L’idea di Italia. Un bel saggio di Francesco Bruni pubblicato da il Mulino

wwwwwweeeIn tempi in cui l’unità del nostro paese è messa in discussione offre materiali per una seria riflessione un libro come quello di Francesco Bruni: Italia. Vita e avventure di un’idea, il Mulino, Bologna, 2010, 550 pagg., 35 euro. Si tratta di un’opera di grande erudizione che narra, partendo dall’antica Roma fino a tutto il ‘700, la serie di visioni che si sono sviluppate intorno al concetto di Italia. Sebbene il libro sia scritto da uno storico della nostra lingua e tratti del passato è alle attuali tensioni centrifughe che si rivolge raccontandoci quanto solida sia l’idea Italia. Decisivo è il principio secondo il quale la nazione-società Italia si è affermata ben prima della sua unità politica avvenuta in epoca moderna appena centocinquanta anni fa. La nazione-società precede di così gran lunga lo stato-nazione che Bruni ne rintraccia gli elogi già nelle Georgiche di Virgilio. Lo sguardo mentale del poeta latino mette a confronto l’Italia con l’Oriente ed è il nostro paese a uscirne vincente grazie al paesaggio, al clima temperato, agli insediamenti urbani, agli eroi della storia romana, al diritto. Insomma, la civiltà è dentro i confini di Roma e l’Italia è la terra da cui è partita la conquista del Mediterraneo. Ma a parte gli intenti, anche propagandistici, di Virgilio pensare la penisola come una dimensione territoriale omogenea che dalle Alpi arriva alla Calabria è un’idea condivisa pure da Plinio il Vecchio che, nella sua Storia Naturale, offre un’attenta descrizione dell’Italia geografica restituendoci pressappoco il paese che ancora oggi conosciamo.

Con le invasioni barbariche finisce l’unità politica della penisola e lentamente prende il via la formazione dei liberi Comuni. Il primo capitolo che si occupa di questo periodo storico è dedicato all’autore della Divina Commedia. Bruni coglie in Dante la capacità di integrare la dimensione dell’Italia geografica con una dimensione nuova: l’Italia in quanto spazio della lingua letteraria e più esattamente ancora della lingua della grande poesia e della canzone. Insomma, Dante attraverso la poesia restituisce un ruolo e una dimensione unitaria all’Italia politicamente frammentata. Nel XIV secolo Francesco Petrarca sostiene questa presa di posizione e rivendica il primato italiano (espresso nel latino di Roma) in fatto di studi umanistici come di scienze fisiche, di eloquenza, di filosofia, di poesia, di politica. Quest’idea dell’Italia come patria della cultura classica godrà di lunga vita e grande reputazione per diversi secoli ancora.

Al tempo delle signorie l’Italia è oggetto delle mire espansionistiche di diverse potenze straniere e gli umanisti sono chiamati a educare i figli dell’élite. E’ in questo turbolento contesto storico che il volgare diventa oggetto di riflessione linguistica e tra alterne vicende inizia lentamente ad affermarsi come l’idioma di una realtà geografica lacerata da invasioni, guerre e violenti contrasti tra i gruppi dominanti. Si tratta di uno snodo certamente non lineare ma decisivo per quella che molto tempo dopo sarà l’unità politica del paese. Insomma, laddove nella costruzione di un’identità nazionale non può la spada si fa strada la penna. D’altra parte, un signore della guerra come Cesare Borgia – pur non mancando di determinazione, spregiudicatezza, astuzia e indubbie capacità militari – resta alla fine confinato tra le pagine del Principe di un Machiavelli che spera in qualcuno che abbia le doti del duca Valentino per realizzare l’unità d’Italia e contrastare compatti stati-nazione come la Francia e la Spagna.

A questo proposito è estremamente interessante il capitolo del libro di Bruni in cui lo storico della lingua si sofferma sui contrastanti effetti della dominazione spagnola nella nostra penisola. Sintomi di adattamento ai costumi dei nuovi conquistatori sono bilanciati da scatti di orgoglio come dimostra la messa sotto processo della più importante poetessa del Cinquecento, Vittoria Colonna, rea di essersi unita in nozze con Francesco Ferdinando, marchese di Pescara, bollato come personaggio spagnolo e macchiando in tal modo la reputazione della nobildonna e la gloria del nome italiano. Per la cronacala poetessa sarà assolta ma la sua vicenda indica quanto sia ancora robusto il filo rosso di un’identità in quel momento solo culturale ma non per questo meno viva.

La rivoluzione francese e la rivoluzione industriale inglese pongono fine all’antico regime. L’Italia è oggetto delle guerre napoleoniche ed emerge il patriottismo. Italiani e francesi partono dal presupposto che l’Italia esista anche come entità politica. Entità che dovrà darsi una forma di governo, possibilmente repubblicana, aperta a differenti soluzioni: stati separati,  federati, un solo stato unitario. A questo punto, la ricostruzione di Bruni si fa particolarmente articolata perché ad essere ingarbugliata è la situazione del non-ancora Paese. Tuttavia è proprio il caleidoscopio di proposte politiche a dimostrare quanto la lunga tradizione di un’Italia della lingua e della condizione geografica, della cultura e dell’immenso patrimonio artistico, delle scuole diplomatiche e militari abbia diffuso la coscienza di un orizzonte unico che come osserva Bruni ha molte vite virtuali e nessuna istituzionale.

Come sappiamo lo stato da virtuale diventerà reale e arriverà prima con la Corona dei Savoia e poi con la Repubblica. Da molti anni però siamo alle prese con tentativi di separatismo, più o meno camuffati, da parte di un piccolo partito di alcune regioni del Nord più volte al governo nazionale. Per di più da qualche tempo anche al Sud si registrano suggestioni separatiste. Il libro di Bruni – peraltro uno studioso politicamente moderato – dovrebbe in qualche modo rassicurarci: una nazione-società qual è praticamente da sempre l’Italia dovrebbe garantire dalle spinte centrifughe perché troppi sono i vincoli che ci uniscono, ad iniziare dalla lingua, dalla cultura, dalla lunga storia che abbiamo alle spalle. Tutto vero. Ma l’affermazione della società dei consumi, l’onnipotenza omologante delle Tv commerciali, un’informazione gravemente malata e la progressiva demolizione della scuola pubblica hanno talmente svuotato gli italiani della loro cultura e della loro storia che il futuro potrebbe riservarci brutte sorprese. E’ la dimensione post-moderna della politica. Una dimensione che come noto privilegia la frammentazione e la superficie al posto delle sicurezze identitarie scaturite dalle grandi narrazioni. Ricerche storiche come quelle di Bruni hanno l’immenso merito di farci comprendere che l’unità d’Italia non è una grande narrazione idealista di cui diffidare così come fanno i filosofi post-moderni nei confronti di alcune ideologie novecentesche. E’ invece il risultato storico di una nazione-società che per essere sbrigativi possiamo chiamare dei cento campanili. Cento campanili che ancora oggi esprimono la loro forza e la loro ricchezza nei cento modi di essere dialetticamente una cosa sola: italiani.

Patrizio Paolinelli, VIAPO, inserto culturale del quotidiano Conquiste del Lavoro,  26 marzo 2011.

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