Democratizzare il sapere per una società più giusta

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Marcello Cini

Intervista a Marcello Cini sul rapporto tra conoscenza e valori

Tra chi si occupa del ruolo della scienza nella nostra società il nome di Marcello Cini è uno di quelli maggiormente noti. Cini è nato a Firenze nel 1923 e dopo una lunga carriera di docente universitario di fisica teorica e teorie quantistiche è oggi Professore emerito dell’Università La Sapienza di Roma. I suoi lavori di epistemologo hanno suscitato ampi dibatti. Celeberrimo è il caso del volume collettivo “L’ape e l’architetto” (Feltrinelli, 1976) in cui Marx è letto in maniera non canonica. A questo lavoro ne sono seguiti parecchi altri. Da “Quantum Theory without Reduction” (Adam Hilger, 1991, con J.M. Lévy-Leblond) all’autobiografia intellettuale uscita nel 2001 per Bollati Boringhieri e intitolata “Dialoghi di un cattivo maestro“.

Oggi Cini ha preso le distanze da Marx e ha indirizzato la sua riflessione sui
processi della conoscenza utilizzando principalmente gli strumenti offerti dalla
teoria dei sistemi e dall’approccio di Gregory Bateson. Ma al di là di ogni
disputa una cosa è certa: Cini non ha perduto affatto la sua carica critica
contro l’ingiustizia sociale né si è ammorbidita la sua posizione contro un
sapere asservito al denaro. Anzi, come emerge dal nostro dialogo, il nesso tra i
due temi si fa sempre più stretto.

La scienza e la tecnologia modificano sempre più l’esistente tanto che
alcuni filosofi parlano dell’avvento di un’era post-umana. Fin dove può
arrivare l’artificializzazione della vita?

“L’introduzione di parti artificiali all’interno del corpo umano è un dato di fatto.
La chirurgia innesta nel nostro corpo valvole cardiache di plastica, protesi di
titanio e altro ancora. Lo sviluppo della genetica offre poi la possibilità di
sostituire geni difettosi che producono malattie particolarmente gravi, per
quanto non sia così facile. Ma se ad esempio parliamo di genoma il
riduzionismo genetico è sbagliato teoricamente e infondato scientificamente. E’
assolutamente ingenua l’idea che ad ogni gene corrisponda un carattere e che
il corpo umano sia una macchina fatta di pezzi intercambiabili con cui si può
generare un essere diverso. La complicazione del sistema dei geni regolatori,
l’intreccio tra evoluzione genetica e sviluppo delle reti neuronali, ossia la
connessione cervello, mente, corpo rende l’essere umano assolutamente
diverso da una macchina. Lo sviluppo delle conoscenze pongono limiti a questa
prospettiva alla Frankenstein di costruire un cyborg”.

Se la manipolazione tecno-scientifica del corpo umano ha dei limiti
invalicabili qual è oggi la tendenza principale della produzione di
conoscenza?

“La sua riduzione a merce. Una riduzione che sottopone al solo mercato tutta la
sfera dei vincoli sociali. Il timore non è tanto nella trasformazione della natura
umana per mezzo della tecnica quanto la sua trasformazione attraverso la
mercificazione della conoscenza e della complessità dei legami che rendono gli
individui partecipi di una struttura sociale ricca e variegata. Il vero pericolo
consiste nel tentativo di sottoporre alla logica del profitto la cultura, l’etica, le
componenti del vastissimo arco dei sentimenti e della razionalità. La società
contemporanea tende a formare la produzione della ricchezza sulla riduzione a
merce dell’esperienza vissuta. Questo avviene sia sul piano della fruizione dei
prodotti dell’ingegno umano sia sul piano dei surrogati che sostituiscono le
manifestazioni emotive. L’obiettivo è vendere continuamente prodotti: farmaci,
immaginario, intrattenimento”.

Qual è l’effetto sociale più importante prodotto dalla mercificazione
della conoscenza?

“L’aumento delle disuguaglianze. Il mondo si avvia ad essere diviso tra una
cittadella che difende il proprio tenore di vita con la forza e la minaccia della
armi di distruzione di massa e la stragrande maggioranza del genere umano
che vive in condizioni che diventano ogni giorno oggettivamente peggiori e che
producono nuove separazioni come ad esempio il digital divide. Per usare una
categoria di Bateson, l’aumento del distacco tra chi può usare Internet e chi no
aumenta i processi di schismogenesi. Per usare un altro linguaggio, la
omogeneizzazione di tutto alle leggi del mercato produce il male di questa
società, le ingiustizie, gli orrori, le guerre, le devastazioni climatiche. Su questo
Marx aveva ragione: il capitalismo genera nuove conoscenze, nuovi bisogni ma
al tempo stesso li uniforma, produce le diversità ma poi immediatamente le
nega riducendole a merce. Ed è questa riduzione che poi genera l’acuirsi delle
disuguaglianze”.

Fatte le dovute eccezioni a sinistra è assai scarso il dibattito sull’uso
tecnocratico delle scienze…

“La sinistra sconta un’arretratezza di fondo forse dovuta alla tradizione culturale
del nostro Paese dove la scienza e la tecnica sono delegate a specialisti. Ma la
scienza oggi non è più solo la conoscenza della materia inerte. Investe la vita,
la mente umana, i rapporti sociali. La tecnica viene erroneamente considerata
qualcosa di neutro mentre come per ogni attività umana è immersa in un
contesto che ha una precisa natura di classe ed è permeato di ideologia.
Ancora oggi nei programmi della sinistra si parla indiscriminatamente di
sviluppo. Ma che tipo di sviluppo? E per produrre cosa? La sinistra per esempio
non è preparata culturalmente ad affrontare il problema ambientale. Che non
si riduce a destinare fondi per far crescere qualche albero o per ripulire un po’
di smog. Ma è collegato alle trasformazioni del clima e alla crescita delle
disuguaglianze. L’ONU ci dice che il 95% delle vittime dei disastri che
colpiscono il mondo risiede nei Paesi poveri e i Paesi ricchi si difendono meglio
anche da questo tipo di eventi. Poi le catastrofi aumenteranno perché sono
provocate dall’eccesso dei consumi delle economie più forti. Il modello di
produzione e di crescita occidentale è alla radice dei mali che la sinistra tenta
teoricamente di combattere pur con tanta buona volontà”.

E’ allora necessario mettere in discussione il nostro modello sociale?

“Direi di limitarsi a cambiare gli stili di vita per strati sempre più larghi di
popolazione. E allo stesso tempo è necessario intervenire sulle direzioni dello
sviluppo. E’ irrealistico che in Italia pensiamo di competere con le
multinazionali dell’alta tecnologia. Neppure possiamo competere con i bassi
costi della manodopera cinese. Eppure oggi non c’è leader politico che non dica
quanto sia necessario investire in ricerca. Verissimo. Ma per fare cosa? Solo
per citare due esempi direi che è necessario sviluppare i settori delle energie
rinnovabili e dei consumi efficienti dell’energia. Settori capaci di rivitalizzare
una piccola e media industria a forte intensità di manodopera qualificata
sviluppando servizi sia pubblici che privati. Per la nostra società è
fondamentale affrontare problemi che sono importanti a medio-lungo termine e
che non possono essere delegati al privato perché non producono reddito
immediato. Mi riferisco agli investimenti per salvare il territorio dal degrado. In
Olanda stanno rinaturalizzando vaste aree precedentemente sottratte al mare
per scopi agricoli e i cui prodotti non sono oggi più competitivi. Ricostituiscono
una natura ecologicamente adeguata, che si sviluppa autonomamente e che
allo stesso tempo è fonte di reddito perché valorizzata in altre forme.
Insomma, così come nel secolo scorso gran parte della popolazione attiva si è
spostata dall’agricoltura all’industria oggi può essere occupata per uno sviluppo
ambientalmente sostenibile”.

Se il cambiamento degli stili di vita costituisce un piano privilegiato
per una società più giusta vediamo che a fianco di una conoscenza
fagocitata dalla logica del profitto prendono corpo importanti tentativi
di socializzare il sapere. Ad esempio la produzione e diffusione di
software libero. E’ questa la direzione giusta per uscire da una scienza
e da una società che generano disuguaglianze crescenti?

“Penso proprio di sì. Oggi con il declino della produzione industriale tradizionale
è necessario puntare sulla produzione di merci immateriali tenendo conto della
loro natura. Mentre una merce materiale se la consumo io non la può
consumare un altro, una merce immateriale come la conoscenza non si
consuma, può diventare inattuale, ma non si consuma. Anzi, quanta più gente
acquista conoscenza tanta più nuova conoscenza si produce. Ciò significa che è
inutile brevettare tutto per far sì che la conoscenza venga acquistata da pochi
ricchi tentando così di riprodurre il circuito di profitto delle merci materiali. La
merce immateriale si riproduce a costo zero. Una delle vie più interessanti è
proprio il software libero. La Microsoft agisce ancora disperatamente con la
logica del vecchio modo di produzione: fa di tutto per rendere scarsa la
conoscenza allo scopo di venderla. Il software libero agisce con una filosofia
contraria: più gente interagisce per la produzione del software meglio è per la
creazione di programmi ancora più avanzati. E’ un’idea che apre la produzione
alla partecipazione, alla costruzione di una società più egualitaria e più
soddisfatta”.

Il neo-liberismo consiste in fondo nella attualizzazione di vecchie
teorie premarxiste come l’autoregolazione del mercato, la filosofia
utilitaristica e un certo darwinismo sociale rinverdito dallo sviluppo
dell’ingegneria genetica. I critici del pensiero unico contestano questo
progetto neoconservatore e per quanto possibile mettono in moto
pratiche alternative come nel caso del free software o del commercio
equo e solidale. Come si caratterizza oggi il rapporto fra la
trasformazione dei valori e l’evoluzione sociale?

“Ciò che è comune a tutti i processi evolutivi, biologici o culturali che siano, è la
creazione delle diversità. La presenza continua di fattori che generano diversità
fa sì che mutamenti ambientali, ossia di contesto, trovino elementi che si
adattano e che dirigono in un senso piuttosto che in un altro l’evoluzione del
sistema nel suo complesso. Questo meccanismo di creazione della diversità e
di selezione delle variazioni più adatte alle mutate condizioni del contesto è
l’essenza di qualsiasi processo evolutivo. C’è anche la retroazione
dell’evoluzione del sistema sul contesto che a sua volta crea un metalivello di
controllo. Ma qui mi fermo sul piano del ragionamento astratto per tornare allo
scontro tra valori che caratterizza la nostra fase storica. Per rispondere alla tua
domanda, la sfida è tra la lotta per la diversità contro la tendenza a ridurre
tutto a compravendita. Per vincere questa sfida la via è quella di introdurre
elementi di contraddizione, di raggiungere tappe intermedie. L’esempio del free
software mi sembra particolarmente pertinente. Ma ci sono altri obiettivi:
l’accesso ai medicinali, combattere la riduzione delle varietà dei cereali,
impedire la distruzione della biodiversità. Si tratta di obiettivi specifici che
concentrano l’azione di gruppi non isolati. Per questo l’idea e la pratica del
movimento dei movimenti mi sembrano assai feconde. Ogni movimento ha
obiettivi concreti e diversi che puntano ad un indebolimento della macchina
globale di mercificazione. La forza del movimento sta nella diversità”.

La pluralità del movimento altermondialista va in direzione opposta
alla logica novecentesca del modello sociale da realizzare in un futuro
più o meno lontano. Tuttavia mi sembra sia necessario un punto di
convergenza tra le tante differenze. Quale potrebbe essere?

“L’ideale dell’eguaglianza rispetto alla crescita delle disuguaglianze a cui
assistiamo è un ideale positivo per una società migliore. Quello che contesto è
un modello di società che realizzi l’eguaglianza con strumenti prefigurati. Per
me la prefigurazione di un modello va contro la processualità dell’evoluzione
nel senso che suppone dei vincoli che poi non si possono realizzare perché non
tengono conto del cambiamento. Oggi è importante assecondare movimenti
che nascono dal basso, dal tessuto sociale. In particolare quelli che si pongono
obiettivi di trasformazione non sulla base di modelli di organizzazione ma di
orientamento. Assecondare la spinta alla realizzazione di un modello di
conoscenza libera e a disposizione di tutti è uno degli obiettivi per una società
migliore”.

Vorrei chiudere questa intervista parlando ancora del ruolo dal sapere
nella nostra società. E vorrei parlarne in termini assai materiali. Mi
riferisco alla figura dello scienziato-imprenditore. C’è un’alternativa a
questa ulteriore mercificazione della conoscenza?

“Lo scienziato a cui ti riferisci è mercante da un lato e un agente funzionario
delle multinazionali dall’altro. Perché è quello che crea la sua piccola azienda di
biotecnologie con un brevetto, poi arriva la multinazionale e lo compra. Detto
questo, una delle alternative alla mercificazione della conoscenza è il
potenziamento della ricerca pubblica e una differenziazione deontologica e
normativa che separi controllori da controllati. La ricerca pubblica deve essere
in grado di controllare nel medio-lungo termine gli effetti positivi e negativi di
quella privata, che è avanzatissima ma persegue la competizione
nell’immediato. Inoltre, gli scienziati della ricerca pubblica non dovrebbero
competere con il privato nel realizzare più brevetti. E’ un compito assurdo che
oggi ipotizzano anche eccellenti menti della sinistra quando rivendicano
maggiori investimenti nel pubblico. No. L’obiettivo della ricerca pubblica
dovrebbe essere quello di non mercificare la conoscenza e di distribuirla a tutti.
Un’altra possibilità è interna alla stessa economia di mercato e consiste nel
favorire orientamenti di tipo interdisciplinare. Ad esempio negli USA alcune
città industriali in declino sono state rivitalizzate grazie all’insediamento di
artisti, progettisti, scienziati e innovatori. Un mix di menti creative che produce
qualità urbana e comunità molto tolleranti”.

Patrizio Paolinelli, Alternative, n° 2 marzo/aprile 2005.

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