Céline. Gli artigli del gatto

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Céline e Bébert

Confessiamolo, in questo modo di ragionare c’è qualcosa che non va…Noi continuiamo a credere che non sia un’eresia pensare che il romanziere e il movimento hitleriano qualcosa in comune, sotto sotto, ce lo dovevano avere. Poi consideriamo che, appena gli americani misero piede in Normandia, nel giugno del 1944, Céline scappò in tutta fretta da Parigi. Uno si potrebbe chiedere: perché scappare? E dove scappò? Forse tra le braccia dei “liberatori”? Niente affatto. Il più lontano possibile dagli odiati nazisti? Neppure. Va diritto a Sigmaringen, dove i tedeschi avevano sistemato il governo vichysta di Pétain e dove si ritrovarono quasi tutti i collaborazionisti, quelli duri che non mollavano, coi Doriot, coi Dèat. Ma perché Céline, se era anti-nazista, andò proprio a Sigmaringen, in bocca al feroce teutone?

Leggi un tomo di oltre mille pagine e non riesci a trovare la risposta. Si tratta di Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio di Marina Alberghini (Mursia). L’autrice, amante dei gatti, ha fatto di Céline il suo eroe e non si ha il cuore di chiederle di dire tutta la verità, nient’altro che la verità. Oggigiorno non si possono avere eroi nazisti, non sta bene, lo sanno tutti. Dunque bisogna accontentarsi. Anziché una biografia, abbiamo così un magnifico ritratto a olio. Difatti, sul perché Céline andò a Sigmaringen, la Alberghini scrive che lo fece perché…«prima di tutto a Sigmaringen c’era bisogno di un medico e questo su di lui era un forte richiamo…A Sigmaringen lo attendevano nuove esperienze, nuove avventure, cose da vedere».
Da non credere! Stai a vedere che, nell’Europa del 1944, di medici c’era bisogno solo a Sigmaringen! E allora chiediamo: ma davvero solo in quel preciso angolo di Reich, dove si ammassarono i fascisti francesi irriducibili, si potevano avere “nuove esperienze”, “nuove avventure”? L’autrice forse non ha colpa, per questo suo modo di piegare in quattro le biografie per farne ritrattini d’occasione. Si sarà certo detta: un così bravo scrittore, così affezionato al suo gatto Bébert…non può essere nazista.
Noi confermiamo che, difatti, Céline nazista dichiarato, iscritto, inquadrato, non lo fu mai. Un anarchico del genere, anzi, un anarchista del genere (poiché Céline non era funzionale neppure all’anarchia), non poteva avere un’ideologia condivisa con un’istituzione, un partito, un sistema. Certo, in questo senso Céline non fu mai nazista. Solo che si può dire in tutta tranquillità che ebbe le medesime idee dei nazisti, ma pensate in modo diverso. È mai possibile?

Trattandosi di Céline, tutto è possibile. Qualcuno lo ha scritto, ad esempio Elena Fiorioli, che nel suo Céline e la Germania, pubblicato a Verona nel lontano 1982, precisò che «l’antisemitismo céliniano non è sorretto da una argomentazione scientifica e proprio per questo suo aspetto d’improvvisazione differisce dalle teorie naziste». Erano due antisemitismi. Quello di Céline era tutto viscere e invettive, ma certo non meno radicale, tanto che ci fu chi, tra i nazisti, trovò sconveniente quella prosa così violenta. I pamphlet antisemiti di Céline ebbero fredda accoglienza nella Germania nazista: furono giudicati…troppo aggressivi. Eppure, scriveva sempre la Fiorioli, «Céline condivise con il nazionalsocialismo la convinzione che gli Ebrei, “commercianti di cannoni”, fossero i responsabili di tutte le guerre».

La Alberghini sottolinea parecchie volte che Céline era pacifista, che per un momento ce l’ebbe con gli ebrei, è vero, ma solo perché gli sembrava che fossero loro a fomentare la guerra…in realtà nulla di personale, assolutamente. Céline era pacifista, quindi – così ragiona la Alberghini – non poteva essere nazista. Poi apri il Kershaw, sfogli l’Overy, leggi il Gobbi, insomma, storici di nome. E scopri che, nel 1939, e poi ancora nel 1940, ma anche dopo, se c’era un pacifista in Europa, quello era Hilter, che non volle la guerra, che ci rimase male quando gliela dichiararono, che offrì invano la pace agli inglesi una, due, tre volte, che incolpava gli ebrei di forzare la mano al governo di Londra per fargli continuare la guerra…insomma, le stesse convinzioni di Céline. Non piccole sfumature. La medesima lettura della situazione politica.

Allora ripensi a quanto ha scritto Philippe Alméras nella sua biografia di Céline del 1997. Una pagina a caso: il 29 ottobre 1942 «la “Commissione di studi giudaico-massonici” dà un pranzo in occasione dell’uscita del numero speciale di Welkampf, dedicato alla questione ebraica in Francia…Céline è citato in testa alle personalità francesi presenti…». Che ci faceva Céline, in quella data tarda, insieme agli “esperti” nazisti di giudaismo, e insieme a Montandon, a Pierre Costantini, a Henry Coston, il “meglio” della militanza francese anti-ebraica? Ma forse dobbiamo chiederci: dove avrebbe dovuto trovarsi, se non lì, uno che era amico di Abetz, di de Brinon, di Luchaire, di Daudet…uno che condivideva il nazionalismo radicale di Maurras ma che, a differenza del vecchio maestro, amava la Germania?
Céline, è vero, era proprio una specie di gatto randagio, e il titolo del libro della Alberghini è ben scelto. Ma era un gatto con artigli belli forti, in grado di far male. E li adoperò, quegli artigli, e distribuì graffi profondi un po’ a tutti. Ma per alcuni ne ebbe più che per altri. Come dire: «Io voglio che si faccia un’alleanza con la Germania e subito…Confederazione degli Stati Ariani d’Europa…L’alleanza franco-tedesca significa la potenza giudeo-britannica ridotta a zero. Il fondo stesso del problema colpito, infine. La Soluzione». Firmato: Céline, 1938. Diciamo che Streicher, ma anche Himmler, di sicuro Hitler, non avrebbero potuto che sottoscrivere. E ammettiamo senz’altro che, per non essere stato un nazista, Céline sapeva parlar chiaro. La verità, sullo speciale “anti-nazismo” di Céline, la disse un giorno Lucien Rebatet: «Céline non perdonò a Hitler di aver perso la guerra».

Luca Leonello Rimbotti, http://thule-italia.com/wordpress/archives/1822

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