La FIOM scommette sulla democrazia per costruire una nuova identità operaia

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Gianni Rinaldini

Molti sostengono che la classe operaia è la grande sconfitta del ‘900. Di più: diversi sociologi di grido sostengono che nella nostra società non ha senso parlare di classi, figuriamoci della classe operaia. Ma come si sa la fame vien mangiando e altri sociologi á la page sostengono che la stessa idea di società è un’invenzione. Al massimo esistono degli aggregati e insomma ciò che conta sopra tutto e sopra tutti è l’individuo. E neanche l’individuo che lavora. Ma quello che fa shopping, passa il tempo a provare inedite sensazioni, viaggia on-line e off-line. Così il cerchio si chiude. Un cerchio magico ovviamente. Perché non capita di sentire nessuno di questi sociologi dichiarare apertis verbis che il modello di società teorizzato anche per noi europei è quello statunitense nella variante del capitalismo finanziario.

Ritornano prepotentemente in mente i classici. In particolare uno. Il quale sosteneva che le idee dominanti sono quelle dei dominatori. Ma tralasciando dispute altisonanti e servilismi intellettuali la cruda realtà ci dice che il lavoro manuale esiste ancora e che la fabbrica è il luogo di produzione della ricchezza. La cruda realtà ci dice pure che esistono sindacati operai con una lunga tradizione di lotte alle spalle. Certo, la classe operaia è stata ridimensionata numericamente e sconfitta politicamente. Ma non è estinta né ha cessato di avere una funzione sociale. In Italia i metalmeccanici sono 1.600mila nell’industria e 400mila nell’artigianato corrispondenti al 20% dell’occupazione nazionale. E così per cercare di capire come intende misurarsi con l’ideologia post-moderna che permea il nuovo millennio abbiamo parlato con Gianni Rinaldini, Segretario generale della Federazione Impiegati Operai Metalmeccanici (FIOM), l’organizzazione del movimento operaio italiano nata nel 1901 e che con i suoi attuali 365mila iscritti rappresenta il più grande sindacato del settore industriale nel nostro Paese.

Il lavoro è il grande assente dai mezzi di comunicazione di massa. A parte l’oscuramento delle manifestazioni dei lavoratori e in particolare delle tute blu, sembra proprio che la cultura del lavoro non abbia diritto di cittadinanza nel sistema mediatico mentre la cosiddetta cultura di impresa costituisce una vera e propria ideologia dispensata quotidianamente da stampa, televisione e pubblicità. Come valuta questa situazione?

“Il problema da chiarire è il processo sociale da cui derivano sia gli aspetti culturali che mediatici. In sostanza, negli ultimi decenni si è affermata l’idea che la condizione del lavoro è funzionale ad un’unica esigenza e all’esistenza di un unico interesse: quello dell’impresa e del mercato. Da questo processo scaturisce l’invisibilità mediatica dei lavoratori, i quali non sono considerati dai mezzi di comunicazione un soggetto autonomo la cui rappresentanza sociale e politica esprime un altro punto di vista, un punto di vista differente dalla logica della merce. Il nodo del problema deriva dal fatto che le misure legislative ed economiche di numerosi paesi europei hanno rotto il compromesso sociale del ‘900 riducendo il lavoro ad un fatto puramente marginale. Tale rottura si riflette sul senso comune costruito dai mass-media e in virtù del quale l’arricchimento personale costituisce il valore sociale maggiormente diffuso a prescindere dal lavoro svolto. Per dirla brutalmente: un lavoratore che percepisce mille euro al mese e paga le tasse è considerato un povero fesso mentre chi riesce a fare comunque i soldi, magari operando attraverso la rendita finanziaria, è considerato un vincente”.

Tuttavia il turbocapitalismo e il sistema di valori che ne consegue sono in difficoltà. Il made in Italy è in stato di sofferenza, la parte più illuminata della borghesia italiana si è resa conto che l’arricchimento facile in Borsa e il contemporaneo smantellamento delle industrie depauperano il sistema-Paese. Insomma in una certa misura la relazione virtuosa tra lavoro e ricchezza sta tornando sulla scena economica.

“Sì, è vero. Anche grazie alle lotte degli ultimi mesi l’impianto liberista è in qualche modo entrato in crisi perché si è determinata una situazione sociale assolutamente insostenibile. Non a caso ci sono momenti in cui alcune lotte irrompono sulla scena mediatica. Penso alla vicenda di Melfi seguita sul luogo da tutte le televisioni. Tuttavia la situazione non è definita, non c’è stata un’inversione di rotta rispetto ai valori dominanti. Per certi aspetti anche il caso di Melfi rientra nel teatro mediatico. Ossia, la normalità è data dalla rappresentazione del mondo fondata sull’arricchimento personale. Poi ci sono momenti eccezionali come gli scioperi di Melfi in cui l’atteggiamento dei mass-media è caritatevole, del tipo: “Ma guarda come stanno male questi operai”. I mezzi di comunicazione non si interrogano sul fatto che all’interno di quella iniziativa di lotta, così come in altre, è svelata una condizione generale di disagio sociale. In definitiva la visibilità della classe operaia è un problema che va senz’altro affrontato sul piano del rapporto con i mezzi di comunicazione, ma questo piano è inseparabile dal fatto che il lavoro deve tornare ad essere il punto di riferimento delle scelte politiche, economiche e industriali del nostro Paese”.

In passato il rapporto tra cultura operaia e cultura popolare si materializzava nelle città-operaie, nei quartieri-operai. Un legame che per mille motivi si è andato mano a mano affievolendo. Nella dimensione post-fordista è pensabile un nuovo rapporto tra produttori e popolo, tra produttori e città?

“Il tempo e lo spazio del lavoro hanno subito trasformazioni radicali. Soffermandoci solo sulla questione dello spazio se pensiamo a Mirafiori siamo passati da un luogo dove convergevano 60mila operai a un luogo che oggi vede la presenza di 14mila lavoratori. Un numero ancora consistente ma di gran lunga inferiore rispetto a quello del passato. Si tratta evidentemente di una dinamica quantitativa che ha modificato il rapporto qualitativo tra operai e città. Ma direi che il ragionamento va fatto in relazione alle periferie in cui il disagio sociale e le sue espressioni sono dispersi, frammentati. E’ inutile sottacerlo: a differenza del passato la politica non è più capace di dialogare con il malessere delle periferie urbane. La recente rivolta delle banlieues mi pare estremamente indicativa. Ma per restare a casa nostra va detto che il movimento operaio permetteva l’entrata dei soggetti sociali più deboli all’interno del gioco democratico. Faccio un esempio: anni fa nel centro storico di Bari, una delle zone più disperate e complicate della città, il PCI aveva la maggioranza assoluta. E questa forza in qualche modo creava una stabilità sociale. Oggi quel tipo di comunità è in estinzione. Si è dissolta nei ceti popolari la speranza in un futuro migliore. E questa sottrazione di speranza è dovuta anche e forse soprattutto alla diffusa consapevolezza che per la prima volta dal dopoguerra le nuove generazioni avranno condizioni di vita peggiori di quelle che abbiamo vissuto noi, uomini e donne di mezza età. Basti pensare alla disoccupazione, alla precarietà, alla demolizione delle sicurezze sociali. Sono processi che nel loro procedere aumenteranno i livelli di ineguaglianza. Su un punto vorrei insistere: c’è il rischio che le periferie diventino luoghi di disagi frammentati che quando esplodono diventano difficilmente gestibili da chiunque. Per questo è necessario cogliere i processi sociali profondi e da lì riorganizzare la sinistra nel suo insieme, nelle sue espressioni politiche, sociali, sindacali”.

L’avvento del digitale nell’industria ha sconvolto i processi di produzione. Tuttavia non ha modificato gli assetti di potere all’interno della fabbrica. Dinanzi alla rivoluzione informatica come si è perpetuato il dominio del capitale sul lavoro?

“La prima cosa che mi sento di dire è che le nuove tecnologie sono state utilizzate dentro l’ipotesi neoliberista per riproporre un’idea che è alla base del liberismo sin dalla sua nascita: la negazione del diritto dei lavoratori di costituirsi come soggetto alternativo agli interessi della logica aziendale. Nel passato questo tentativo di ingabbiare i lavoratori nella visione mercantile dell’economia si è scontrata con un movimento operaio che attraverso lotte durissime ha imposto un sistema di diritti, di ammortizzatori sociali, di regole. Oggi ci troviamo di fronte al superamento di quel sistema. Lo testimoniano le mobilitazioni in Francia contro la Legge dei due anni di prova per tutti i nuovi assunti. In Germania è in discussione un impianto simile. In Australia si scardina la contrattazione collettiva e si passa alla contrattazione individuale. In Italia il lavoro precario è ormai una condizione di vita. Insomma, la rivoluzione tecnologica è stata del tutto funzionale al neoliberismo. Per meglio dire al liberismo, visto che di novità ce ne sono assai poche. Altro discorso è ragionare sui mutamenti che l’informatica ha determinato nell’organizzazione del lavoro e nella struttura delle imprese. Dando per acquisiti questi mutamenti tuttavia mi preme sottolineare che solo potenzialmente le nuove tecnologie permettono un lavoro più autonomo e più libero. Nella realtà è accaduto l’esatto contrario. In sostanza è in via di superamento il fordismo non il taylorismo. Intanto, a differenza di quanto si dice, la catena di montaggio
esiste ancora. Certo non come ai tempi dell’ingegner Taylor ma non è una realtà trascurabile e non solo nel settore dell’automobile. Detto questo ciò che conta è che ieri come oggi l’organizzazione della produzione è strutturata in modo da imporre all’operaio modalità di lavoro e ritmi imposti dal management”.

Bassi salari, uso autoritario delle nuove tecnologie, controllo stringente sui tempi si lavoro, smantellamento dello Stato sociale, incertezza per il futuro. Tutti ingredienti che aumentano il malessere nel mondo del lavoro e nella società. Nell’attuale fase di trasformazione del capitalismo come si struttura il conflitto in fabbrica?

“Il ciclo del prodotto rientra ormai in una filiera che supera abbondantemente i confini nazionali. Si tratta di un processo definito “catene globali di produzione”. Tali catene determinano enormi problemi sia per il sindacato sia per la politica. A differenza dell’impresa entrambi questi soggetti non hanno una dimensione internazionale. E’ paradossale: il movimento operaio è nato da un’istanza internazionalista ed è oggi in seria difficoltà dinanzi a qualsiasi imprenditore capace di spostare le sue pedine da un Paese all’altro se non addirittura da un continente all’altro. Certo, i lavoratori in generale, e non solo gli operai, vedono peggiorare le loro condizioni di vita. Ma, proprio per quello che dicevamo prima rispetto alle periferie urbane, non è affatto detto che il disagio sociale abbia uno sbocco a sinistra. Può andare da tutte le parti. In questo quadro va tenuto in debito conto anche un altro fattore: la crisi del sistema di impresa nel nostro Paese. Una crisi che è strettamente intrecciata con i livelli di conflittualità e i suoi esiti. Tutto questo per il centrosinistra significa una cosa sola: superare il distacco profondo che esiste oggi tra la politica e il mondo del lavoro dipendente. Insisto: se non si cambia strada su questo punto il disagio sociale può esprimersi nelle forme più diverse e può essere politicamente utilizzato nelle forme più diverse”.

Il concetto di coscienza di classe si traduceva soprattutto nell’appartenenza a partiti politici di massa. Si tratta di una storia che per molti appartiene al passato. Tuttavia gli operai restano pur sempre un segmento importante dell’economia e della società. C’è all’orizzonte qualcosa che possa sostituire la coscienza di classe con altri meccanismi di senso?

“Credo che la prima questione sia quella relativa all’autorappresentazione dei lavoratori. Un’istanza che si esprime nel referendum e nel voto. Nel corso di questi quattro anni di accordi separati noi abbiamo scommesso sulla democrazia. In concreto ciò significa che tutte le decisioni sono state prese con il consenso lavoratori. Anche nella fase dei pre-contratti presentati dalla FIOM i lavoratori hanno votato a scrutinio segreto dandoci il mandato per discutere la piattaforma. Con questa rinnovata identità democratica dopo sette anni abbiamo riconquistato il contratto nazionale. Un contratto sottoposto a un referendum nei luoghi di lavoro e in cui hanno votato oltre mezzo milione di metalmeccanici che hanno approvato l’accordo con una percentuale dell’85%. Ciò è tanto più significativo se si considera l’assottigliarsi degli spazi di democrazia nella società. Fare una scommessa strategica sulla democrazia può sembrare banale. In realtà è un elemento di rottura rispetto alla nostra storia. Ricordo che quand’ero giovane gliene dicevamo di tutti i colori a coloro che si azzardavano a proporre il referendum. A decidere dovevano essere quelli che lottavano e ci pareva profondamente ingiusto far votare crumiri e impiegati. Ancora oggi quando mi capita di andare all’estero e parlo del referendum dei lavoratori vengo guardato stranamente. Il massimo della concessione è il referendum per gli iscritti. Ma non si va più in là. Invece bisogna prendere atto che è finita l’epoca in cui qualcuno può parlare a nome dei lavoratori e delle lavoratrici o interpretare le loro richieste a prescindere da quello che pensano. Si tratta di una fase storicamente conclusa. Oggi il terreno decisivo è quello della democrazia”.

Il mutamento dell’identità operaia fondata più su istituti di democrazia che sull’appartenenza ha modificato in profondità anche i meccanismi della militanza?

“Indubbiamente. Faccio l’esempio dei giovani perché la questione della democrazia si è incrociata proprio con loro. I giovani oggi non sono passati attraverso le forme della militanza politica della mia generazione, quella dei cinquantenni. Hanno un approccio totalmente diverso con le organizzazioni. Intanto è impensabile dirgli che il sindacato fa il contratto però loro non lo possono votare perché magari c’è il problema dell’unità o chissà che. Non capirebbero di cosa si sta parlando. Ovviamente mi riferisco all’insieme degli operai e non ai gruppi organizzati, che a loro volta sono ancora più radicali. Ma è proprio quella massa di operai che quando è chiamata a partecipare blocca le stazioni, le autostrade, interviene in gran numero alle iniziative. Una massa che agisce quando è necessario e poi sparisce. Insomma, non c’è più una militanza a tempo pieno. Dinanzi a questa nuova condizione è necessario interrogarsi su come riorganizzare una nuova sinistra. Questa è la sfida che abbiamo di fronte. E il primo passo da fare è superare la dimensione nazionale altrimenti non si è in grado di affrontare i problemi sociali e politici del nostro tempo. È per questa ragione che seguo con interesse la discussione aperta sulla costituzione della Sezione italiana della Sinistra europea”.

Patrizio Paolinelli, Alternative, n° 2, 2006.

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