L’acqua. Da bene commerciale a cosa pubblica

1

Riccardo Petrella

Intervista a Riccardo Petrella

Nel 2001 Riccardo Petrella dava alle stampe il “Manifesto dell’acqua”, pubblicato dalle Edizioni Gruppo Abele. Un anno prima era nata l’Associazione italiana per
il Contratto Mondiale dell’acqua, mentre l’idea originaria è stata presentata ufficialmente dallo stesso Petrella nel 1998 a Lisbona, in occasione dell’Expo. Il principio-guida che ispira il Manifesto è considerare l’acqua come un bene vitale appartenente all’umanità. Le finalità più importanti segnalate nel documento sono due: 1) l’accesso all’acqua è un diritto inalienabile di ogni individuo e di ogni comunità; 2) la gestione dell’acqua deve essere solidale, sostenibile e integrata. La sintonia tra queste proposte e le istanze che da oltre dieci anni animano il movimento dei movimenti è pressoché completa. D’altra parte, per il suo impegno sociale si può affermare che Petrella appartiene al movimento. Docente di Economia Politica all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio) ha pubblicato numerosi lavori che teorizzano soluzioni alternative alla globalizzazione capitalistica. Tra i tanti ricordiamo: “Il bene comune. Elogio della solidarietà“, Diabasis (Reggio Emilia, 1997); “Il diritto di sognare. Le scelte economiche e politiche per una società giusta“, Sperling & Kupfer (Milano, 2005).

Oltre all’attività di ricerca Petrella ha messo in moto numerose iniziative
didattiche finalizzate a contrastare l’ideologia capitalistica e la pretesa del
pensiero unico di mercificare ogni cosa. A questo scopo nel 2003 ha fondato
l’Università del Bene Comune. Una struttura organizzata in quattro Facoltà:
Facoltà dell’Acqua, della Mondialità, dell’Alterità, dell’Immaginazione. Ma non è
solo l’insegnamento a caratterizzare oggi l’attività di Petrella. Nel luglio del
2005 è stato nominato Presidente dell’acquedotto pugliese. Si tratta di una
novità politica importante: un esponente del movimento è chiamato a gestire
la rete idrica più estesa d’Europa (20mila km). Lo ha voluto Nichi Vendola
appena eletto Presidente della Regione Puglia in ottemperanza ad un suo
preciso impegno in campagna elettorale: riportate l’acquedotto nell’alveo di un
servizio pubblico dopo la privatizzazione imposta nel 1999 dal Governo
D’Alema. L’impegno è stato rispettato. Ora tocca a Petrella dare gambe alla
decisione politica.

Il suo libro, il “Manifesto dell’acqua”, reca come sottotitolo: “Il diritto alla
vita per tutti”. Cosa minaccia questo diritto?

“Una serie di idee forti la cui matrice ideologica è chiaramente capitalistica. La
prima idea si struttura intorno al concetto che l’acqua sia un bene economico e
non un bene sociale. A sentire i dirigenti dei paesi sviluppati tramite questa
correzione si eliminano una serie di sprechi prodotti dal fatto che il prezzo
dell’acqua è mantenuto artificialmente basso. La seconda idea riposa sul
concetto di scarsità. Concetto tipico dell’economia capitalistica. Il ragionamento
è questo: complessivamente nel mondo la disponibilità d’acqua tende a
diminuire, la penuria porterà a conflitti e per evitare guerre è necessario
aumentare il prezzo dell’acqua affinché sia così correttamente riflesso lo stato
di scarsità. Insomma, la garanzia da future guerre per l’oro blu è il mercato. In
realtà queste idee sono solo apparentemente chiare. I fatti denunciano un’altra
situazione. I fattori principali degli sprechi e della cosiddetta crisi dell’acqua,
sono: l’eccessivo sfruttamento agricolo, l’abnorme inquinamento industriale,
l’assenza di una politica mondiale dell’acqua che contempli una gestione a
lungo termine, integrata e globale. In definitiva, quelle che appaiono come idee
ragionevoli e pragmatiche sono scelte ideologiche che privilegiano la
dimensione economica a scapito di ogni altro valore. Nel modo di pensare delle
classi dirigenti si sottende sempre che il mercato sia un meccanismo superiore
a qualsiasi altro mezzo di regolazione quale ad esempio la politica, la
cooperazione, la solidarietà. Il risultato è che oggi, in un mondo dominato
dall’ideologia mercantile, circa un miliardo e mezzo di persone non hanno
accesso all’acqua potabile e che diecimila individui al giorno muoiono di sete o
a causa della cattiva qualità dell’acqua. Le previsioni per il futuro sono poi
ancor più drammatiche. Se persistono le tendenze attuali tra una ventina
d’anni la Terra ospiterà otto miliardi di abitanti di cui tre – e per alcuni
addirittura quattro miliardi – non avranno accesso all’acqua. Mentre i restanti
avranno seri problemi di distribuzione e qualità. Ecco cosa lede e minaccia il
diritto alla vita”.

In diverse occasioni lei ha affermato che per evitare la petrolizzazione
dell’acqua è necessario riconoscerla come res publica. Di più: come res
pubblica mondiale. Come si raggiunge questo obiettivo?

“Attraverso vari cambiamenti. Il primo consiste nel non mercificare la risorsa
idrica svincolandola dalle logiche della privatizzazione. Il secondo nel destatalizzarla
svincolandola dalla logiche dello stato-potenza. E fin qui abbiamo
detto cosa non si dovrebbe fare. Passando alla parte costruttiva, quel che
andrebbe fatto e che in diverse parti del mondo si fa è trasferire i diritti di
proprietà e i poteri di gestione alle comunità locali. E’ dimostrato che un
sistema di regolazione affidato a forme di democrazia diretta è più affidabile e
più stabile rispetto al mercato e allo Stato perché l’acqua è trattata come un
bene comune molto meglio di quanto facciano tante storiche istituzioni che
hanno accompagnato la modernità e l’industrializzazione. Ci sono numerosi
esempi di questo tipo in Africa e Asia. L’altro cambiamento in positivo concerne
il superamento della ragione tecnica. Il concetto che cose, esseri umani e
natura debbono far parte di un processo gestionale in cui tutto è ridotto a
risorsa economica, la cui esistenza è riconosciuta solo nella misura in cui
apporta un contributo pertinente alla creazione del plusvalore, significa rubare
agli esseri umani il loro immaginario. Significa privarli della capacità di pensare
una qualsiasi alternativa alla logica mercantile. E’ evidente che il superamento
della ragione tecnica non può avvenire che tramite lotte sociali. Solo così potrà
avviarsi un cambiamento in grado di creare le condizioni affinché l’accesso alla
vita sia garantito a tutti perché responsabilità di tutti. Si può dire, tra
virgolette, che si tratta di una rivoluzione. Una “rivoluzione” che passa per il
controllo delle regole che guidano la proprietà e la conservazione dell’acqua,
che insieme all’aria è la fonte di vita sulla Terra. Il Manifesto dell’acqua è infatti
la proposta in forma simbolica di una “rivoluzione” per il XXI secolo. E il
prerequisito di questo Manifesto e di questa “rivoluzione” è che l’acqua è un
bene comune appartenente all’umanità e a tutte le specie viventi”.

“L’urgenza di una politica mondiale per l’acqua a cui lei fa riferimento è
dovuta a tre questioni: il mancato accesso all’acqua potabile per un
miliardo e mezzo di persone; la distruzione della risorsa idrica a causa
tra l’altro dello spreco e dell’inquinamento provocati dall’agricoltura
intensiva; l’assenza di regole universalmente riconosciute che non
siano quelle della mercificazione. Il manifesto si propone proprio di
fornire nuove regole attraverso un Contratto mondiale per l’acqua”.

Quali sono le sue finalità principali?

“Costruire i presupposti destinati a mettere la risorsa acqua al servizio di un
futuro solidale. Vede, quando i dominanti affermano che bisogna privatizzare
l’acqua per risolvere il problema della sua penuria sottintendono che la crisi
sarà perenne e crescente. Non è così. Niente dimostra che la penuria di oggi
sia un fatto irreversibile. L’introduzione dei meccanismi del mercato in tema di
gestione dell’acqua poggia su postulati del tutto ideologici. Lo dimostra il fatto
che mercificare l’acqua, petrolizzarla così come si dice, non ha l’obiettivo di
rendere l’acqua accessibile a tutti. Ma, viceversa, di gestire la penuria in modo
da lucrarci sopra a vantaggio ovviamente di pochi e mettendo gli utenti in
competizione fra loro per usi concorrenti o alternativi. Il Contratto mondiale
per l’acqua si propone di far uscire dai dogmi neoliberisti un bene universale
che appartiene a tutti perché senza di esso si spegne la vita. Qui non si tratta
di diverse opzioni ideologiche ma di riconoscere il semplice fatto che l’acqua
non si può sostituire con nessuna altra risorsa così come ad esempio avviene
con le fonti energetiche: tutti hanno bisogno d’acqua, non si può scegliere di
non consumarla a favore di un altro prodotto naturale. Anche sul piano della
teoria economica liberale quando un bene si rivela insostituibile e senza
alternative con beni concorrenti si sottrae alla logica del mercato. In definitiva,
l’acqua è un bene comune alla base della vita umana. Ecco perché c’è
necessità di nuove regole che non siano finalizzate all’appropriazione privata
dell’acqua. Il Contratto non è un atto giuridico valido una volta per tutte. E’ un
movimento, un processo che va sistematicamente verificato. Il Contratto non è
una ricetta. E’ uno strumento che punta ad affermare una politica di solidarietà
fra gli abitanti del pianeta. Nello specifico è uno strumento destinato a favorire
processi di democrazia diretta delle comunità locali nel diritto di accesso a
questo bene vitale. Obiettivo del Contratto è che l’acqua sia intesa come bene
patrimoniale comune mondiale. Spiego la formula. La parola patrimonio è qui
usata in funzione della sua radice sanscrita che significa proteggere. L’acqua è
un bene patrimoniale perché è un bene da proteggere. Il titolare di questo
patrimonio è l’umanità intera. Da qui la sua caratteristica di essere bene
comune e bene mondiale. Questi fattori fanno dell’acqua un bene planetario da
gestire in maniera solidale e sostenibile. Sul piano dei rapporti materiali i diritti
e i doveri connessi all’acqua sono collettivi e si esercitano in ogni comunità
locale su “mandato fiduciario” dei diritti/doveri della comunità umana”.

Lei oggi ha la possibilità di mettere in pratica quanto ha teorizzato nel
corso di questi ultimi anni in materia di gestione democratica
dell’acqua. Come presidente dell’acquedotto pugliese quali sono stati i
suoi primi atti?

“Prima di risponderle è bene precisare alcuni passaggi che hanno condotto alla
mia nomina altrimenti non è chiaro il quadro della situazione. Intanto è bene
definire la mia posizione. Io sono presidente di una SpA. Ossia di un soggetto
giuridico che, per quanto ancora interamente a capitale pubblico, ha
trasformato l’acquedotto da attività pubblica a impresa privata. In altre parole
l’ha trasformato in un servizio destinato non più ad un’utenza ma ad una
clientela. Non solo: la Spa aveva diviso l’attività aziendale creando tre società
partecipate il cui scopo era vendere servizi, competenze e quant’altro. Ora, va
aggiunto che l’acquedotto pugliese è la più grande azienda pubblica della
Puglia. Dunque si trattava di un processo di privatizzazione nient’affatto
secondario. A suo tempo Pietro Folena, Francesco Martone e Nichi Vendola
avevano creato l’associazione italiana degli eletti per il Contratto mondiale
dell’acqua in appoggio al Comitato italiano. Coerentemente, quando Vendola è
diventato presidente della Regione Puglia mi ha domandato di assumere la
presidenza dell’acquedotto con il preciso incarico di realizzare un’agenzia
pubblica della cultura dell’acqua come bene comune. E così la prima cosa che
abbiamo fatto è stato reincorporare nella società madre due delle tre filiali
partecipate dell’acquedotto che erano state scorporate in virtù del processo di
privatizzazione. Mi riferisco alla società di programmazione e a quella dei
servizi. In questa maniera abbiamo ricostituito un unico soggetto eliminando le
propaggini tipiche di un’impresa capitalistica. E questo è stato il primo passo. Il
secondo consiste nell’aver iniziato ad affrontare il problema delle perdite. Noi
produciamo 580 milioni di metri cubi d’acqua all’anno e ne fatturiamo solo 260.
Ciò significa che 320 milioni di metri cubi prodotti vanno perduti. Si tratta sia
di perdite amministrative, ovverosia Comuni e singoli che non pagano e che
corrispondono ad un terzo delle perdite complessive, sia di perdite tecniche
dovute a cattiva manutenzione e che corrispondono ai restanti due terzi delle
perdite. In termini percentuali l’acquedotto pugliese ha il 53,2% di perdite. E’
un enorme spreco di risorse, non solo per la Puglia ma anche per la Campania
in quanto l’acqua dell’acquedotto pugliese viene soprattutto da quella regione.
Il lavoro che stiamo facendo è quello di attivare tutti i meccanismi finalizzati
alla riduzione delle perdite. La strada che abbiamo intrapreso non è breve ma
abbiamo iniziato a percorrerla. Terzo passo concreto della nuova gestione
riguarda il tema della partecipazione. Divido in due fasi questo passaggio. La
prima fase consiste nell’istituzione della Carta dei servizi. Un documento con
cui l’acquedotto indica gli impegni che assume in termini di definizione e
controllo delle attività aggregando associazioni di consumatori, cittadini,
cittadinanza attiva e tutte le esperienze significative della società civile. La
seconda fase va ancora lanciata ed è più complicata perché per molti il
cambiamento, la rivoluzione tra virgolette di cui parlavamo prima, non è
possibile in quanto in Puglia tutti sono corrotti, è necessario prima educare e
dopo fare, la società civile è debole e altre considerazioni di questo tipo. Bene,
la seconda fase che ho in mente consiste nel creare delle strutture attraverso
le quali i movimenti presenti nella società civile regionale possano essere
associati e costituire una consulta dei cittadini”.

Se il centro-sinistra dovesse vincere le prossime elezioni politiche e
andare al governo cosa dovrebbe fare in materia gestione dell’acqua?

“Dovrebbe rifare il quadro legislativo nazionale con una nuova Legge ispirata
da una serie di principi. Primo, l’accesso all’acqua è un diritto umano per tutti.
Pensi che ancora oggi il 15% della popolazione italiana non ha regolare accesso
all’acqua. Secondo, l’acqua deve essere governata e promossa come un bene
comune pubblico mondiale. Terzo, i costi associati al diritto all’acqua e al suo
governo come bene comune devono essere presi in carico dalla collettività
attraverso la fiscalità e altri meccanismi finanziari. In sostanza, il centrosinistra
dovrebbe far propria l’idea che l’accesso all’acqua è un diritto. Dico di
più, è un diritto alla vita. Pertanto le attività finalizzate a mantenere l’acqua
come bene comune devono essere finanziate da strutture pubbliche. Quarto,
mettere al centro del governo dell’acqua la partecipazione dei cittadini
attraverso iniziative locali e forme di democrazia partecipativa. A partire da
questi quattro principi è necessario prevedere una serie di misure di tipo
tecnico che mettano a sistema la gestione delle acque reflue così come la
differenziazione delle acque per usi domestici e per l’agricoltura. Oggi queste
attività sono governate in maniera diversa da enti diversi. Si tratta allora di
realizzare un quadro coerente per una politica idrica”.

Patrizio Paolinelli, Alternative, n° 1, Febbraio/Marzo 2006.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...