Nello specchio della modernità. Fotoritratti di Louis-Ferdinand Céline

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Introduzione: il corpo, lo sguardo, l’inganno

Dettagli. Consapevoli di dare un dispiacere a parecchi céliniani, purtroppo per loro Céline è un caso esemplare di uomo moderno. Tanto esemplare da non poterci ancora oggi liberare di lui. E’ pur vero che si tratta di un gigantesco paradosso per uno scrittore che in pieno ‘900 ha tenuto alta la bandiera dell’antimodernità pagando di persona un prezzo non indifferente. E probabilmente lo stesso autore del Voyage (1) si opporrebbe a vedersi descritto come rappresentante di un’epoca che disprezzava. Sembrerà banale ma molto semplicemente capita a tanti di pensare in un modo e, a piccoli o grandi passi, agire in un altro. E’ capitato anche a Céline. Uomo che ha convissuto con molti inganni, è sceso a compromessi con la realtà, ha allontanato le pratiche dai valori, si è trovato dinanzi a effetti inintenzionali del proprio fare e disfare. Dinamiche che non sorprendono più di tanto perché sono pane quotidiano nel traffico delle moderne interazioni sociali. Dinamiche banali per l’appunto, ormai implicite nel nostro modo di essere e che non mettiamo in discussione perché fanno parte del silenzio che permette agli ingranaggi della vita sociale di funzionare. Dunque, è di ovvietà che ci occupiamo in questo lavoro: le ovvietà della vita quotidiana di uno scrittore maledetto colte attraverso il suo repertorio fotografico. Perché prendersi questa gatta da pelare? Perché le fotografie sono dettagli, dettagli del tempo, e i dettagli occupano un posto insostituibile nella nostra esistenza. Poi, perché sia come genio che come uomo comune Céline ha molto da dire a noi postmoderni: non per niente l’identità è il suo problema di fondo; non per niente Céline è un intellettuale della crisi del soggetto, un uomo in crisi con il mondo, inconsapevolmente in crisi con se stesso e che mette in crisi chi lo incontra.

Domande. Dato che vivere in crisi (di qualsiasi tipo: familiare, finanziaria, psicologica, occupazionale…) è un’ovvietà per noi postmoderni, Céline permette di aprire una discussione sul nostro tempo obbligando a interrogarci se come individui viaggiamo verso un’evoluzione o un’involuzione morale. Noi privilegiamo la struttura del sentire del Céline pacifista, animalista, rispettoso di ogni espressione della vita. Mentre siamo agli antipodi del Céline antisemita, xenofobo e filonazista. Tuttavia entrambi i Céline sono oggi presenti negli scenari del nostro mondo. Un mondo in cui la democrazia è sempre più gestione tecnica dell’opinione pubblica (anche e soprattutto tramite i mass-media). Un mondo dove le disuguaglianze sociali aumentano di anno in anno e alla cittadinanza sempre più povera e infelice delle nostre obese metropoli sono dati in pasto cittadini stranieri ancora più poveri e infelici sui quali scaricare i propri rancori e le proprie delusioni: per quanto si faccia di tutto è oggi egemonica la cultura politica che ripropone un controllo sociale fondato sul capro espiatorio e collaudato su scala continentale dai nazifascisti negli anni ’30 del Novecento. La novità introdotta dalla postmodernità è semmai un ritorno al passato remoto in salsa digitale: l’arena televisiva appare allo sguardo del pubblico come la versione elettronica di un sanguinario gioco circense dell’antica Roma. E il pubblico si divide tra chi palude, chi ha paura e chi s’indigna. Domande: a che punto è la dialettica tra chi ha perduto la speranza e chi chiede un futuro migliore? A che punto è la dialettica tra passato e presente? La parabola di Céline aiuta a fissare i contorni di possibili risposte.

Immagine. Nel bene e nel male Céline è un personaggio che scandalizza. I suoi pamphlet antisemiti sono ancora oggi messi al bando e ciclicamente ritorna la querelle se pubblicarli o meno. (2) Continuare a gridare allo scandalo-Céline non ci è parsa una buona soluzione e abbiamo preferito curiosare nei retroscena dell’uomo pubblico e nelle riparate enclave dell’uomo privato. Siamo così entrati in rapporto con lo scrittore tramite i suoi libri maledetti e benedetti passando sia attraverso le sue parole sia attraverso le sue immagini fotografiche. Il corpus principale del presente lavoro è principalmente un’attività dello sguardo. Si tratta di un’esplorazione che ha l’obiettivo di passare il confine della prima impressione e penetrare nel mondo allegorico del fotoritratto. Ma non ci aggireremo per gallerie, né ci occuperemo delle implicazioni relative agli album di famiglia, né tenteremo di avanzare pretese teoriche sul ruolo della fotografia nella società. Più semplicemente la nostra indagine consiste in un’analisi di contenuto sul potere evocativo delle immagini di Céline. Potere che passando dalle performance del corpo carica di senso l’agire comunicativo del soggetto. Il fotografato invia messaggi molto precisi e molto personali all’osservatore: a distanza di tempo e di spazio Céline dialoga ancora con noi. Questo studio va dunque pensato soprattutto come un breve tirocinio dell’occhio. Un tirocinio narrativo sull’incontro fotografato/pubblico. Tuttavia non nascondiamo una piccola ambizione: contribuire a sviluppare le capacità interpretative del fruitore di prodotti mediali.

Strategie. Nei confronti della macchina fotografica Céline è particolarmente indisciplinato. Indisciplina intelligente perché il suo sottrarsi allo sguardo della modernità è ricco di contraddizioni e di reinterpretazioni delle situazioni secondo la convenienza del momento: per gran parte della sua vita Céline vuole accecare l’occhio ciclopico del fotografo, poi, nel secondo dopoguerra, si specchia in quello stesso occhio a beneficio del pubblico. Niente paura. Céline non è più disonesto di chiunque altro si metta in posa davanti all’obiettivo. Beninteso: disonesto come può esserlo un attore durante la recita. Ma disonesto anche secondo un’altra natura dell’inganno, la natura che emerge quando il palcoscenico è il mondo. In questo caso la frode dello scrittore va messa tra virgolette perché non prevede la premeditazione: si inizia con una recita e si finisce per scambiare il proprio film con la realtà. Come tutti coloro che combattono quotidianamente con l’artificiale complessità della vita moderna Céline imbroglia se stesso, bara con il prossimo e spesso nega l’evidenza senza averne coscienza. Per questo motivo la sua ridefinizione del proprio rapporto con il mondo delle immagini va inquadrata come una strategia molto sviluppata ma tipica delle interazioni umane in regime di perenne instabilità sociale. Strategia che per la sua regolarità presenta il vantaggio di far scendere il genio dall’Olimpo delle idealizzazioni desiderate dal pubblico alle pratiche più prosaiche della vita quotidiana. E’ all’interno di questa salutare imperfezione che Céline mette in atto il suo contemporaneo accettare e rifiutare il mondo, negare l’odiata civiltà delle immagini e trattare con questa stessa civiltà quando le circostanze lo impongono. Non poteva fare di più: ai suoi tempi la postmodernità covava già nella modernità ma in forma embrionale. Sia nella fase di rigetto che in quella di negoziazione la protesta di Céline contro il mondo, il mondo che oggi ha finito per costringere i suoi abitanti a recitare parti che non gli appartengono, si esprime mantenendo sempre alto il conflitto con diverse manifestazioni della realtà. Come? In molti modi. Prima di tutto gettando ombre su ombre su innumerevoli passaggi della propria vita: truccare e deformare i fatti sono espedienti essenziali nel regime discorsivo di Céline. Poi, tramite uno stile narrativo delirante, uno stile narrativo gridato, ritmato, cantato e inimitabile che investe a più livelli i tre stadi della sua produzione intellettuale: quello delle prime opere letterarie, quello dei libelli politici e quello che lui stesso chiamerà petite musique. In terzo luogo, mediante l’immagine di un’umanità senza speranza: <Nulla si spiega. Il mondo sa soltanto uccidervi, come uno che dorme uccide le proprie pulci> (Céline 1988a: 187). La quarta istanza del conflitto céliniano col mondo consiste nel rivendicare il primato del sentire sul calcolare, dell’emozione sulla ragione, della vita sulla cultura. Infine, dopo il ‘45 Céline riuscirà a catalizzare su di sé gli strali di tanta parte della società francese a causa del suo antisemitismo.

Significati. Occupandoci di Céline non potevamo non intrattenerci con un vocabolario d’impurità. Perciò ai termini ambiguità, mentire, mascherare e simili non assegniamo alcun giudizio morale. Il motivo è semplice: in una società soggetta al perenne mutamento delle apparenze tra il vero e il falso corre il mondo intero. Basti pensare a un evento minimo come la presentazione di sé. Interazione in cui la comparsa della sincerità è quanto di più improbabile possa capitare perché sarebbe scioccante per se stessi e per gli altri. Sorvolare su quanto sia temerario stringere la mano di sconosciuti è un atto di sopravvivenza e una fuga da se stessi. Mettere la sincerità tra parentesi è dunque una mossa sociale necessaria perché ai nostri giorni la vita mentale è talmente assorbita dalla concorrenza per l’affermazione del proprio Io che l’inganno è la costante degli scambi quotidiani. Solo il silenzio può riportare in un altrove a tutti ignoto tranne che a se stessi. Ma oggi anche il silenzio è una risorsa naturale in via di esaurimento. E così, pienamente figlie del proprio tempo, le parole di Céline su di sé sono largamente inattendibili ossia finalizzate a manipolare la realtà a proprio uso e consumo. Lo scopo? Quello di tutti: costruire giorno per giorno la propria individualità con sforzi tanto incredibili quanto inavvertiti. Connettere le parole dello scrittore con i suoi comportamenti espressivi dinanzi alla macchina fotografica non ha quindi l’intenzione di denunciare le contraddizioni di opinioni e comportamenti. Non sarebbe di alcuna utilità sul piano conoscitivo perché per Céline, come per ogni individuo moderno, la realtà non può fare a meno delle apparenze, perché la vita interiore si organizza su divisioni irrisolvibili e perché la costruzione dell’identità oscilla di continuo tra coerenza e incoerenza. Insomma, per limitarci a quell’evento banale e straordinario che è la prima impressione: <pur essendo le persone quello che appaiono, niente vieta che tali sembianze siano artificiali> (Goffman 1975: 83). Il nostro lavoro è stato dunque quello di estrarre dal mutismo delle immagini fotografiche il dire delle manifestazioni fisiche. Riassumendo, abbiamo cercato alcune delle principali relazioni di parentela fra tre famiglie di significato: il corpo, lo sguardo, l’inganno.

Storia. Céline ha un posto nella modernità. La modernità degli anni ’30. Gli anni delle avanguardie artistiche, letterarie e musicali. Anni del jazz, del futurismo, della psicoanalisi. Anni della chimica e dell’acciaio, del petrolio e dell’elettricità. Anni di pesanti squilibri monetari e tremenda depressione economica. Anni che serbano il ricordo del mattatoio della Prima Guerra mondiale e preparano le bombe atomiche della Seconda. Anni che passano per la rivoluzione russa, la guerra civile spagnola, la bancarotta della repubblica di Weimar e l’avvento dei fascismi in gran parte dell’Europa. Dinanzi alla <brutalizzazione della vita> (Mosse, 1977) Céline sta dalla parte degli ultrareazionari. Non crede nella democrazia liberale, giudicata portatrice di miseria e sottomissione per le classi popolari (<L’oro, in democrazia, comanda su tutto>), né aderisce a un’avanguardia di tipo culturale (pur se la critica letteraria tende ad annoverarlo tra gli espressionisti). Come tanti altri intellettuali anche l’autore del Voyage solleva lo sguardo ben oltre il proprio territorio di appartenenza e si misura in furibondi corpo a corpo nell’arena politica della sua epoca: è il Céline che va dal 1937 al 1944, quello dei libelli contro il bolscevismo ebraico. E’ il Céline militante politico legato all’idea di una Francia arianizzata saldamente alleata della Germania nazista. E’ il Céline che si autonomina custode della vera identità francese (da cui sono esclusi i francesi che non la pensano come lui continuando così a perseguire l’ideale di una società cementata dall’Union Sacrée del ’14-‘18). C’è poi un altro Céline, l’umanista che fa a pugni con il fanatico estremista. E’ il Céline che anche nei pamphlet critica il lato violento della modernizzazione, che invoca una migliore qualità della vita per i ceti popolari e che, come diremmo oggi, contesta la dittatura del PIL. Céline (1982a: 140): <… capisco le scienze esatte, le nozioni aride per il bene dell’Umanità, il Progresso in marcia… Ma vedo l’uomo tanto più inquieto perché ha perso il gusto delle fiabe, del favoloso, delle Leggende, inquieto al punto di urlare, perché adula, venera il preciso, il prosaico, il cronometro, il ponderabile. Ciò non è nella sua natura. Diventa pazzo, rimane altrettanto idiota>. Entrambi i Céline, quello che mai sospende il giudizio e quello che considera l’uomo come fine, albergano nel sé di un poeta attratto dal transitorio e dall’immutabile, per usare le parole di Baudelaire sulla modernità. Un sé plurale, costruito con eterogenei frammenti di personalità e al contempo organizzatore dell’esperienza. Un sé che troverà piena realizzazione nella personalità dei postmoderni, nel loro bisogno di orientarsi nel mondo, nel loro ultimo, disperato tentativo di non lasciarsi omologare da una società fondata sull’avere e sul terrore di non avere. E le avanguardie artistiche? Sono morte per mano del mercato o per mano propria.

Modernismo. Data oggi l’improponibilità di un’avanguardia, <Come introdurre una cesura se ormai non si collega più (come una volta, ai tempi del modernismo) la novità con la rivoluzione, l’innovazione con il progresso e il rifiuto dell’innovazione con arretratezza e oscurantismo?> (Bauman 2002a: 111). Approfittando di quest’interrogativo così ben posto è necessario ricordare innanzitutto che Céline non crede né nella rivoluzione né nel progresso. In quanto al passato lo accetta per quel tanto che è funzionale al suo essere. Più ingarbugliato è il suo rapporto con la novità e l’innovazione: le abbraccia senza riserve e le critica violentemente. Per quanto concerne la cesura, la rottura di Céline con il suo tempo si esprime su tre livelli: l’emozionale, il letterario, il politico. Tutti e tre questi livelli incrociano con i volti della sua insoddisfazione: l’altro, il diverso, il mondo. E rispetto ai nostri tempi? Céline è in grado di introdurre una cesura? No. L’autore del Voyage è un uomo e un intellettuale dalle contraddizioni insolubili perché ancora oggi irrisolte. Da qui la sua attualità. In attesa di una nuova formazione sociale Céline ci consegna un problema-chiave per la nostra civiltà: l’insoddisfazione verso ogni relazione umana. Certo, nel concreto i gradi di insoddisfazione variano parecchio. Ma non è questo il punto. Céline costringe a fare i conti con il lato oscuro del proprio sé e di ogni interazione, costringe a fare i conti con la presocialità e l’asocialità che si annidano in ogni individuo sottoposto alle pressioni della vita moderna. E’ vero che la particolare immaginazione sociologica dell’autore del Voyage mette il lettore dinanzi a questa riflessione dipingendo un mondo senza fede e senza sogni conducendolo così in un vicolo cieco. Ma questo mondo è quello della scrittura. E’ il mondo simmeliano dell’interiorità e dell’emozione mentre quello dell’intelletto deve fare i conti con la vita quotidiana della metropoli e spesso si trova dinanzi a un bivio: conformarsi o ribellarsi. Céline adotterà entrambe le strategie. Come tutti.

Mondi della vita. All’alba del terzo millennio è giunta a conclusione un’epocale spoliticizzazione dell’arte e della cultura in generale. Oggi la scrittura non è più in grado di cambiare un mondo egemonizzato dall’industria dell’intrattenimento visivo: TV, cinema, moda, pubblicità… Il potere mediatico del libro è in declino, per non parlare del ruolo degli intellettuali che utilizzano questo mezzo di comunicazione. La carta stampata è soggetta ai capricci del mercato e diventa sempre più oggetto di svago al pari del varietà televisivo. Tuttavia, ancora oggi Céline mantiene intatta tutta la sua autorevolezza di narratore. E’ un autore che nella <… situazione letteraria dell’età della comunicazione in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, tutti parlano, ma nessuno ascolta> (Perniola 2009: 59) si fa sentire in un silenzio saturo di domande interiori. Non solo. Impedisce l’imitazione della sua scrittura e obbliga all’ascolto di se stessi. In altre parole: il Voyage è ancora in grado di sedurre, nel senso etimologico del termine: se-ducere, <condurre a sé>. Certo, una seduzione estetica all’insegna della crisi, anzi: delle crisi, tra le quali quella del senso comune. Ma proprio qui risiede il suo fascino. L’amara distanza nei confronti del prossimo, distanza che colora di nero e di grigio il Voyage, cattura l’attenzione dei postmoderni perché mette sotto scacco i mondi vitali costruiti nel corso dell’esperienza quotidiana e dei processi di interazione. Céline: <Parlando di famiglie, io conosco, così, un farmacista, all’Avenue Sait-Ouen, che ha un bel cartellone nella vetrina, una bella réclame: tre franchi la scatola per purgare tutta la famiglia! Un affare! Si rutta. In famiglia lo si fa tutti insieme. Ci si odia fin sopra i capelli, è un vero focolare ma nessuno si lamenta, perché è sempre meno caro che andare a vivere all’albergo> (Céline 1988a: 370). Per Ferdinand Bardamu, il protagonista del Voyage, sono pochi gli scogli cui la vita permette di aggrapparsi: <Non c’è da farsi illusioni, le persone non hanno nulla da dirsi, si parlano soltanto delle loro pene, ognuno le sue inteso. Ognuno per sé, la terra per tutti. Cercano di scaricarsi della loro pena, l’uno sull’altro, nel momento dell’amore, ma non ci si riesce, e hanno un bel fare, la conservano tutta intera la loro pena, e ricominciano e cercano ancora una volta di collocarla altrove. <<Siete graziosa, signorina>> dicono. E la vita li riprende sino alla prossima volta in cui ricorreranno allo stesso trucco, <<Siete molto graziosa, signorina!…>> > (Céline 1988a: 305). Lo scacco ai significati dell’esistenza è assunto dal lettore del Voyage come un’intima verità da non manifestare che eccezionalmente nella vita di relazione. Intima verità che si affaccia nel processo di autoriflessione e in particolare nei momenti sostenuti dal silenzio e dall’isolamento che la lettura comporta. Da questa potente spinta all’introspezione deriva ancora oggi la capacità del Voyage di significare e turbare. Céline (1980: 80): <Ma il lettore che mi legge! lui, gli sembra, ci giurerebbe, che qualcuno gli legge nella testa!… nella testa sua di lui…>. Tuttavia: la messa in crisi dell’esistenza e il tormento di verità difficilmente esprimibili sono probabili improbabilità con cui fare i conti dato che in quanto esseri umani siamo imperfetti, ossia soggetti storico-sociali, e nella nostra esperienza quotidiana nessuno di noi è solo Bardamu. Céline meno di tutti. Anche per questo il Voyage permette l’ingresso in mondi differenti. Dipende da quale porta si accede. Può costituire il libro della crisi ideale, pronta a trasformarsi in ideologia del nulla. Può costituire il libro del pessimismo, pronto a tradursi in scetticismo spinto. Può costituire il libro del paradosso, proprio perché crisi ideale e pessimismo spinto imprimono al lettore la forza per andare avanti. Come è andato avanti Céline.

NOTE

(1) Chiamiamo Voyage il più celebre romanzo di Céline: Viaggio al termine della notte (1988a).
(2) Vedi le accese polemiche suscitate in Francia nel dicembre 2008 per la pubblicazione da parte della ultraconservatrice Les éditions de La Reconquête (nata nel 2006 e registrata in Paraguay) di 5.010 copie di Les beaux draps, (Taglietti 2008). Ma si osservi anche il panorama italiano dove la richiesta di sdoganare i libri maledetti si fa sempre più insistente (Colombo 2010). Sui libelli di Céline vedi infra.

Estratto da: Patrizio Paolinellli, Nello specchio della modernità. Fotoritratti di Louis-Ferdinand Céline, Bonanno Editore, Acireale-Roma, 2010.

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