti degli Enti Locali?

“Per prima cosa va detto che in generale gli apparati produttivi in crisi hanno matrici comuni: una relativamente bassa specializzazione
del lavoro e ridotte dimensioni d’impresa che impediscono di fare ricerca e sviluppo per qualificare sul serio la produzione. La prima rivendicazione investe il governo nazionale e riguarda l’intervento dello Stato nell’economia a partire dalla definizione di politiche industriali. Il che significa: consorziare le piccole imprese, intrecciare pubblico e privato nella ricerca, accompagnare i settori produttivi, anche quelli maturi, verso una riqualificazione dei prodotti. In questo ambito, e come seconda rivendicazione, le Regioni italiane possono avere un ruolo importante. Un ruolo come quello dei Dipartimenti in Francia e i Lander in Germania. Alla Volkswagen, per esempio, i Lander sono azionisti di minoranza
ma i soldi dello Stato non sono a fondo perduto e il pubblico ha elementi di controllo sulla proprietà. Mi sembra una buona strada visto
che in Italia i soldi si regalano alle imprese e poi nessuno sa che fine fanno”.

Vediamo un caso eclatante di crisi che è contemporaneamente nazionale e regionale: l’Alitalia. La ristrutturazione in corso passa
attraverso un notevole peggioramento delle condizioni di lavoro. Una Regione guidata da Piero Marrazzo e dalla coalizione quali
iniziative può mettere in moto per invertire questa tendenza?

“La prima, consiste nel contrastare la precarizzazione. La seconda, nel chiudere con la fase tipica degli anni ’90 che punta alla soluzione
delle crisi abbassando il costo del lavoro. La terza, nell’aprire un confronto con il governo nazionale avendo come ipotesi la valorizzazione
di Alitalia e di tutto ciò che sta intorno all’aeroporto di Fiumicino, a partire dalle manutenzioni. Gli obiettivi devono essere quelli di allungare
la filiera, incorporare comparti con alto valore aggiunto, premiare le professionalità esistenti contrastando la logica che vuol trasformare
l’Alitalia in una compagnia di second’ordine, evitare il taglio di rami d’azienda e per ultimo, ma determinante, accorpare il ciclo produttivo.
Occorre costruire un polo pubblico italiano nel campo delle manutenzioni aeronautiche. Ciò significa una strategia che punti a far
diventare Fiumicino importante come lo è stato in passato”.

Patrizio Paolinelli, Materiali, n.4, febbraio-marzo 2005.

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