Il segreto della cubista

cubista1A Rimini ogni cosa è divisa in due: l’estate dal resto dell’anno, il lungomare dal resto della città, i turisti dal resto degli abitanti. Io sono cinque anni che resisto. E me la son cavata bene. Sono ancora tutta intera. Sarà perché il
giorno lo vedo poco. Lavoro di notte. Tra luci sfavillanti e penombra. Lavoro dentro la musica. Ma proprio dentro. C’è chi dice che la musica si sente con il corpo. Non è così. Invece sì è così. Ma per i discotecari. Non per me. Per me è esattamente l’inverso: è il corpo che si sente con la musica. Eccolo qua il segreto di una cubista. Io l’ho sempre saputo. Nessuno me lo ha insegnato. E se qualcuno me lo avesse rivelato si sarebbe rotto  l’incantesimo. E allora chissà che avrei fatto nella vita. Senza un nome d’arte dove sarei andata? Mi chiamo
Valentina.

Ballo sul cubo. Ballo bene. Tutti mi guardano. Tutti mi vogliono. Tutti mi invidiano. Sì, lo so ci vuole una gran dose di esibizionismo. Una volta è venuto un tipo dell’università del turismo, qui di Rimini. Mi ha intervistata in un bar di Piazza Fellini. Gliel’ho detto senza tanti giri di parole: sono un’esibizionista e me ne vanto. Lui, da dietro gli occhiali, non ha battuto ciglio. E’ rimasto lì, impassibile con il suo registratorino in mano. Freddino. Imperturbabilino. Un professorino. Ma cosa avrà capito? Mi aveva detto che m’avrebbe spedito l’intervista. Doveva uscire su una rivista della riviera adriatica proprio quell’estate. Poi s’è fatto di nebbia. Io lo sapevo fin dall’inizio che sarebbe sparito. Che non m’avrebbe spedito un bel nulla. Mica ci sono rimasta male. Come potrei? Ho 28 anni e da undici vivo in discoteca. Quante persone avrò conosciuto? Diecimila? Centomila? Tutti se ne sono andati da me. Io me ne sono andata da tutti. E’ la legge dello spettacolo. E io ci sono tagliata. Come nessuno.

Per fare la cubista non si va a scuola. A me piace ballare da sempre. Se mi vuoi ammazzare fammi stare ferma. A Bologna frequentavo una discoteca. Mi adocchiano dei pierre e mi propongono di fare la stagione in riviera. La scuola ha appena chiuso per le vacanze estive. Invento una balla colossale ai miei genitori ed eccomi sul cubo. Ero contenta come una bambina. Mi sentivo dentro una bolla di sapone trasportata nel vento. Vedevo tutto dall’alto. La gente che balla, tira su la testa, mi guarda, applaude. Mai stata fessa. Lo so che in discoteca si va per cuccare. Lo so che gli uomini vedono in te la bella gnocca da portarsi a letto. E mi c’è voluto poco per capire che le donne vedono nella cubista la bella gnocca a cui somigliare. A dire il vero ci ho messo un po’ a capire che stare sul cubo è un’esperienza erotica. Non potrebbe essere diversamente: hai tutti ai tuoi piedi. Il pubblico ti ama e ti senti una regina.

Poi c’è la vita. Con tutti i suoi imprevisti. Chi può dire se sono piacevoli o spiacevoli? Ciò che ti entusiasma oggi ti delude domani. E così alla seconda stagione in riviera m’innamoro di Jean-Claude. Coreografo francese, occhi azzurri, fisico che ti lascio immaginare. Spezzo il cuore ai miei: mollo ragioneria a un passo dal diploma e in autunno eccomi a Parigi. Lì inizio a prendere lezioni di danza e incasso un brutto colpo: sono una dilettante. Mi muovo bene. Sono sensuale. Ma ballare è un’altra cosa. Per un po’ vado in crisi. E il pubblico che mi ha applaudito per due anni di fila a cosa applaudiva? E tutti gli uomini che mi aspettavano fuori dalla discoteca fino alle tre del mattino? E le decine di mazzi di rose rosse? Solo perché sono bella? Sì, proprio così. Fattene una ragione, mi dico. Fattene una ragione Valentina e non ti fermare. Nessuno può capire come nell’effimero mondo delle discoteche noi donne siamo pratiche, concrete, decise. La bolla di sapone in cui volavo di notte in notte era esplosa da un pezzo. Me ne sono accorta all’improvviso una mattina in Rue Pascal davanti allo sguardo sconsolato della mia istruttrice di danza. Fuori pioveva. Anche dentro di me. Ma non mi sono arresa. E ho imparato la seconda legge del mondo dello spettacolo: piangere senza lacrime.
Ciò che ti entusiasma oggi ti delude domani. Due anni di vita in comune e con Jean-Claude è finita. Ma tra l’alba e il tramonto quante ne abbiamo tentate. Lui mette in piedi una compagnia. Ingaggi pochissimi, fatica per trovarli tantissima. Io intanto arrotondo: faccio la modella per istituti d’arte e pittori. La compagnia si scioglie e con Jean-Claude ci ritroviamo tutti e due sul cubo di una discoteca parigina. Per fortuna molto in. Ma il nostro sogno è un altro.

Passa un anno. Jean-Claude rimette in piedi una compagnia di danza. Ottiene un contratto per una stagione estiva in Catalogna. Partiamo. Durante la tournée la nostra storia finisce. La Spagna mi strega e resto a Barcellona. Mi aggrego a dei gruppi che fanno flamenco e penso che non andrò mai più via da quella città. E’ proprio quando hai delle certezze che rischi di perderti. In Spagna la situazione lavorativa è drammatica. Il lavoro è poco e mal pagato. Torno a ballare sul cubo in diversi locali. Ma non ce la faccio a tirare avanti e finisco a fare la spogliarellista in un night per turisti. Tento di dare un minimo di dignità al mio numero studiando una coreografia. Ma a quelli che gliene frega? Vogliono vederti nuda punto e basta. Persino i poliziotti ti stanno dietro per scoparti. Reggo qualche mese poi torno a Bologna.

Ne potrei scrivere di romanzi io. Quante storie ho da raccontare. Potrei dire delle slave che hanno invaso la riviera adriatica. Ragazze senza arte né parte. Giovani, disperate, spregiudicate. E’ un po’ che a Rimini le cose sono cambiate. Quanto sono stata via? Tre anni? I proprietari delle discoteche sono rimasti i salumai che erano. Le notti sono sempre lunghe e piene di luci. La musica spacca i timpani alla stessa maniera. La gente fa la ressa dentro e fuori le piste da ballo. A guardarla così la riviera è la stessa. Ma le strade traboccano di prostitute. Lo sballo è fuori controllo. Un mio amico pierre muore in un incidente d’auto. Era fatto di tutto, di più. Sento di un altro che s’è buttato dal quinto piano. Ma per i riminesi tutto continua come prima. Siamo così distanti noi lavoratori della notte da loro, lavoratori del giorno. Cosa ci separa se non una manciata di ore? E allora che cos’è questo abisso che precipita tra il buio e la luce? Nessuno vuole saperlo. Né il sindaco e neppure io. Ho ventitré anni. Faccio fatica a rientrare nel giro delle discoteche. Le slave sono toste. Anch’io sono tosta. Per forza: dove potrei andare? Resto a Rimini. Vivo in coabitazione
con gente che non vedo: dj, camerieri, animatrici, musicisti. I soldi sono un problema serio. Come sempre. Comprendo la terza legge dello spettacolo: soldi o non soldi è sempre una questione di stato d’animo. Vado avanti col sorriso sulle labbra. E che labbra sono le mie. Non c’è uomo che per strada non mi guardi. Insegno aerobica in tre palestre, tengo corsi serali di salsa e merengue, a Bologna faccio la modella per servizi pubblicitari di biancheria intima. Vado e vengo con la mia vecchia Ford Fiesta rosso fuoco. Rimini-Bologna, Bologna-Rimini. Durante il viaggio tengo al musica a palla e rido da sola. Rido forte, di cuore e penso a Bingo, il gatto bianco e nero che ho raccolto per strada e che dorme con me.

Colpo di genio: metto in piedi una compagnia di danze caraibiche. Ci esibiamo alle manifestazioni estive della riviera adriatica: Milano Marittima, Cervia, Cesenatico, Riccione, Gabicce, Fano… Io non ho mai pensato che sarei diventata una piccola, piccola, piccola impresaria. E’ estenuante. Contatta i funzionari degli enti di promozione turistica e convincili, inventa le coreografie e realizzale, gestisci i rapporti con i direttori artistici e difendi i soldi che ti vogliono fregare. Ma soprattutto: organizza i tempi di ballerini e musicisti che ovviamente non lavorano solo per me visto che posso garantire solo una serie di serate. Anche parecchie. Ma d’estate non si deve perdere una sola occasione. Quando i turisti se ne vanno iniziano le vacche magre. E allora luglio e agosto vanno spremuti. Spremuti a più non posso. Tutti noi non pensiamo altro che al lavoro. Non ti puoi permettere di perdere un solo minuto. E sarebbe tutto così bello se non ci fosse di mezzo l’umanità. C’è chi pensa che una compagnia sia qualcosa di unito. Non è così. Il pubblico non sa ed è meglio che non sappia. Non sa che ha davanti un gruppo di rivali. Non sa che i rivali si fanno la guerra l’un l’altro. Non sa che la guerra è senza esclusione di colpi. Tutto un parlar dietro le spalle. Tutto un sordo pettegolezzo. Tutto un arrampicarsi uno sull’altro. Tutto un barare. Tutto un litigare. Tutta una questione di soldi. Ma mica tanti soldi. In due anni che ho avuto la compagnia tiravo avanti. Gli altri pure. E allora perché? Non c’è un perché cara Valentina. E’ la quarta legge del mondo dello spettacolo: tutti contro tutti.

Crisi. Se c’è una parola che ha accompagnato la mia esistenza ancor più del nome che porto è la parola crisi. Ci sono nata e cresciuta con ‘sta compagna. Di che colore è la crisi? Me lo chiedevo l’altro giorno in macchina. Sarà nera come dicono? O avrà le guance rosse? Sarà una vecchia strega o una bella principessa? Sarà una favola di cui tutti parlano e poi non è vero niente? Una di quelle fantasie che si narravano una volta ai bambini e che però gli restavano dentro per tutta la vita. E se la crisi non fosse matrigna? Mollo la compagnia. Non la reggo più. Via, via Valentina si parte per un’altra tournée. Stavolta da sola. Come sempre. D’altra parte sei sempre stata sola. Telefono e ritelefono. Non c’è un proprietario di discoteca che non mi gracchi nell’orecchio la crisi del turismo. In Grecia i prezzi sono più bassi. Non parliamo della Tunisia. I tedeschi… i tedeschi… perduti per sempre. Ci fanno persino i convegni sopra sulla fuga teutonica. Per fortuna arrivano i russi. Arrivano a migliaia. Ecco,
ecco ci riprendiamo. No, no siamo di nuovo in flessione. E poi miracolo! E’ atterrato un charter dalla Svezia. Una settimana dopo un altro. Tre giorni dopo un altro ancora. Incredibile: gli svedesi, gli svedesi… Come ai primi tempi della riviera. E’ un ritorno alle origini. Mi chiamano per ballare all’inaugurazione di una nuova discoteca. Mi vestono da guerriera vichinga e salgo sul cubo.Vogliono che mostri le tette. Ok. Mi assumono. La crisi è passata. Smetto di fumare e quando ho tempo frequento un’associazione buddista.

Tre e mezzo di notte. Inizia il dopodiscoteca. Il solito cliente-spasimante è in attesa. Insieme ad altri brambilla come lui si aggrega alla comitiva di ballerini. Andiamo a cena da qualche parte. Non si sa bene dove. Decide sempre un furbone senegalese che fa il pierre, che fa la corte a tutte le ballerine, che fa il simpaticone e con qualche telefonata può spostare centinaia di giovani da una discoteca all’altra. Nessuno ha sonno. Chi vuole si fa qualche pista di coca. Io non ho bisogno di quella roba. La stanchezza non la sento. Fosse per me la notte non terminerebbe mai. A cena si ride come matti. Nessuno ha legami con nessuno. Ognuno per sé. Siamo così rilassati, così cazzari, così spensierati. Il divertimento maggiore è con tutti quelli che ci girano attorno per rimorchiarci. E’ un giocare al gatto col topo. E’ il potere della seduzione. Il conto lo paga sempre qualcun’altro. Il giorno dopo quando ti svegli ci metti un po’ a realizzare dove sei: a casa tua? a casa altrui? Prima di riprenderti per bene sono le cinque del pomeriggio. Alle dieci devi essere in discoteca, pronta, ben truccata e in splendida forma. Tempo per te ne resta poco. Anche l’estate dura
poco. E così pure la carriera della cubista. Non guadagni malaccio ma sei una stagionale. D’inverno ti chiamano poche volte, dipende dall’agenzia, dai tuoi contatti personali, da quanto sei richiesta dal pubblico, da quanto sei disposta a spostarti in altre regioni, da come va il giro di discoteche che ti sei fatto. Io lo odio l’inverno. Rimini agonizza. E’ come se le mancasse il respiro. Tutto è chiuso. Spettri si aggirano per chilometri di strade senza vita. La città del divertimento getta la maschera e mostra il paesello. Ma io le voglio bene lo stesso.

28 anni nel mio mestiere sono tanti. Per fortuna so ballare davvero. E poi faccio palestra. Sto attenta alla dieta. Non bevo più alcolici. Anche questo è lavoro. Come cercare lavoro. Come mantenere buoni contatti con le agenzie, i proprietari delle discoteche, i dj. Il cubo non l’ho lasciato. Ma ho imparato un altro mestiere. Così riempio il vuoto invernale e i buchi estivi. Da un paio d’anni mi propongo anche come animatrice. Contatto le discoteche che fanno musica latino-americana e organizzo serate. Non mi sono improvvisata. Ho osservato attentamente. Ho frequentato un corso a Bologna e uno a Milano. Ho tirato fuori soldi di tasca mia. Ed è questa la quinta legge del mondo dello spettacolo: per farti pagare devi spendere. L’animatrice deve saper parlare al microfono, essere capace di scaldare la sala, trascinare la gente in pista, usare una voce sensuale. Non basta essere bella. Devi essere bellissima. Come me.

Testimonianza raccolta da Patrizio Paolinelli.  
Estratta: Tu come stai? Racconti di precari, Manni, Lecce, 2005. Introduzione di Nichi Vendola (pagg. 115, 11 euro).

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