La favola dei troppi comunicatori e dei pochi ingegneri

1245La mattina presto mi capita di ascoltare le rassegne radiofoniche dei giornali appena usciti. Mi sintonizzo soprattutto su <Prima pagina>, trasmissione quotidiana che va in onda su Rai3. Recentemente un paio di giornalisti hanno mosso un’esortazione di questo tipo: <L’università italiana sforna una massa di laurearti in scienze della comunicazione che non troverà mai lavoro mentre abbiamo bisogno di più ingegneri per rispondere alle sfide della globalizzazione>. La stessa affermazione ho potuto ascoltarla anche in Tv.

Come noto non è l’opinione pubblica che fa l’informazione. Viceversa è
l’informazione che fa l’opinione pubblica a causa del potere asimmetrico tra chi
scrive e chi legge, tra chi sta al di qua e chi sta al di là dello schermo. Perciò
ammonimenti sull’eccesso di laureati in scienze della comunicazione meritano
attenzione perché indicano un preciso tracciato ideologico degli opinion maker
sia per quel che dicono sia per quello che non dicono.

L’apparente buon senso sul bisogno di un maggior numero ingegneri e di un
minor numero di laureati in scienze umane in modo da essere più competitivi
sul mercato mondiale nasconde una discreta dose di autoritarismo. Intanto,
perché niente prova la validità dell’affermazione. Per dimostrarla seriamente
occorrerebbe una serie di complicati studi socio-economici. In secondo luogo, è
strano che comunicatori per eccellenza quali sono i giornalisti affermino che i
laureati del Dams costituiscono un problema per l’economia nazionale. Sorge
un sospetto: non sarà che giornalisti garantiti stiano in realtà difendendo il
proprio posto di lavoro e quello dei soliti predestinati? Meglio un attacco
preventivo contro potenziali nuovi sbarchi.

C’è un terzo elemento, che scardina il buon senso dell’opinionista
ultramoderato. Meno laureati in discipline della comunicazione e più ingegneri
dà come risultato una società in cui il pensiero unico ha maggiori possibilità di
affermazione. Se l’ipotesi è plausibile allora l’equazione trova una spiegazione:
l’informazione ufficiale teme l’irruzione di saperi non controllabili. La messa
sotto tutela avviene per mezzo di tre procedure: creare paure collettive (la
disoccupazione intellettuale), impedire un reale pluralismo delle idee
(abbassare il numero dei comunicatori), creare conflitti ad arte (tra umanisti e
ingegneri).

Il liberismo è una pratica discorsiva che non ammette concorrenti. La sua
attuale versione neocon è molto pragmatica: chi non è inglobato è fuori dalla
globalizzazione. Ma questo non si può dire apertis verbis. Altrimenti resta poco
del coro mediatico sulla società dell’informazione. Per ritrovare l’armonia
perduta interviene con tutta la sua autorevolezza il buon senso del giornalismo
ultramoderato. Lo stesso buon senso che ha giustificato le guerre preventive,
dimenticato la balla sulle armi di distruzione di massa irakene e che oggi tuona
contro il programma nucleare iraniano fingendo di non vedere gli arsenali
atomici delle rinate potenze coloniali.

Purtroppo nell’universo dei mass-media il passaggio dall’autorevolezza
all’autoritarismo è breve. Si pensi alla retorica della crescita del PIL. Mai
sentito nelle fasce di massimo ascolto un opinionista affermare che il nostro
modello di sviluppo economico è semplicemente folle e che gli interessi delle
multinazionali non coincidono con quelli della società in generale. Il
mediattivismo nato con il movimento altermodialista ha contrastato queste
logiche captando l’attenzione di importanti segmenti della popolazione. Ha
diffuso un modo di pensare antiliberista grazie al quale ingegneri e
comunicatori hanno molto da dirsi per costruire un mondo migliore. Ecco allora
che le major dell’informazione vanno alla controffensiva. Assai slealmente a
dire la verità. Perché finché saperi antisistema circolano in aree socialmente
minoritarie (artistiche, studentesche, giovanili) la macchina mediatica lascia
fare, anzi può trarne persino vantaggi in termini di finte proteste e finte libertà
da vendere sul mercato della cultura di massa. Ma quando conoscenze critiche
si diffondono nel corpo sociale rischiando di diventare senso comune è
necessario estirpare le radici delle nuove idee. Nasce così la favola dei troppi
comunicatori e dei pochi ingegneri.

Patrizio Paolinelli, Liberazione, 27 Luglio 2005.

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