La comunità ritrovata

Copertina.La.comunità

INTRODUZIONE

Domande su una realtà problematica
Come è possibile che una città millenaria qual è Civitavecchia appaia oggi così decadente, priva di un’identità forte, economicamente depressa? Come è possibile che una città dotata di un ambiente storico-naturalistico da far invidia a chiunque non sia stata in grado di giocare questa carta per combattere la disoccupazione? Come è possibile che Civitavecchia somigli così poco ad una cittadina del Centro-Italia e molto di più ad una semiabbandonata realtà del Meridione?

L’analisi delle vicende politiche ci è sembrata una chiave di volta decisiva per
tentare di dare delle prime risposte alle domande che ci siamo appena posti.
Nel bene e (soprattutto) nel male le decisioni prese dagli amministratori locali
hanno influito in misura determinante sull’attuale condizione di Civitavecchia.
E’ evidente che questo accade sotto qualsiasi campanile. Ma l’eccezione di
Civitavecchia consiste nell’intreccio di due fattori: a) la politica ha goduto di
un’ampia capacità di manovra perché dal secondo dopoguerra ad oggi non è
stata bilanciata da adeguati contropoteri, fatta forse eccezione del sindacato in
alcuni momenti degli anni ’70 e ‘80; b) dinanzi ad un’imprenditoria locale che
debole era e debole è rimasta la pubblica amministrazione non è stata in grado
di pianificare lo sviluppo del territorio. In altre parole: sembra che a
Civitavecchia la crisi dello Stato tipica della storia del nostro Paese non sia
stata per nulla affrontata, come invece è accaduto altrove diventando
quantomeno oggetto di pubblico dibattito, e che una sorta di populismo, fino
ad ieri semiclandestino e oggi invece esploso con tutta la sua forza, abbia in
qualche maniera surrogato i poteri pubblici, magari appropriandosene, altre
volte aggiungendo alla crisi dello Stato ulteriori elementi di crisi propri del
populismo.

Uno scenario molto meridionale, si può pensare, quasi da profondo-Sud. E’
vero. Ma Civitavecchia si trova a 60 Km a nord di Roma e a due passi dalla
Toscana. Non solo: per quanto simile è assai differente dalla realtà del
Mezzogiorno (la quale peraltro non è affatto uniforme anche se qui ci riferiamo
a quella peggiore). In ogni caso, degrado, povertà e assenza di una cultura
civica sono fenomeni palpabili nella vita di tutti i giorni. Ritorniamo dunque al
ruolo della politica: da oltre mezzo secolo non negozia scelte davvero
strategiche per il futuro della città con altri poteri locali. I quali ovviamente
esistono, ma per i più svariati motivi hanno il respiro corto e talvolta
cortissimo. Così, al massimo la politica tratta scelte tattiche che riguardano
piccoli gruppi, deboli lobby, singoli esponenti di qualche comparto produttivo o
finanziario. Lo stesso mondo delle professioni non riesce a pesare più di tanto
pur avendo un ruolo importante nella vita della città.

Dinanzi a scelte che ipotecano il futuro dei cittadini per generazioni la politica si
è trovata sola. Si è trovata nella condizione di assumersi responsabilità
superiori a quelle che poteva sostenere. Quando ha trattato con un potere
economico forte si è confrontata con un gigante quale l’Enel che l’ha
mortalmente abbracciata. L’ultima “stretta” risale al novembre 2007. Il Sindaco
delle populiste “Larghe intese”, Gianni Moscherini, ha stipulato con la
multinazionale dell’elettricità una concessione di 10 milioni di Euro e sta
trattando per ulteriori versamenti nelle casse di un Comune sull’orlo del crac
finanziario. Molto semplicemente ciò significa che in questo momento l’Enel è il
potere più forte tra i poteri-forti di Civitavecchia.

Per la cronaca questi primi finanziamenti saranno così destinati: 1milione e
200mila euro per la spesa corrente; 8 milioni e 800mila euro in conto capitale
di cui: 3 milioni per migliorare il sistema idrico, 1milione e 800mila per il
restyling del centro storico e delle periferie, 1 milione e 350mila per viabilità a
piano del traffico, 900mila per l’ambiente (arredo urbano e parchi), 700mila
per il sociale (emergenza abitativa, abbattimento barriere per disabili), 400mila
per il potenziamento delle circoscrizioni, 350mila per il restyling del vecchio
cimitero, 300mila per informatizzazione (sistemi di sicurezza antivandalismo).
La meridionalizzazione di una città del Centro-Italia situata a due passi dal
veltroniano modello-Roma sembra progressivamente aumentare. Alla
solitudine della politica, alla mancanza di una robusta borghesia
imprenditoriale, all’impotenza degli intellettuali, al disinteresse dei ceti
professionali, agli alti tassi di disoccupazione, all’incapacità di programmazione
strategica del territorio, all’assenza di un arredo urbano degno di questo nome
si sono aggiunti alcuni recenti tentativi di infiltrazioni della criminalità
organizzata. Tentativi finora falliti grazie ai successi riportati dalle forze
dell’ordine. Tuttavia, sussistono ormai troppe condizioni favorevoli alla
penetrazione di varie cosche e la guardia deve essere tenuta particolarmente
alta.

Le vicende che abbiamo ripercorso in questo libro prendono il via dal dolente
scenario descritto. Dolente e, va rimarcato, soprattutto privo di un sistema
virtuoso di equilibri istituzionali tra amministrazione locale, sistema delle
imprese, parti sociali, mondo delle associazioni e della cultura. Osservando la
storia recente di Civitavecchia non stupisce più di tanto che ogni attore sociale
sembri giocare per sé: partiti, istituzioni, soggetti collettivi, categorie e
addirittura classi sociali. Non solo. Spesso sembra che ognuno giochi per sé a
decisione già avvenuta. Due casi emblematici: la riconversione a carbone della
centrale Enel di Torre Valdaliga Nord (Tvn); la forte crescita del porto. Nel
primo caso (decisione già avvenuta) politica e movimenti di opposizione alla
riconversione si sono scontrati per anni sia tra di loro che al loro interno con il
risultato che la centrale è oggi in via di ultimazione e tra breve entrerà in
funzione. Il porto (giocatore per sé): dal Giubileo del 2000 ad oggi è
eccezionalmente cresciuto senza che questa crescita abbia avviato a soluzione
un solo problema della città (in primis la disoccupazione). Lo scalo marittimo
costituisce insomma una sorta di Gerusalemme del benessere assediata da una
società in cattivo stato di salute.

Un altro caso che probabilmente si caratterizzerà come “decisione già
avvenuta” e che allo stesso tempo potrebbe alimentare uno scontro tra
assolutamente favorevoli e assolutamente contrari è la costruzione a
Civitavecchia di un impianto di pirolisi per rispondere all’emergenza rifiuti del
comprensorio. L’ipotesi, adombrata qualche tempo prima e poi lasciata cadere,
è tornata prepotentemente alla ribalta a gennaio 2008 e sta subendo
un’accelerazione molto forte grazie al sostegno del Sindaco Moscherini.

Come e perché nasce questo libro
Giocatori istituzionali incapaci di fare squadra per il bene del loro territorio
mettono in moto tre processi combinati tra loro: l’indebolimento dell’identità
locale, una generalizzata sfiducia nella possibilità di cambiamento,
l’inapplicazione e l’aggiramento delle regole (di qualsiasi tipo esse siano).
L’indebolimento dell’identità costituisce forse il problema principale. D’altra
parte, non si comprende bene quale sia la vocazione di Civitavecchia: non è
propriamente una città portuale (nonostante il porto); non è una città di servizi
(nonostante la maggior parte dell’occupazione sia nel terziario); non è una
città industriale (nonostante la pesantissima servitù energetica); non è una
città con un forte retroterra agricolo (nonostante sia esistito in passato). E’ un
po’ tutte queste cose tenute insieme in maniera assai abborracciata. Risultato:
disoccupazione endemica, lavoro precario, pendolarismo verso Roma, disamore
per la cosa pubblica. In questa situazione è evidente che i processi di identità
collettiva si sfaldano, che la cultura popolare tende a dissolversi e la Tv diventa
un collettore sociale potentissimo.

Tuttavia, Civitavecchia possiede una propria e ben definita identità. Nella vita
quotidiana si può osservare l’amore di tanti abitanti per la propria città. In
molti ne conoscono la storia, i miti le leggende. D’altra parte, sono tanti gli
angoli di Civitavecchia che parlano del passato e che narrano avvenimenti
ancora presenti nella memoria collettiva: le invasioni saracene, il dominio
pontificio, l’occupazione francese. Certo il senso di appartenenza è messo a
dura prova da un’ideologia dei consumi che tutto distrugge e tutto monetizza.
Ma questa devastazione culturale purtroppo è planetaria. Ciononostante,
Civitavecchia, così come tante altre realtà in quanto luoghi dove si è nati o
vissuti per lungo tempo, riesce a mantenere un richiamo e, se si vuole, una
purezza che resiste alla logica del consumo. Per quel poco che può valere sul
piano statistico conosciamo fior di professionisti che lavorano a Roma, città in
cui potrebbero tranquillamente andare a vivere, ma preferiscono fare i
pendolari e rientrare ogni sera a Civitavecchia. D’altra parte, la città è davvero
a misura d’uomo: Civitavecchia è piccola, ma non piccolissima, è affacciata su
un mare che seduce l’anima e lo sguardo e ha un clima dolcissimo, quasi
un’eterna primavera, interrotta solo poche volte l’anno. Il cielo poi non è mai
piatto ed è attraversato da nuvole piene di personalità che non ti stancheresti
mai di guardare. A Civitavecchia, nonostante le centrali elettriche e tutto il
danno che può aver fatto un’idea profondamente distorta dello sviluppo, la luce
del giorno è ancora brillante, trasparente, mai opaca, capace da sola di
metterti di buonumore. E ancora: basta girarsi verso le colline e in un attimo ti
ritrovi in un entroterra meraviglioso, ricco di boschi, di verde, di pace: è
l’ultima propaggine della Maremma e la Toscana è là, ad un passo, e sembra
chiamarti, e infatti ti chiama, perché ti ci ritrovi e non ti senti fuori casa.
Insomma i motivi per amare Civitavecchia, per sentirsene parte sono tanti. I
suoi abitanti lo sanno bene e sotto la cenere di un mondo che non rispetta né
storia né natura mantengono vive le radici dell’appartenenza.

Alle speranze alimentate da un’antropologia dei luoghi si contrappone una
sfiducia nel futuro che conduce facilmente al disimpegno. Disimpegno che
possiamo oggi osservare nello stato di “abbandono civico” in cui versa la città.
Con “abbandono civico” intendiamo: la mancanza di cura degli spazi pubblici
(che non si riscontra nella confinante provincia di Viterbo); una soglia di
urbanità al di sotto degli standard europei; una sorta di isolamento della città
dal resto del territorio tanto da far apparire Civitavecchia come un’isola
lontanissima da Viterbo e da Roma. Città vicine (50 Km la prima e 70 la
seconda), ma la Viterbo è collegata solo da una strada stretta e tortuosa; la
capitale invece è collegata da autostrada e ferrovia. Il problema è che il
pedaggio autostradale è costoso (6,80 euro tra andata e ritorno sul percorso
Civitavecchia-nord/Maccarese; circa la metà sul percorso Civitavecchiasud/
Torrimpietra) e i treni dei pendolari sono sovraffollati, assai lenti, sporchi,
con toilette eternamente guaste, spesso in ritardo tanto da suscitare negli anni
forti reclami da parte dei viaggiatori e la loro organizzazione in comitati di
protesta. L’insieme di queste criticità logistiche impedisce uno sviluppo
omogeneo del territorio penalizzando però soprattutto Civitavecchia.

Esistono pesanti responsabilità del governo regionale e del governo nazionale
per il persistere di tale squilibrio. Tuttavia, diversi soggetti sociali, trasversali
all’appartenenza di classe, hanno consapevolezza della situazione e reagiscono
su numerosi fronti autorganizzandosi, associandosi, pungolando il ceto politico,
addirittura entrando in politica con propri esponenti. Esiste anche un ceto
medio progressista che vorrebbe vivere in una città migliore sul piano della
qualità della vita e tenta di fare qualcosa o comunque protesta. Insomma, in
qualche maniera la società reagisce alla crisi perenne delle istituzioni. Dunque,
nonostante il quadro non sia roseo non c’è da disperare. E in questo senso lo
scopo del nostro libro è proprio quello di offrire ai cittadini di Civitavecchia uno
strumento che contribuisca a comprendere meglio processi e dinamiche che
hanno determinato l’attuale condizione della città.

Quando ci siamo posti il problema di realizzare il presente lavoro abbiamo
incontrato immediatamente un difficile interrogativo: da dove partire? Da una
ricostruzione degli ultimi sessant’anni di vita politica di Civitavecchia? L’ipotesi
era allettante ma esulava dalle nostre forze anche perché avrebbe comportato
un’approfondita ricerca storico-documentale. E per quanto sappiamo bene che
il presente può essere ben spiegato ripercorrendo il passato abbiamo scartato
questa opzione e riflettuto su altri percorsi. Ma ogni ipotesi ci appariva
incompleta, debole, insoddisfacente. Ad un certo punto siamo precipitati in una
fase di stallo. O per un motivo o per un altro non riuscivamo a trovare il
bandolo della matassa per iniziare a mettere giù qualcosa, nero su bianco. Poi
è stata la realtà ad offrirci la soluzione. E la realtà si è presentata sotto forma
di un’anticipata tornata elettorale. Le ultime amministrative per essere precisi,
quelle del maggio 2007. Abbiamo pensato che potevamo contribuire a spiegare
il problematico presente di Civitavecchia partendo proprio dall’attualità locale.
E così abbiamo fatto.

Osservando le prime mosse del candidato Sindaco del centrodestra abbiamo
immediatamente notato che Moscherini, attraverso le proprie parole d’ordine,
interloquiva in qualche modo con la crisi di identità e di fiducia della città. Sul
piano locale costituiva insomma la classica risposta populista alla debolezza
dello Stato e delle sue istituzioni che accompagna la storia italiana dall’Unità ad
oggi. Noi non abbiamo creduto a quel tipo di messaggi. Ma la nostra opinione
poco importa perché a credergli sono stati tanti elettori. Dunque Moscherini
con la sua coalizione delle “Larghe intese” ha risposto ad una domanda vera
emersa dalla viscere della società. Una domanda che si trascinava dietro
richieste insolute di diverse generazioni di civitavecchiesi. In una parola: si
trascinava dietro la storia di un’intera città. Quale occasione migliore di questa
per elaborare le nostre riflessioni, mettere alla prova ipotesi, aprire un
confronto dopo la sconfitta del centrosinistra? E’ nato così “La comunità
ritrovata. Civitavecchia: la politica difficile”. Abbiamo iniziato a lavorarci sopra
nel giugno 2007 e chiuso con gli ultimi aggiornamenti nel gennaio 2008.

Il titolo richiede un’immediata spiegazione. Per “comunità ritrovata” si intende
il “popolo” di centrosinistra che, profondamente deluso dallo spettacolo
partitocratico offerto da molti dei propri politici di riferimento, si è aggregato
intorno a Nicola Porro durante la campagna per le elezioni amministrative del
2007. Porro è diventato un punto di riferimento innanzitutto perché è un
candidato Sindaco che nulla ha avuto a che fare con le decennali lotte intestine
delle formazioni eredi del PCI, né tantomeno ha avuto a che fare con i
fenomeni degenerativi della partitocrazia quali il clientelismo e neppure
appartiene al ceto politico inteso come gruppo di privilegiati, come casta così
come si usa dire oggi in termini polemici. Tuttavia, Porro non è a digiuno di
politica e di amministrazione della cosa pubblica essendo stato eletto nel
Consiglio comunale di Civitavecchia per tre mandati (1980-1993), prima nel
PCI e poi nel PDS. Successivamente ha lasciato la politica per dedicarsi con
maggior impegno all’insegnamento all’Università di Cassino e dal 1998 al 2005
è stato Presidente nazionale della Uisp (Unione Italiana Sport per tutti).
Dunque, per circa quattordici anni la presenza pubblica di Porro in città si è
assai rarefatta. Ma ancora nel 2007 molti si ricordano di lui.

Non implicato nelle diatribe dei partiti, intellettuale di livello internazionale,
uomo di assoluta trasparenza e dirittura morale Porro rappresenta forse l’unica
figura che uno screditato centrosinistra locale può spendere per una campagna
elettorale tutta in salita. Più d’uno dirà che Porro è stato l’agnello sacrificale
mandato allo sbaraglio da un’Unione sicura di perdere. Infatti ha perso. Ma
come vedremo con onore. Non solo. La sconfitta non è stata una Waterloo e
non c’è stato un “esercito” in rotta. Al contrario. In meno di due mesi di
campagna elettorale Porro è stato in grado di restituire fiducia nella politica a
molti militanti ed elettori delusi. Anche dopo la sconfitta elettorale non c’è stato
il temuto riflusso. Complici i movimenti politici nazionali (con la gestazione e
poi la nascita del Partito Democratico) e il dibattito interno ai partiti della
sinistra di alternativa (con il dibattito sulla “cosa rossa” sfociato nel dicembre
2007 nel progetto federativo “La Sinistra/L’Arcobaleno”) il centrosinistra di
Civitavecchia si è ritrovato a discutere davvero del proprio rinnovamento. Quel
che accadrà lo si vedrà e valuterà nei prossimi anni. A noi la campagna
elettorale del maggio 2007 ha dato l’occasione per riflettere sul sistema dei
partiti, sugli effetti deleteri della partitocrazia e sulla sinistra a Civitavecchia. Ci
ha dato l’opportunità di abbozzare delle risposte alle nostre domande iniziali.
Oltretutto, pur con le sue specificità e particolarità, crediamo di non aver
osservato un fenomeno solo locale. Tutt’altro. Le vicende che abbiamo
ripercorso sono figlie legittime della storia italiana da una quindicina d’anni a
questa parte. Sono figlie legittime delle inchieste giudiziarie che agli inzi degli
anni ’90 hanno sconvolto il sistema dei partiti, sono figlie delle riforme
elettorali che hanno autorizzato la personalizzazione della politica con l’elezione
diretta del Sindaco (Legge 142/90 sulle autonomie locali), sono figlie della
dissoluzione delle grandi formazioni politiche che costruirono la democrazia nel
nostro paese dopo l’orrenda notte del fascismo. Il che, da un lato segnala
comunque una vitalità della politica nella sua capacità di estendersi e riprodursi
(nel bene e nel male) dal centro alla periferia; e dall’altro indica i suoi principali
elementi di crisi, quali il disincanto per l’idea di una società migliore, la
degenerazione del multipartitismo, la generalizzata caduta etica e culturale del
corpo politico.

Indice ragionato
Annotazione preliminare: nella stesura del libro si sono rese necessarie alcune
ripetizioni perché diversi fatti sono stati affrontati da più punti di vista. La
ridondanza ha prodotto il vantaggio di fare d’ogni capitolo un piccolo universo a
sé dando così al lettore la possibilità di scegliere i temi che preferisce senza
perdere il filo degli avvenimenti.

La prima parte del libro, Sguardi su Civitavecchia, è composta da tre capitoli
che servono al lettore per fare il suo ingresso nel passato e nel presente della
città. Il primo capitolo, Cenni storici, ripercorre a volo d’uccello la storia di
Civitavecchia dall’800 ad oggi. Una storia, come si vedrà, assai complessa dove
il dibattito politico è vivace e pronto ad infiammarsi. Il secondo, Cronologia
politica (1998-2007), costituisce una mappa per orientarsi rapidamente nelle
complesse vicende della vita politica locale prese in esame nel corso del libro.
Il terzo capitolo, Un quadro statistico, offre una serie di dati sulla Civitavecchia
di oggi da cui si evince il contesto in cui si sviluppano le relazioni sociali. Senza
voler anticipare troppo, Civitavecchia presenta un quadro abbastanza
sofferente: la popolazione invecchia, i livelli di scolarità sono ancora
insoddisfacenti, la pubblica amministrazione e il terziario costituiscono il
salvagente per la cronica mancanza di posti di lavoro.

La seconda parte, Aspetti dell’economia locale, si sofferma sull’industria
energetica e il porto. La Compagnia Portuale costituisce una vera e propria
istituzione e rappresenta in larga misura la storia del movimento operaio
cittadino. Mentre l’Autorità Portuale è un ente di recente formazione che
costituisce il decisore principale delle politiche portuali, da qui la sua
importanza strategica per l’economia di Civitavecchia. L’industria energetica è
osservata sotto un duplice punto di vista: uno sviluppo atipico che non ha
risolto il problema occupazionale della città e l’impatto ambientale che ha
condotto a lunghe lotte, in particolare contro la riconversione a carbone di una
centrale Enel. L’ultimo capitolo, Stupefacente Civitavecchia, si occupa della
criminalità locale e di quella organizzata che ha messo gli occhi sopra una città
portuale particolarmente adatta ai traffici di droga. Può sembrare singolare
inserire in una parte del libro dedicata all’economia un capitolo che si occupa
della malavita. Ma c’è una ragione. Anzi, più d’una. Intanto, la mafia tende a
costituirsi come antistato. Ovverosia occupa il territorio anche attraverso
pratiche di distribuzione della ricchezza. In secondo luogo, si organizza su basi
finanziarie avanzate. Infine, corrompe i rapporti tra politica e impresa. Il
lettore comunque si tranquillizzi: la criminalità organizzata non si è appropriata
di Civitavecchia. Ci sta provando e probabilmente continuerà a provarci. Perciò
è bene non sottovalutare il fenomeno.

La terza parte, Voltagabbana e potere, concentra l’attenzione sul fenomeno del
trasformismo in virtù della sua rinnovata vitalità durante la lunga e forse
ancora incompiuta transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il primo
capitolo, Fasi del trasformismo italiano, osserva il fenomeno da una prospettiva
storica individuandolo come una costante della politica centrista nel nostro
Paese. Il secondo capitolo, Tu vuo fa l’americano, collega il trasformismo al
berlusconismo. Intendendo quest’ultimo non come un fenomeno passeggero
legato ad una persona ma come un salto di qualità del neoliberismo
statunitense tradotto in versione italiana. Il terzo capitolo, Il trasformismo
tirrenico, si cala nelle specificità del trasformismo civitavecchiese
descrivendone la fenomenologia degli ultimi anni. Gli snodi principali sono: nel
2005 la prematura caduta della Giunta comunale di centrodestra guidata da
Alessio De Sio (Forza Italia); nel 2006 la precocissima caduta della Giunta di
Gino Saladini (centrosinistra) dopo appena sette mesi di vita; nel 2007
l’avvento di una amministrazione capitanata dall’ex Presidente dell’Autorità
Portuale, Gianni Moscherini, che si autodefinisce di “Larghe intese”, ma che a
noi pare essere costitutivamente di centrodestra.

La terza parte si intitola: Le tribù della politica. Parliamo di tribù perché
osserviamo alcune espressioni della politica novecentesca andare in frantumi,
in primis i partiti di massa. Per come erano andati a finire conduciamo questa
osservazione senza troppa nostalgia. Certo, le differenze tra la partitocrazia del
PCI e quella PSI restano enormi, quantomeno sul piano etico, così come le
qualità di un Aldo Moro o di un Enrico Berlinguer sono oggi difficilmente
reperibili, mentre il rischio di partiti ancillari ai poteri economici sono
attualmente davvero seri. Ma viviamo in un’epoca di transizione e tutti i
passaggi storici registrano su alcune linee momentanei passi indietro. Nei
nostri tempi tocca alla politica. E nel primo capitolo, I protagonisti, abbiamo
lasciato la parola proprio alla politica attraverso una serie di interviste ad alcuni
dei suoi principali esponenti locali (e ci scusiamo subito se non abbiamo potuto
interpellare tutti). Abbiamo chiesto loro conto del trasformismo, delle cause
sull’instabilità istituzionale di Civitavecchia, delle lotte di potere e altro ancora.
Per onestà intellettuale, ma il lettore lo avrà già compreso da sé, noi non
crediamo nella neutralità del giornalismo e della sociologia. In generale, non
crediamo nella oggettività della scienza. Perciò anche il nostro punto di vista è
di parte. E’ dalla parte della giustizia sociale e di una società meno disuguale.
E’ dalla parte di quella Civitavecchia che da tempo è in cerca di riscatto.
Questo approccio ci ha spronato a raccogliere molteplici punti di vista per
comprenderli e offrire la nostra analisi ai lettori.

Il secondo capitolo di questa parte del libro è dedicato all’ascesa e alla caduta
della Giunta Saladini, una Giunta comunale riformista mandata a casa dopo
appena sette mesi di vita. Si è trattato di un evento che ha segnato il punto più
alto di turbolenza di un sistema politico locale ormai impazzito. Si è trattato
anche di un evento che ha sconcertato l’opinione pubblica di Civitavecchia e
contribuito a far crescere il fronte dell’antipolitica. Attenzione però, perché
quando parliamo di antipolitica noi non intendiamo l’astensionismo elettorale o
la negazione dei partiti. Intendiamo invece parlare dell’ultimo anello di una
catena che dal centrismo, passando per il trasformismo e il berlusconismo,
porta al potere gli uomini della provvidenza (populisti, dittatori, padri della
patria, cacicchi ecc.).

L’ultima parte del libro, la quinta, dà il titolo al nostro lavoro: La comunità
ritrovata. Il primo capitolo, Molta stampa, poca libertà, fa il punto della
situazione sui mass-media locali e sugli stili comunicativi dei due candidati alla
poltrona di Sindaco. Ci è sembrato importante compiere questa ricognizione
per il ruolo decisivo che hanno oggi i mass-media anche nelle elezioni
comunali, tanto più quando si è in regime di abbondanza come a Civitavecchia.
Il secondo capitolo, Da sede elettorale a incubatore politico, ripercorre diverse
fasi elettorali. Quella appena precedente l’inizio della campagna per la scelta
del candidato Sindaco del centrosinistra. Scelta che dopo diverse contorsioni
cadrà su Nicola Porro. Quella relativa al difficile avvio della campagna a causa
di ritardi, mancanza di mezzi e risorse economiche. Infine, quella relativa alla
vita all’interno della sede elettorale dove prenderanno corpo gruppi che
continueranno a fare politica anche dopo le elezioni. Il terzo capitolo riprende il
sottotitolo del libro: Diario di una campagna elettorale. E’ un vero e proprio
memoriale dei sessanta giorni di confronto con la città del candidato Sindaco
del centrosinistra, Nicola Porro. Alla narrazione del candidato Sindaco fa da
pendant uno scritto di Roberta Dolenz, Io, agenda vivente o qualcosa di più.
Roberta ha svolto il difficile ruolo di segretaria di Porro per tutta la campagna
elettorale. Il suo è un breve, ironico e pungente racconto su una serie di
momenti essenziali vissuti durante quell’esperienza. L’ultimo capitolo è
dedicato ad una analisi dei risultati delle ultime due elezioni amministrative
(2005 e 2007). Lo studio dei dati quantitativi conferma alcune tendenze
emerse nel corso dell’indagine. Tra le altre: la disaffezione degli elettori
rispetto ai partiti nazionali; la conseguente formazione di cosiddetti “partiti del
Sindaco”; la progressiva meridionalizzazione di Civitavecchia.

Estratto da: Patrizio Paolinelli, (a cura di), La comunità ritrovata. Civitavecchia: 
la politica difficile, Teseo Editore, Roma, 2008. Introduzione di Patrizio Paolinelli.

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